domenica 30 dicembre 2012

Adorabile, piatta vita.

              

   Come le sarebbe piaciuto riappropriarsi della precedente banalità, di quella vita sempre uguale scandita dai soliti ritmi. Un'esistenza scontata, lei l'aveva denominata, un'esistenza blanda alla quale non bisognava chiedere il come e il quando o il che si farà: la progettualità non c'era e si conosceva anzitempo quello che andava fatto. Le feste ogni anno finivano per accentuarle quel senso di grigiore e per quanto in definitiva non aveva nulla che non andasse, un marito fedele e innamorato, dei figli sani e diligenti, lei era stanca della mancanza di quell'organizzazione imprevista e imprevedibile, ovvero sia avrebbe voluto vivere le festività all'insegna dell'innovazione, rispettare le tradizioni certamente, ma vivere i giorni speciali tutti insieme sotto una luce diversa, una luce dallo sfavillio nuovo. Allora sapendo che andava incontro alla solita programmazione scontata, ogni anno le prendeva l'insoddisfazione e ne sentiva il peso; cercava di mostrarsi serena e appagata ma dentro di sé covava quel senso di frustrazione, di malinconia che la sviliva, oh quanto la sviliva! Poi al termine dei rituali, quando riprendeva la normalità, le si alleggeriva il cuore e adorava la quotidianità recuperata, quella dei giorni normali in cui non doveva dar conto a nessuno, di quei giorni in cui decideva per sé: marito e figli erano alle loro occupazioni e lei viveva il tempo secondo i suoi canoni. 
   La vita è strana, tanti vivono il disagio dell'emarginazione sofferta, di quella povertà che non permette di godere di un'esistenza normale e a volte scontata, ma pur sempre un'esistenza fatta di rituali vissuti al riparo della propria casa con gli affetti più cari, e per quanto la situazione sia ripetitiva e quindi forse non stimolante, è una situazione di privilegio apprezzabile: questo Silvana se lo diceva ora in quel letto d'ospedale, nell'assoluta immobilità rifletteva sulla sua precedente vita che avrebbe voluto tale e quale, non una differenza, la sua vita uguale, scontata ma viva, viva nel senso della totale e splendida autonomia che fino a ieri le apparteneva. 
   Era successo tutto all'improvviso, era l'antivigilia di San Silvestro e sapeva già che l'indomani avrebbe trascorso a casa il fine d'anno, mai un fuori onda veglione di mezzanotte in uno dei tanti locali della città, l'attendeva il solito cenone a base di pesce e contorni vari, per finire zampone e lenticchie. Come odiava l'odore di lenticchie: era così nauseante! Era stufa anche della bottiglia di spumante stappata alla mezzanotte in attesa davanti al televisore che trasmetteva i rintocchi dei secondi mancanti all'anno nuovo; loro, i protagonisti dello spettacolo in ghingheri parati a festa, lei col solito pulloverino rosso e quell'aria stanca da factotum tuttofare. Poi gli auguri sempre uguali, abbracci e baci a profusione, un accenno di degustazione del piatto propiziatorio di buona sorte, un'ulteriore scorsa al programma in onda sulla tv di stato e dopo una mezzora di sosta sul divano, teneramente stretta al marito che non la lasciava un attimo: dopo vent'anni era ancora innamorato come il primo giorno, andava a dormire mentre fuori il roboante festeggiamento giungeva sonoro e comunicava l'esistenza di vitalità celebrativa del nuovo anno. Lei sapeva che, a poco meno di ventiquattro ore, ancora una volta si sarebbe ripetuta la solita commemorazione di fine anno e sapeva anche che quest'anno sarebbero stati in due: i figli avevano deciso di cambiare atmosfera, beati loro si diceva. Allora le era presa una rabbia, avrebbe voluto gridarla al mondo intero, ma lei no: era una persona controllata, sopportava tutto per il bene dell'unità familiare. I primi tempi aveva provato a ribellarsi, ma non era accaduto nulla: suo marito aveva trovato il modo per condurre l'acqua al suo mulino e con il passare degli anni le proteste di Silvana si annullavano sul nascere e la vita scorreva precisamente come la voleva lui, il consorte. Ricordava con chiarezza come si era svolta l'ultima giornata da persona sana, anziché infuriarsi e urlare, era scesa velocemente da casa e stava per andare in stazione, voleva sparire e non farsi ritrovare neanche da "chi l'ha visto", come odiava quel programma che suo marito guardava con assiduità, odiava la sua totale metodicità: giungeva a casa sempre alla stessa ora, non sgarrava mai. Doveva fare in fretta, perché non ci aveva pensato prima, stupida si diceva, stupida e tollerante. Farneticava e gesticolava, mormorava persino; mise un piede in fallo e inciampò all'incrocio, mentre sopraggiungeva un motorino che la scaraventò per aria, poi il nulla e quest'odore di disinfettante. Quest'odore e il volto di suo marito distrutto dal dolore, a capo chino appoggiato al suo cuscino non l'aveva lasciata un attimo dal momento del ricovero d'urgenza, la corsa in ospedale e l'intervento. Suo marito era rimasto con lei, sempre e solo con lei, seduto ad una sedia non l'aveva abbandonata tutta la notte e ne spiava le mosse. Le asciugava il volto cosparso di goccioline, le sussurrava tenere parole, le diceva che sarebbe tornata normale, solo un po' di pazienza; la riabilitazione certamente, ma poi normale, e a stento tratteneva le lacrime. Povero caro, lui l'amava; ora lo comprendeva, lui semplicemente l'amava. Le sue amiche erano in angoscia per i loro mariti che rientravano tardi e ne spiavano i movimenti controllando ogni cosa perché non si sentivano amate e considerate. Le sue amiche festeggiavano alla grande nei locali "in" della città, cambiavano atmosfera, ma si lamentavano perché non ricevevano un gesto di tenerezza e d'amore, e a letto erano anni che il dovere era diventato solo un dovere sporadico, mentre suo marito era appassionato come il primo giorno e lei, Silvana, doveva tenerlo a bada. Dio com'era stata ingrata!
   Lo guardò negli occhi, mancava solo un'ora alla mezzanotte, e gli disse: "Desidero tanto le lenticchie, amore mio!"

                                                           BUON 2013 A TUTTI!

giovedì 20 dicembre 2012

Un papà speciale


                                                                                           

   (Il Natale è alle porte, allora... m'ispirano storie così. 
   Che sia un Natale di aggregazione familiare e di buoni propositi: ciò che conta è quella sensazione speciale nel cuore che alimenta la luce della speranza e del rinnovamento. Non siete i soli a sorridere scetticamente: anch'io in questo momento ho qualche perplessità. Ma è Natale, rilassiamoci  e facciamo festa, con poco e con quello che c'è. In barba a tutti i grovigli politici, sociali e agli antichi Maya, anticipatamente, BUONE FESTE A TUTTI VOI!)


   Doveva farlo, non c’erano altri mezzi: era l’unico bene che possedesse, allora l’aveva donato.
   L’adorata figlia necessitava di un intervento costoso: la sua vita si stava spegnendo assieme alla luce che irradiava. L’aveva vista crescere e fiorire come un bocciolo prezioso, l’aveva vista fare i primi passi nel mondo della danza come una libellula leggera, leggiadra e armoniosa, Martino era un genitore a senso unico e quella figlia era il fulcro della sua esistenza vuota.
   “Papà, la mamma non ci serve, ha preferito un’altra vita a noi.” diceva Letizia. “Noi siamo felici così!”
Gioia dei suoi occhi, felicità smisurata. Bimba modello a scuola e nella vita, poi, adolescente esemplare, bella nell’aspetto e nell’anima. Martino s’impegnava tutto il giorno, dividendosi fra il lavoro e la sua creatura, fra il lavoro e la casa. Mai un attimo di malinconia, mai un momento di stanchezza: gli bastavano il sorriso di Letizia e la sua amorevole attenzione. Un pomeriggio durante le prove del Balletto “Il lago dei cigni”, la ragazza si accasciò al pavimento, risuonò il tonfo, la disperazione e il tormento si abbatterono su Martino. Analisi ed esami estenuanti, non si comprendeva cosa avesse infierito sul giovane corpo; Letizia passò il calvario da un ospedale all’altro, i medici brancolavano nel buio mentre lei lentamente si allontanava dalla vita. Martino non aveva più lacrime e da solo chiuso nel suo dolore, visse momenti di annientamento interiore, giunse anche a pensare di farla finita. Ricordò il sorriso beffardo di sua moglie il giorno che la sorprese con la valigia dell’addio.
   “Sei un ometto, sempre la stessa vita morigerata, casa e laboratorio, passeggiata domenicale e null’altro. Ho voglia di conoscere il mondo, la bambina te la regalo. E’ una piagnona come te che ti piangi addosso!”
Non la vide più e con il passar del tempo quella ferita si rimarginò, la piccola Letizia divenne tutta la sua vita. Si adattò a svolgere la doppia mansione, non aveva nessun parente che potesse aiutarlo e centellinò il suo stipendio di restauratore di libri antichi fra spese domestiche ed extra; la piccolina, quando lui era al lavoro, era affidata alle cure di una fidata baby sitter, in seguito ai migliori istituti a pagamento.
   Gli risuonava la lamentela della moglie: “Ti piangi addosso”, non aveva avuto il tempo di occuparsi dei suoi problemi di salute, nonostante l’età ancora giovane, soffriva di una forma di artrosi agli arti inferiori che si accentuava nei cambi stagionali. Giunse il referto, Letizia era affetta da una grave patologia rara, l’unico centro ospedaliero dove effettuavano quel particolare intervento, che avrebbe salvato la vita alla ragazza, si trovava in Hillinois e le possibilità di recupero erano da considerarsi buone.
   Si accese una speranza, tornò la luce nel cuore di Martino, ma i tempi erano brevi: bisognava intervenire al più presto, il filo sottile che teneva in vita Letizia stava per spezzarsi. Il pover’uomo fu felice ma al contempo disperato: urgevano i soldi per partire e per la costosa parcella medica ed ospedaliera.
   L’idea gli venne ascoltando la confidenza di un affezionato cliente che cercava un rene per sua moglie debilitata da ripetute dialisi; la lista d’attesa era lunga, avrebbe pagato bene se avesse trovato un donatore. Tacitamente Martino si sottopose all’espianto e il giorno stesso in cui fu dimesso volò sull’oceano assieme a Letizia, passeggera speciale.
   Le note di Chaikovskij vibravano ancora nell’aria, sul palco della Scala gli applausi scroscianti si fondevano al brusio dei presenti.  La ballerina esordiente, giovane promessa della danza, dopo l’inchino finale prese il microfono e col fiato grosso, indirizzando lo sguardo a un uomo speciale seduto fra la folla, annunciò un breve: “Grazie papà!”     

martedì 18 dicembre 2012

"Lettera a mia madre"

            


         (forse è il clima, ma ho avuto nostalgia per questo scritto di qualche anno fa)


   Le parole migrano e raggiungono spazi infiniti, superando le barriere dell’impossibile. Le parole sono duttili come la materia e sono magiche come le note di un concerto ben orchestrato. Questo mio suono vorrei giungesse a te, mamma, per dirti grazie o musa, amante dell’arte della Parola!
   I tuoi occhi cagionevoli, sin da tenera età non t’impedirono di nutrire il tuo spirito con i grandi classici della letteratura; alla flebile luce della lampada a petrolio tutte le sere fino a notte fonda, non mancavi all’appuntamento con i personaggi misteriosi del romanziere di turno. Passione che coltivasti sempre e che trasmettesti a me, mamma. Pendevo dalle tue labbra, la tua conoscenza andava al di là della formazione scolastica mancata: tu eri lettrice ed affabulatrice… grande dispensatrice di parole.
   Poi calò il buio e la fonte della tua vita non cessò di mancarti: i miei occhi furono i tuoi, per venti lunghi anni continuai a leggere per te. La stanchezza s’impadroniva di me quando la mia mente era altrove, impegnata nel mio vissuto familiare. La sopportazione soffocata prendeva il sopravvento e tu lo percepivi dal tono della mia voce che non riusciva a mascherare le mie sensazioni interiori.
   Ti rispondevo a monosillabi stentati, mentre pensavo che forse non avrei retto per molto e che avrei voluto scrollarmi di dosso quel fardello, non perché non amassi la letteratura, solo che… avrei voluto leggere da sola, appartata nella mia camera in raccoglimento. Quando la gola era secca e la testa intontita, finivo per invidiare quasi tutti gli orfani esistenti sulla faccia della terra. Mi sono nutrita di storie leggendarie, di storie fantastiche, di storie emozionali che sono penetrate in me, inconsapevolmente, come lo stillare continuo della goccia che plasma.
   Ricordo il tuo volto luminoso quando udivi il lento sfogliare delle pagine delle quali volevi prima sentirne il profumo: quell’effluvio ti poneva in simbiosi con le parole pronunciate dalle mie labbra.
Le frasi salienti dovevo rileggerle: una sola volta non bastava; tornavo indietro e ripetevo, mentre t’ immedesimavi calandoti nella sequenza ascoltata; dal tuo volto si intuivano le emozioni e le sensazioni che stavi vivendo: mamma, tu eri sì fruitrice, ma anche trascinatrice!
   Dicevi: “Questo è il bello della lettura. Ognuno raffigura immagini secondo la propria comprensione e le colloca in una sua realtà, se dovessimo mettere a confronto le diverse immaginazioni, avremmo una stessa storia con personaggi di differente aspetto esteriore ed interiore. Ci sono lettori che giustificano gli errori ed altri che li condannano: i commenti sono diversi, non c’è nulla di più vario della interpretazione letteraria!”
   Quanta saggezza nelle tue parole: le tue erano riflessioni filosofiche profonde, degne di meditazione. In quegli anni ho imparato ed accumulato un bagaglio culturale senza eguali.
   Mi attendevi al mattino, verso metà giornata. Mi accomodavo alla sedia accanto alla tua poltrona preferita e dopo il rituale: “Tutto bene, mamma?”, riprendevo la lettura dalla parte sospesa il pomeriggio precedente (già… ti facevo visita due volte al giorno). Mi dicevi: “Ti stancherai di me? Nessuno potrebbe prendere il tuo posto! Tu sei una lettrice che ci mette l’anima!”
   Mamma, ora so che il tuo attaccamento per la lettura era anche un modo per trascorrere più tempo con me: i tuoi occhi erano spenti, ma non il tuo cuore carico d’amore, e quel sentimento vive in me, mi parla, mi esorta, mi loda.
   Quei vent’anni passati nella ricerca di nuovi libri, quegli anni vissuti fra bancarelle a buon mercato, quegli anni odorosi di fogli cartacei narrati, hanno alimentato in me la passione per la scrittura che covava sotto la cenere.
   Quando i tuoi occhi si sono spenti per sempre, io ho alitato su quella cenere il vento della tua passione, che ha acceso, mamma, il fuoco dell’amore per le storie narrate, per le vicende senza tempo.

       

sabato 15 dicembre 2012

Incubo spread

                   

   Ho dovuto far rientrare nelle mie corde l'argomento politico e quando avviene una costrizione capita che i risultati non siano dei migliori. Io non so fino a che punto possa spingersi l'animo umano e in particolar modo l'animo politico, ma a quanto pare, sa affondare il suo intento sin in profondità anche a costo di spargimento di sangue innocente.
   Abbiamo avuto un governo tecnico che ci ha restituito un po' di dignità agli occhi dell'opinione pubblica, vi sono state grosse restrizioni applicate dal governo di transizione, restrizioni che ci hanno permesso di non inabissarci, tutto ciò ci ha portati ad un peggioramento della situazione economica, un peggioramento che era già in atto ma che il predecessore, per gettare fumo negli occhi, diceva che andava tutto benissimo e che i ristoranti comunque erano pieni e che non era il caso di drammatizzare. La situazione era grave ma non bisognava secondo lui pensarci, sai come quando c'è un'infezione in corso e si spera che guarisca senza opportuni medicamenti o per inspiegabile guarigione, tipo un miracolo improvviso.
   Lo spread non esiste ha tuonato il Cavaliere, è solo un'invenzione del governo tedesco e leggendo un approfondito articolo pare che sia tutta una manovra anglosassone per affossare l'Italia. Non so nulla di Economia e tanto meno comprendo questo giro di rialzo e ribasso. La famosa crisi è stata più visibile, credo, a partire dal 2008, e tutto è cominciato ad opera delle Banche Americane che concedevano mutui proprio a tutti senza garanzie e regole, questo lo comprendo ed ovviamente comprendo le ripercussioni sul resto dell'Economia che ci interessa: è come un effetto domino; ma lo spread, il differenziale fra i nostri titoli e quelli tedeschi, che ruolo ha? E poi perché sono presi come riferimento i titoli di stato tedeschi, forse loro hanno un'economia migliore della nostra e quindi portano il vessillo dell'investimento reddituale? Possibile che vogliano incastrarci su più fronti, siamo così sprovveduti da cascare alle manovre non solo politiche di casa nostra, anche a quelle europee d'oltralpe. Grillo tuona che lo spread è un'allucinazione mentale di speculazione bancaria e che siamo falliti l'anno scorso: il nostro debito è per metà in mano alle banche straniere che cercano di far alzare il tasso d'interesse per guadagnare di più. Monti, con la sua figura autorevole che ci ha restituito un po' di dignità, afferma che lo spread conta per preservare la credibilità del Paese e che non va sottovalutato.
   Abbiamo un debito vertiginoso, ognuno di noi si porta sul groppone 33.000 Euro di debito; pensavo che se ci vendessimo qualcosa di ciò che ancora possediamo, forse potremmo salvare l'Italia. Ma loro, i nostri politici arricchitisi con i nostri soldi sarebbero disposti a rinunciare a qualcosa per salvare questo Paese? Non credo proprio e il peso aumenta, aumenta per tutto il sistema sbagliato, per i tornaconti personali, per il gioco abile di chi sa fare il mestiere truffaldino. Dove andremo, quale sarà il nostro destino?
   Dio che confusione e se ho contribuito anch'io non me ne vogliate, ho tentato un discorso ostico anche per vederci chiaro.

mercoledì 12 dicembre 2012

Come si accende la lavatrice?


                                                                      


   La luce filtrava attraverso le imposte, accarezzandole le palpebre pesanti, e la indusse ad aprire lentamente gli occhi. Stancamente si voltò dall’altra parte: aveva ancora voglia di dormire. Il giorno precedente aveva vissuto una giornata sfibrante ed ora era in quella stanza di un anonimo albergo di periferia.
   Lara aveva incontrato Mattia e il suo mondo dal grigiore invernale aveva assunto le colorazioni tipiche del mezzogiorno estivo. Mattia era il non plus ultra dei desideri femminili: era affascinante, colto, galante, affabulatore e… sensuale. “Dio, quanto era sensuale!”, pensò Lara quando lo incontrò a casa di amici durante una serata particolare. 
   Lara aveva accettato quell’invito per evadere dal suo solito tran-tran e dalla delusione di un amore durato cinque anni; un fidanzamento terminato in seguito all’ennesima immotivata scena di gelosia di lui che le soffocava l'esistenza con assurde paranoie. 
   Mattia monopolizzò la conversazione con la sua parlantina sciolta e accattivante, volgeva lo sguardo a tutti meno che a Lara la quale, anche essendone affascinata, finse un atteggiamento noncurante.
   La serata era terminata e ognuno si diresse alle proprie auto per rientrare a casa, la pioggia battente creò qualche disagio e ci fu un fuggi-fuggi generale per raggiungere le auto distanti. Lara, fortunatamente, aveva l’auto nei pressi del portone ed entrò soddisfatta: aveva salvato i capelli acconciati di fresco, la sua bellissima chioma corvina che brillava anche alla luce dei lampioni. L’accensione dell'auto non andava; due, tre, quattro colpi di chiave, il mezzo meccanico sbuffava e, poi, si bloccava.
   “Come faccio, ora? Forse dovrei telefonare al soccorso stradale, a quest’ora non c’è nessuno reperibile!” mormorò a fior di labbra. Aveva quell’abitudine, come se qualcuno stesse lì ad ascoltarla.
   Un colpo di clacson la distolse dai suoi pensieri e riconobbe il fascinoso che aveva monopolizzato la serata. Lo vide scendere dalla sua auto e venire verso di lei, mentre si riparava la testa con il bavero della giacca.
“Problemi?” disse, sorridendole con gli occhi come per tranquillizzarla.
   Nacque così la conoscenza ravvicinata dei due giovani, una conoscenza che divenne una relazione importante per entrambi, così sembrava, e Lara recuperò la sua anima tante volte oltraggiata dai dubbi e dalle incertezze del precedente fidanzato. Vissero giorni divini in simbiosi totale, lui si trasferì da lei e s’incontravano di sera: i lavori li impegnavano tutto il giorno e ambedue erano fuori di casa. Lara era maestra elementare in una scuola di provincia e con il tempo prolungato era occupata tutto il giorno, mentre Mattia faceva l’agente di commercio, quindi partiva al mattino presto per rientrare verso l’ora di cena. Non c’erano nubi all’orizzonte e facevano progetti di voler sancire l’unione con il vincolo nuziale.
   “Amore, devo parlarti” disse Mattia una domenica mattina, mancava poco alla fine dell’anno scolastico e avevano in mente vacanze speciali, questa sarebbe stata la prima per loro.
   “Ti ascolto, se si tratta di quell’itinerario, sono d’accordo; mi va tutto bene se sono con te!”sospirò lei in un soffio a fior di labbra, mentre gli si stringeva sensuale e dolcissima.
   “Sono rimasto senza lavoro, è già da tanto, non osavo dirtelo. Questa città mi ha stufato, non ce la faccio più, andiamocene cara, trasferiamoci a Milano. Lì c’è un amico che mi ha promesso un lavoro migliore, più tranquillo. Tu potrai chiedere il trasferimento.”
   Lara accettò la proposta del suo uomo e si trasferirono, ma del presunto lavoro neanche l’ombra. Mattia si mise alla ricerca di un’occupazione, mentre la ragazza fiduciosa si occupava del nuovo nido con gioia.
   “Tesoro, c’è un’interessante proposta. – Cercasi coppia con l'incarico di custodi per villa prestigiosa, si richiedono ottime referenze e professionalità. – Vogliono una coppia, come faccio?” esordì Mattia con l’aria più angelica di questo mondo.
   “Vengo anch’io, caro. Siamo o non siamo una coppia?” cantilenò lei felice.
   “Il tuo lavoro di insegnante? Stai per ricevere la nuova destinazione!”
   “Rinuncio e ti seguo, tutto per farti felice!”
   Furono assunti, Lara si occupava delle pulizie, coadiuvata da altro personale, e Mattia faceva l’aiutante giardiniere. Fu loro assegnata la dependance della maestosa villa, completamente arredata, tutto scorreva per il meglio: il lavoro non era poi così pesante ed avevano una discreta retribuzione al netto di spese.
   Lara faceva progetti e non le pesava aver rinunciato alla sua professione, per lei contava l’amore del suo uomo. Mattia era invece insofferente: anche la città di Milano non entrava nelle sue corde, il lavoro poi era faticoso e poco consono alle sue attitudini.
   “Dobbiamo tornare nella nostra città, non resisto più qui, siamo entrambi sprecati!” urlò una mattina alla sua donna“Prepara i bagagli!”
   “Che farai? Il lavoro scarseggia!” esclamò Lara che stava perdendo la pazienza e la fiducia.
   “Vedrai, sarà diverso, ho sbagliato; nella nostra terra le cose andranno meglio!”
   Tornarono a casa e Lara, mossa a compassione si rivolse a sua sorella, perorò la causa di Mattia, chiedendole di cercargli un lavoro: la sorella di Lara era stimata nel suo ambito professionale.
   Le nubi parevano dissolte, il rapporto stava recuperando l’antico vigore. Lui lavorava alla sala macchine di un’azienda come controllore e Lara era impiegata in un supermercato, affrontando turni massacranti che non le pesavano per via del suo carattere pronto a qualunque sacrificio.
   Mattia da qualche tempo era nuovamente scostante e di pessimo umore, mentre Lara nonostante fosse stanca, quando rientrava dimenticava tutto e solare e gioiosa cercava il suo uomo per tirarlo su di morale, credendo che avesse avuto problemi sul lavoro.
   “Sono allo stremo!” sbottò quella mattina Mattia più scontroso che mai “Mi licenzio! Non posso passare le mie giornate a spegnere ed accendere pulsanti, mi sento un automa!”
   “Tu fallo ed io esco da quella porta per sempre!” intimò Lara.
   Mattia si licenziò, ignorando l’avvertimento, e quando tornò a casa sarcastico tuonò: “Sono libero, finalmente!”
   “Anch’io!” urlò Lara e si recò in camera a preparare i suoi bagagli. Era sull’uscio di casa pronta ad uscire, quando fu richiamata da Mattia, lei fingendo naturalezza si voltò: la sua voce la turbava ancora come quella famosa sera.
“Come si accende la lavatrice?” amore mio.
 




domenica 9 dicembre 2012

L'attesa

                


   C'è chi sa attendere. C'è chi si siede sulla riva destra e pazientemente attende il suo turno o per meglio dire, per usare un suo termine, attende la sua entrata in campo, ossia il suo ritorno.
   La vendetta è un piatto che va servito freddo, infatti solo la pazienza e l'attesa portano al compimento dei propri desideri. Per cui, a parer suo, molto meglio farsi da parte, dare nuovo respiro, ossia dare la possibilità all'aria satura della sua presenza di ossigenarsi con elementi differenti magari più tecnici, di tipo meccanico: ciò che conta è una nuova ventilazione. Risultato... un peggioramento della respirazione, una dispnea preoccupante che non ha assicurato un adeguato scambio gassoso. Però prima del soffocamento si affaccia aria fresca all'orizzonte, aria di tipo salubre, naturale che non abbisogna di ventilazione artificiale: è talmente carica che può dar nuovo ossigeno all'ambiente. Ma il cielo pubblico, ormai abituato allo smog e al grigiore, non sa che farsene della freschezza, sarebbe come riabituare i polmoni ad aria d'alta quota; sai com'è, la respirazione farebbe fatica, fischierebbero le orecchie, tanto meglio la vecchia anidride più sicura, più attestata.
   Chi attendeva all'ombra delle sue certezze coglie l'attimo, sapeva che il suo cielo non avrebbe accettato una corrente nuova, un bel maestrale che spazza via le impurità; sapeva che il suo libeccio carico di sabbia sarebbe stato atteso.
   Forza costruiamo castelli di sabbia, gettiamo polvere negli occhi e nei polmoni e se l'orizzonte è sempre lo stesso ed è costellato da un marajà asservito dai suoi beduini, poco importa: ciò che conta è respirare aria vecchia. Sai com'è: è difficile rinunciare alle antiche abitudini!

lunedì 3 dicembre 2012

Non è cambiato nulla


               
 

   Speravo, m'illudevo, ma evidentemente, viste le false promesse che ci sono state propinate per un ventennio, siamo divenuti diffidenti e ne abbiamo tutte le ragioni. Ma mi chiedo, chi ci garantisce che il flemmatico e accomodante vincitore che ha scelto la strada anch'egli, così dice, del cambiamento forse generazionale, sarà all'altezza delle aspettative? Chi ci dice che farà il possibile e ci darà nuovo ossigeno, per gradi è ovvio: lui, infatti, ha ribadito che non potrà fare miracoli e che è inutile prendersi in giro. Ecco dove ha fallito lo speranzoso giovane: con il fatto di promettere un cambiamento su tutti i fronti in tempi rapidi è stato visto come il predecessore che ci influenzò a tal punto d'aver scambiato lui per l'Onnipotente in terra. Ma la vita reale è fatta di certezze: le illusioni non migliorano le condizioni di un popolo; è inutile convincersi che basta schioccare le dita per compiere il sortilegio.
   Chi ci dice che... nessuno, tanto sono tutti uguali: è questa la nostra convinzione e a giusta ragione direi. Ma allora, come faremo a cambiare questo nostro paese, come faremo a farci governare da persone probe che gioiscono per la crescita economica, intellettuale, ambientale, industriale, aziendale, lavorativa, in due parole "UMANA", come faremo? Come faremo a farci governare da persone che gioiscono anche per i costi della politica dimezzati: stipendi, numero di parlamentari, auto blu e agevolazioni zero.
   Come faremo, se la legge elettorale è sempre la stessa?
   Poveri noi! Pensiamoci e cerchiamo di trovare una soluzione anche infinitesimale. Io non mi occupavo di politica, ma ora occorre prendere coscienza e far udire la propria voce.

giovedì 29 novembre 2012

Aria nuova

   

 

   C'è aria nuova all'orizzonte, aria più salubre che non tollera i compromessi, la demagogia da strapazzo, gli opportunismi.
   Aria dall'ossigeno non contaminato dalle prese di potere, dal promettere e non mantenere, dal dire-dire e nulla fare.
   Aria dalla faccia pulita, dal sorriso buono, dagli occhi puri che si animano di coraggio e di passione.
   Aria che ama tutto il suo cielo; ama coloro che sono schiacciati dagli abusi, dai demeriti, dall'illegalità.
   Aria che piange con chi soffre e si preoccupa del futuro privo di aspettative.
   Aria che stanca di udire le solite lamentele dice basta al sistema del "Non fare", del disfattismo, della burocrazia cavillosa che porta danno.
   Aria che soffia fra la gente comune, che non ha timore di mettere nero su bianco i suoi percorsi sempre alla luce del sole.
   Aria che s'impegna, e già lo fa, ad allentare le pressioni sul cittadino per dargli la possibilità di godere del poco che possiede che diversamente sarebbe nullo.
   Aria che dice basta ai favoritismi, alle agevolazioni in corso e vitalizi perpetui.
   Aria che dice "NO" al numero eccessivo delle vecchie ondate di vento che  non giovano alla salute pubblica.
   Non credo serva che vi dica di chi sia quel volto, io spero che abbia la possibilità di spazzare via l'aria stantia e maleodorante e di soffiare fiera aiutata da altra aria fresca e pura.

martedì 27 novembre 2012

San Lupo


   

   Non sapevo esistesse in Italia un borgo di nome San Lupo, non sapevo neanche l'esistenza di un Santo con il nome di un animale che ancora oggi atterrisce. Le antiche fiabe narravano di lupi famelici che sarebbero giunti a divorare i bimbi cattivi, il lupo poverino ancora non gode di un'ottima fama, ma lui è un animale che non attacca propriamente l'uomo, si avvicina alle greggi per fame.
   Tornando al paese in questione, San Lupo, situato in provincia di Benevento, ho potuto ammirarlo qualche mese fa e i miei occhi sono rimasti conquistati dalla sua bellezza medievale, dalle sue viuzze strette inquadrate da archi e pontili. La chiesa maggiore del paese conserva al suo interno la statua a mezzo busto di San Lupo, venerato con profondo sentimento dai sanlupesi, i quali, in parte emigrati da tempo, non mancano di partecipare alla festa patronale: anche trovandosi oltre oceano, puntualmente giungono in occasione della festa che si tiene alla fine di luglio. Il comitato feste, in precedenza, convoca le varie bande e sceglie la migliore per affidarle la parte musicale che darà quel tocco particolare ai solenni festeggiamenti in onore del Santo che tanto amò il suo popolo. 
   Si racconta che l'adorato Santo compì nel 1831 il miracolo della pioggia abbondante: essendo un paese prevalentemente agricolo, la pioggia era considerata condizione di benessere per i suoi abitanti.  Quindi una popolazione attaccata alla sua storia e compatta nonostante la migrazione, una popolazione che non dimentica e tiene alte le proprie origini.
   Il paese è caratteristico anche per altre bellezze artistiche, come la Fontana Sant'Angelo dotata di tre getti d'acqua, Palazzo Iacobelli risalente al settecento e altri siti interessanti. Il borgo offre inoltre un bellissimo panorama: è situato a circa 881 m. d'altitudine e dal belvedere si può ammirare la bellezza dei monti e delle vallate lussureggianti e variopinte.
   Il tempo sembra essersi fermato a San Lupo: si respira un'atmosfera retrò così lontana dal caos cittadino, ma pregna di sentimenti che non si disperdono nelle distanze causate dalla migrazione forzata di una parte del suo popolo. 

mercoledì 21 novembre 2012

Mai dire mai

   

   L'atmosfera autunnale melanconica crea un'aura magica e rilassante, dovrebbe essere così, ma le vicende incalzanti e il disagio in cui viviamo offuscano la dolcezza della natura. Conosciamo gli avvenimenti che aleggiano sulle nostre teste, ne facciamo parte e ne siamo imbevuti: chi decide per noi ha fatto in modo che si sciupasse il bello che ci è consentito.
   Siamo vittime o artefici del nostro destino? Bella domanda: a primo acchito verrebbe da rispondere che chi si lascia condurre con il paraocchi merita poi di raccogliere i cocci della sua accondiscendenza. Dove eravamo quando le crepe si facevano più profonde? Dove eravamo quando sapevamo che per concludere trattative o per realizzare un tal progetto si scendeva a compromessi? Perché non sempre è dato non sapere, è dato anche far finta di non sapere, questo è il punto; ma a noi forse faceva comodo una tal situazione, come dire una mano lava l'altra ed entrambe si lavano ancora meglio. Avere il coraggio di mettere i puntini sulle "i", avere il coraggio di dire basta e non di chiudere gli occhi per continuare a campare.
   Ogni giorno veniamo informati di intrallazzi vari, di sotterfugi ai danni della comunità e che dire di quelle notizie che lasciano senza parole, di quella fiducia calpestata da chi dovrebbe insegnare la moralità; no perché se un cappellano si approfitta sessualmente dei suoi detenuti che sono lì per espiare una colpa e comprenderne gli errori, cos'altro dobbiamo aspettarci dal genere umano?
   Oh, certamente, sappiamo di religiosi pedofili, che vergogna, che triste realtà! Sappiamo di aguzzini che hanno perpetrato e perpetrano atti indegni e mostruosi ai danni dell'umanità. Sappiamo di strani delitti familiari, da ultimo il ritrovamento delle due donne decedute otto anni fa e ritrovate cadavere solo ora. Sappiamo di teatri spettrali che inscenano il crimine per scopi personali lucrativi e i bambini ne sono vittime innocenti, ma che un religioso dei nostri giorni usasse un luogo di pena per le sue voglie sessuali, questa non mi va giù. Non sto difendendo i carcerati, ma è il luogo, l'atmosfera e poi il cappellano deve portare una parola di conforto e non soddisfare la sua depravazione, le sue voglie.
   Sono venuta a conoscenza di una vicenda punitiva per chi dichiarava e fingeva di essere un invalido, un certo signore che godeva da quindici anni dei benefici della sua invalidità, un certo signore che stanco e ormai prossimo alla pensione decide di recarsi a Lourdes per inscenare il miracolo e ci riesce, ma la punizione divina lo attende sulla gradinata facendolo cadere rovinosamente, risultato frattura di una vertebra e sedia a rotelle per il resto della vita.
   Con questo non voglio augurare che piovino dal cielo strali punitivi ai tal usurpatori di nostra conoscenza e non, a tutti coloro che sotto mentite spoglie s'insinuano nelle nostre vite ammorbandocela per portarci là dove non avremmo voluto, a tutti coloro nei quali avevamo riposto la nostra fiducia. Non voglio augurare però... è bene riflettere che sporadicamente esiste una giustizia superiore!

martedì 13 novembre 2012

Si può, si deve!


                                                                
  


   Albeggiava, s'era incamminata ancor con quegli sprazzi lunari che lasciavano il posto ad un nuovo giorno; l'aurora in quella zona aveva un fascino sempre nuovo: il fascino della malinconia, della dolcezza, della perpetuazione della vita. Entrò in auto, la piccola campagnola dalle ruote motrici adatte al luogo era sempre in attesa. Partì ad una velocità moderata, accese la radio e si sintonizzò sulla frequenza preferita. Le giunsero le note di Chopin, il suo autore classico preferito, il "Notturno" era dolce e inebriante, proprio quello che le serviva per lenire il suo cuore ancora lacerato dal dolore. Non sapeva ancora cosa l'aspettasse, era sempre così quando s'avviava ad un'ora inconsueta. Era a disposizione, reperibilità assoluta: l'aveva chiesta lei, nel nuovo alloggio nulla la tratteneva, niente vincoli familiari, sola con se stessa e la sua umanità. Ed era quella che le dava la forza per la sopravvivenza, era come una linfa che le consentiva di continuare la sua amara esistenza, diversamente non sarebbe più risalita dal baratro della disperazione.
   Aveva scambiato il turno con una collega, sarebbe toccato a lei fare il turno di notte in ospedale ma il bambino dell'amica era ammalato, febbre alta per via della bronchite, e lei, Giovanna, si era offerta di prendere servizio al posto suo.
   "Non pensarci, per me non è un problema, sai che Ugo è comprensivo. Ceneranno senza di me, il maritino e le mie due bambine, dopo vedranno un bel DVD e andranno a letto, quando si sveglieranno io sarò con loro."
   Durante la notte era scoppiato un temporale, mai s'era vista scendere tanta acqua dal cielo, Giovanna ne sentiva lo scrosciare, un vero putiferio. Pensò con dolcezza alle sue bambine avvolte nel piumone, la grande era da un passo per diventare donna: le si era gonfiato il seno ed era comparsa la peluria sul pube. Aveva notato il suo imbarazzo quando l'aiutava a farsi il bagno e non solo: l'aveva colta mentre si provava un reggiseno.
   'Crescono in fretta.' si disse 'Magari fra un po' mi presenta anche il fidanzato e sicuramente deciderà di truccarsi, poi mi chiederà il permesso per andare in discoteca. Dovrò sbrigarmela io. Ugo è troppo permissivo e tenero, non riesce a dire di no alle figlie e neanche a me. Che perla di marito, non mi posso lamentare, un gran onesto lavoratore e un uomo sempre innamorato.'
   Durante la notte quando era in ospedale come medico internista, se l'atmosfera era tranquilla, Giovanna finiva per pensare alla sua vita privata e i suoi pensieri erano sempre benevoli: aveva una bella famiglia unita e solidale, una vera rarità. Finì per addormentarsi con lo scroscio della pioggia, si svegliò che il chiarore invadeva la cameretta. Faceva giorno prima: erano in primavera inoltrata, la stagione del risveglio della natura ma anche delle piogge. Non vedeva l'ora di tornare a casa, si era ricordata che avrebbe dovuto accompagnare la più grande delle figlie a scegliersi un nuovo pantalone, lo desiderava aderente di quelli tanto di moda da indossare con gli stivaletti alla caviglia, c'era la festa di compleanno della sua migliore amica.  
   "Signora, " le disse il vigile urbano "deve percorrere questa deviazione, c'è stata una frana." Più avanzava e più si rendeva conto che era successo un disastro: la zona era allagata e si notavano detriti e grossi massi come se pezzi di collina fossero scesi a valle; giunse in un punto in cui fu costretta a lasciare l'auto e s'incamminò a piedi. Mentre avanzava con ansia crescente, cercava fra la gente i volti comuni, quelli della sua cittadina; nulla: non vi era una faccia amica, solo una gran confusione, mezzi di soccorso e operatori della protezione civile. Non riusciva ad avvicinare nessuno, erano tutti frenetici, sfuggevoli e molto affaccendati. Giovanna desiderava giungere quanto prima alla sua abitazione, una casetta a due piani con il tetto rosso.  Era una delizia collocata in uno scenario paesaggistico invidiabile e la casa era ai piedi della collina, non proprio sotto, ma guardando dall'altra parte sembrava che la lussureggiante vegetazione facesse da mantello alla villetta indipendente. Restò senza fiato, impietrita e non ancora cosciente, le sembrava di vivere un incubo: la sua casa era davanti a lei piegata di fianco, solo macerie e nient'altro. Non le pareva vero, tutto le turbinava, immagini, suoni soffocati e quel silenzio sinistro; le giunsero delle voci ovattate che commentavano la notizia, sentì che avevano individuato i corpi dei suoi cari. Si buttò per terra, in mezzo al fango, e urlò un "No" così disperato e fragoroso che fece eco nel silenzio del disastro, dopo s'accasciò nella melma, si risvegliò in un letto d'ospedale.
   Visse lontana dal mondo per un lungo periodo, in quell'ospedale la tennero in cura e le assegnarono una piccola stanzetta che divideva con il medico di turno, era la stessa che le toccava quando la sua vita era normale ed esercitava la professione.
   "Basta!" Che noia questo film, non potevi scegliere un altro DVD? Siamo già afflitti dai nostri problemi, dobbiamo farci carico di quelli del regista e dello sceneggiatore; perché per me chi scrive storie così e le mette in scena non è tanto normale."
   "Ma, Carlo!" esclamò la donna "Il film, come un buon libro, manda un messaggio, sta a noi coglierlo per riflettere e migliorare le cose. Vedi per quanto riguarda il film che tratta una storia vera, io penso che quel disastro non sarebbe accaduto se la collina non fosse stata vittima della costruzione selvaggia degli anni settanta, il disboscamento lascia via libera alle frane. Spero che quella dottoressa abbia ripreso a vivere.”
   Giovanna entrò in ospedale, non era più il suo, quello del paese: dopo la sua ripresa interiore s'era trasferita in Africa e faceva parte dell'organizzazione Medici senza Frontiere. Aveva dato il suo manoscritto, riguardante la storia della sua vita, a un aspirante regista che aveva realizzato il film inserendo scene vere che lui stesso aveva fotografato: anche la sua famiglia era stata portata via dalla frana. Egli era un volontario che  combatteva, come lei, contro la disperazione e il dolore della vita sconvolta dall'alluvione. Entrambi avevano preso la destinazione Africa per mettersi al servizio dei bambini africani affetti da infezioni gastro-intestinali causate dalla mancanza d’acqua, servizi igienici e ripari. In quel clima ove si combatte per la sopravvivenza al limite dell’impossibile, le azioni umanitarie ridanno speranza alla popolazione del luogo e i medici impegnati nell’assistenza lasciano alle spalle il loro vissuto, per donarsi totalmente a chi vive in condizioni lontane dal nostro immaginario.
   Il mantello paesaggistico delle loro radici era solo un ricordo per Giovanna e il nuovo amico, ora le distese del territorio africano, che si tingeva della luminosità del cielo, accompagnavano la loro umanità, unico scopo della nuova vita.

venerdì 9 novembre 2012

Curiosità


                                                     

   L’essere umano, sin dopo i primi mesi di vita, sviluppa qualità sensoriali che gli permetteranno l’accrescimento cognitivo. I bambini con normali capacità mentali dimostreranno interesse per il mondo che li circonda e i loro occhi frugheranno alla ricerca della conoscenza. Crescendo i piccoli individui potenzieranno quel desiderio, indagando e interessandosi ad ogni cosa; faranno ricerche e domande che saranno poi sempre più insistenti: il mondo dei “perché” sarà in cima ai loro pensieri. Più il bambino sarà curioso, più cercherà, scruterà, esplorerà; un bambino intelligente e reattivo mostrerà tutti questi comportamenti che rafforzeranno la sua naturale intelligenza.   
   Il giovane individuo nasce e cresce con qualità e tendenze benevoli, saranno i futuri percorsi a migliorare o a deteriorare quelle qualità. Un adulto curioso, nel corso della sua vita, farà progressi in vari campi e varie discipline, si approccerà al mondo con la sua sete di conoscenza che lo porterà a fare scoperte utili non solo per se stesso. La sua sarà, quindi, una curiosità esplorativa con effetto a catena: altre curiosità nasceranno e prolificheranno tutte a vantaggio dell’umanità.
   Un individuo curioso sarà un ottimo ricercatore, uno scienziato, un investigatore, un uomo alla ricerca della verità e della purezza delle cose, tutti sentimenti utili e nobili che animeranno la sana curiosità.
   Esiste un’altra faccia della medaglia: come sempre l’uomo non si accontenta e intorbidisce i desideri creativi vantaggiosi per il genere umano. Mi riferisco alla curiosità che indaga nell’esistenza umana, che scava nelle sue intimità, che non si ferma dinanzi a nulla e usa qualunque mezzo per farsi gli affari altrui. E’ una curiosità distruttiva capace di ferire e mettere alla berlina un qualunque individuo per motivi disparati e logici secondo il curioso, animato solo dalla sete diffamatrice.
   Ma la curiosità malevola non si ferma solo a queste mire, vi è la curiosità di stampa, degli organi d’informazione via etere e di tutto quel complesso di persone che s’impegnano, per appagare la sete della curiosità pubblica nel caso di tragedie familiari. Curiosità che affonda il suo desiderio nelle ferite delle famiglie costrette a subire gli attacchi curiosi che accentuano e alimentano il fuoco della loro sofferenza.
   Riflettori puntati sul teatro della tragedia, come fosse una fiction romanzata; uno sceneggiato reale da vivere non solo sullo schermo ma anche sul luogo dell’accaduto per sperimentare emozioni diverse. Quindi cosa c’è di meglio, se non organizzare tour di massa per giungere in quel luogo e scrutare la via, la casa, il tale cancello: nei luoghi sinistri è più appagante, ha un sapore emozionante, e a tal riguardo ricordo il caso di Avetrana.
   Se un adulto decide di vivere forti emozioni che lo faccia pure, ma lasci a casa i bambini: a loro serve la curiosità costruttiva che migliori il mondo. E’ vero che l’organo d’informazione ci parla insistentemente di quelle vicende dolorose e la televisione è ormai un membro familiare, ma è altrettanto vero che un genitore può fornire quelle spiegazioni giuste che non condizionano il bambino e gli fanno comprendere che esiste anche il male: il recarsi sui luoghi omicidi forse alimenta inconsciamente nell’animo un desiderio d’emulazione. E se anche il genitore decidesse di spegnere l'apparecchio televisivo, il bambino comunque ne sarebbe informato da altri, per cui sono per una spiegazione all'interno della propria famiglia, un dialogo costruttivo che presenta la vita nelle sue sfaccettature: chiudersi in una campana non giova, rende fragili e insicuri.

lunedì 5 novembre 2012

L'uomo che sussurra ai leoni

                                       

   L'uomo che sussurra ai leoni, essere in contatto ravvicinato con loro, gli animali feroci, e uscirne indenne ed appagato.
   Stavo seguendo ieri un programma che m'interessa per la qualità dei servizi, è una trasmissione come ormai ce ne sono poche: scevra da volgarità e con un occhio sul mondo. E' una sorta di documentario supportato da una voce narrante che descrive i luoghi della terra, i commenti non sono mai banali e quando si tratta di viaggi realmente compiuti il commentatore con la sua voce sostituisce il viaggiatore e in prima persona descrive le sue emozioni e sensazioni. Il programma non si occupa solo di viaggi ma presenta argomenti interessanti riguardanti la natura e tutto il suo insieme. Ebbene è stato ospite un giovane uomo di trentotto anni, Kevin Richardson, che dall'età di cinque anni ha manifestato il suo amore per gli animali divenendo zoologo in età adulta. Egli è del Sud Africa e dopo varie difficoltà ha ottenuto la direzione di un Parco riservato ai leoni. Questi felini sono a rischio estinzione e Richardson si prodiga nella tutela dei leoni, vive con loro e li tratta come esseri umani bisognosi d'affetto e cure. I leoni sono altrettanto teneri con lui e gli riservano coccole affettuose come fossero creature umane. Il segreto di questo feeling è il paziente amore di Kevin, la disponibilità e l'intuito, egli è in grado di comprendere quando non è desiderato nel recinto e quando invece può anche dormire insieme ai felini. Lui sostiene che gli animali non sono cattivi e che bisogna interpretare il loro pensiero; la bestia con la sua sensibilità percepisce le buone intenzioni dell'uomo e sa se l'uomo vuole stabilire un rapporto d'amicizia e rispetto, ossia non intende essere un predatore. Kevin è stato denominato l'uomo che sussurra ai leoni e in effetti egli parla con loro, si stringe a loro mormorando parole e comprende il loro linguaggio, sembra inverosimile ma è tutto reale.
   Ho visto nello sguardo di Kevin una dolcezza e tenerezza davvero sorprendente, non un attimo di sgomento ma tanta serenità. Vi sono passioni nella vita difficili da comprendere e sinceramente l'idea che un grosso felino possa essere mio amico non rientra nel mio immaginario, ma per Kevin sì e considerando la cattiveria umana, credo che lui abbia ragione nel sostenere che l'animale, considerato feroce, lo diventa solo quando si sente attaccato e l'uomo sa come essere molto pericoloso e crudele.


 
 

martedì 30 ottobre 2012

Nube nera


                                                                         
   


   Una nube nera si delineava all’orizzonte, Federica aveva passato una notte insonne e quel cielo velato le incupiva l’anima. Stancamente si sedette sulla sua poltrona preferita e si lasciò andare ai ricordi.
   Era tanto giovane e pregna di belle speranze: tutto le sorrideva. I genitori la riempivano di attenzioni, profitto scolastico eccellente e amici speciali. L’intero mondo era fra le sue mani, ogni nuovo giorno era come un annuncio felice da vivere nella sua pienezza.
   “Mamma, oggi pranzo da Simona, non aspettarmi! Salutami papino, quando si sveglia!” e si avviò scendendo le scale a perdifiato: non vedeva l’ora di giungere a casa dell’amica.
   Oggi andiamo a fare shopping, poi ci aspettano quei due ragazzi simpatici, chissà che non s'innamorino di noi, a me piace il ragazzo moro, è bellissimo! – meditava così Federica, mentre camminava allegramente lungo il tragitto che la separava da casa di Simona, la sua amica del cuore.
   Con il fiato in gola suonò ripetutamente alla porta della sua compagna: aveva fretta doveva confidarle tutti i suoi propositi. Simona era un tantino pigra e bisognava stimolarla ogni volta, ma a lei piaceva così, in fin dei conti era contenta di condurre il gioco.
   Pigiò il campanello più volte, ma nessuno le apriva.
   Si affacciò una vicina.
   “Chi cerchi?” chiese la donna “No, non c’è nessuno! La poverina è in ospedale.” rispose mestamente.
   Federica ripercorse a ritroso il tratto di strada, la clinica non era distante, nel loro quartiere era sorto da qualche tempo un mega ospedale all’avanguardia.
   Entrò in camera e scorse sul lettino la sua amica dal volto cadaverico e sofferente.
   “Simona!” sibilò preoccupata, dopo essersi accostata “Cosa ti è successo? Perché sei qui? Ieri eri in perfetta forma, abbiamo preso accordi per oggi, non capisco!”     
   “Te lo dico io cosa è successo!”esordì furente la madre dell’amica. “Il tuo papino, il tuo adorabile padre perfetto, violentava mia figlia da mesi, e stamane Simona gli ha detto chiaro e tondo che l’avrebbe rivelato a tutti, che le sue minacce non le facevano più paura e lui l’ha ridotta così! Io l’ho denunciato quel maiale!”
   L’esistenza le crollò addosso, si sgretolarono le sue certezze e il mondo le apparve ostile e malvagio. Lo sbigottimento lasciò il posto alla rabbia furente che s’impossessò di lei, non ebbe la forza di restare lì, si sentì sporca per quel padre schifoso che le era toccato come genitore.
   “L’hanno arrestato!” disse fra le lacrime sua madre “Un uomo così perbene, un marito adorabile. Si saranno sbagliati. Dovevi vederlo, l’hanno buttato giù dal letto, non ha parlato!”
   “Mamma, dobbiamo andar via da questo posto, la gente ci guarderà storto. Papà è uno stupratore!” si seppe in seguito che aveva violentato altre due ragazze, le quali si fecero vive dopo quella circostanza.
   Quanti anni erano trascorsi? Sua madre era vissuta con lei che aveva trovato lavoro dapprima come cassiera in un supermercato e poi come responsabile in una catena di alimentari. Si era guadagnata la stima della gente, in quella città ai confini del suo stato nessuno conosceva il fattaccio. La madre di Federica era morta dopo pochi anni di crepacuore e lei viveva solo per il lavoro e la solidarietà: durante il tempo libero si dedicava all’assistenza degli anziani senza famiglia.
   “Marcello, ti ho portato un brodo caldo, vediamo se ti vien voglia di mangiare?” annunciò allegramente Federica, a quell’anziano triste e solo. “Raccontami di te, perché non abbozzi mai un sorriso? E’ il tuo volto la causa dei tuoi problemi?”
   “La mia faccia si è sfigurata durante un incidente d’auto.” rispose pacatamente “Ho perso la felicità, non per la disgrazia dalla quale sono uscito vivo, ma per non aver avuto la forza di difendermi quando avrei dovuto.”
   “Da cosa, Marcello? Ora siamo amici, a me puoi dirlo.” esortò Federica comprensiva. Quell’uomo le suscitava sentimenti buoni.
   “Non posso, ti perderei!”
   “Quando ti sentirai pronto, io ci sarò.” comunicò lei in amicizia.
   Quella nube si allontanò e rischiarò il cielo, era domenica doveva andare da Marcello. Gli avrebbe chiesto di venire a pranzo da lei, il calore di un’altra casa forse l’avrebbe rallegrato e chissà si sarebbe confidato; lei dimenticava le sue tristezze quando faceva del bene.
   Suonò a quella porta, suonò ancora.
   Che strano – pensò – è tutto come quel giorno lontano.
   Nessuno le apriva, sentiva uno strano presagio. Ci pensarono i vigili chiamati da lei, sfondarono la porta e trovarono Marcello esanime riverso sul tappeto; stringeva una lettera fra le mani, in calce una postilla “PER FEDERICA” .
  
   “Io non ho mai violentato nessuna. Sono stato accusato ingiustamente e l’infamia mi ha ucciso.
    A quel disonore se ne aggiunse altro e non mi difesi, chi mi avrebbe creduto?
    Tutto era contro di me. Avevo una sola colpa quella di non aver parlato.
    La tua amica inscenò ogni cosa, si era infatuata di me ed era gelosa della tua felicità.
   Mi perseguitava, diceva che avrebbe sempre asserito il falso.
   Le altre ragazze furono indotte da lei, sperava che cedessi al suo amore.
   Quando siete scomparse tu e tua madre, lei sperava ancora.
   Ho espiato una colpa non mia.
   Dopo sono vissuto solo, ma il Signore ti ha rimesso sulla mia strada.
   Io ti ho sempre …”

“Oh, papino!” e scoppiò in un pianto disperato.   

giovedì 25 ottobre 2012

Corsi e ricorsi

            

   Ormai siamo alle strette, pian piano ogni cosa sta morendo, ieri c'era ed oggi non c'è più. Ti guardi intorno e scorgi ancora qualcosa e la osservi: ti piace, sai che c'è, ma domani? Che incertezza il domani: l'orizzonte diviene sempre più oscuro, langue e non ce la fa a mostrare il suo volto. 
   Difficile l'esistenza, difficile per chi ha sempre creduto, sempre lottato e guadagnato ciò che s'era conquistato. Faceva progetti il lui vissuto nella rettitudine, sapeva che vi erano coloro che s'approvvigionavano di false referenze, di lasciti misteriosi, di beneamate concessioni, ma sempre il lui tutto prodigo d'onestà e impegno, non pensava mai che avrebbero tolto anche a chi spremeva le sue intelligenti meningi e a chi adoperava i suoi muscoli vogliosi di fatica. Come dire so, ma mi lasciano vivere; so, perché è da tanto che subodoravo, ma mi lasciano campare nella mia onestà. Ora quel mi lasciano vivere dov'è? 
   E l'orizzonte è sempre più lontano, lo scrutiamo ma non riusciamo a scorgerlo. Il giorno dopo ti alzi e t'accorgi che chi riusciva a vivere, è condannato alla morte lenta perché ha perso la sua dignità, il lavoro sancito dalla costituzione come diritto non è più un suo privilegio. E chi ha impegnato il fiore della sua intelligenza non sa da che parte farla fiorire e medita, medita altri orizzonti: obtorto collo deve rinunciare alle sue radici. E la rabbia sale, sale dal basso sino in cima e corrode, esplode. Oddio perché chi ha già e tanto, allunga le sue mani alla ricerca di altro ancora? 
   "L'avessi io il suo reddito." dice il lui privato della sua dignità "Ci farei campare la mia famiglia, quella di un altro e avrei un bel gruzzolo come fondo spese. Ma che dico farei anche beneficenza."  Perché, perché, si chiede l'onesto lavoratore. Perché, perché si chiede il talentuoso, grande studioso. Perché, perché, si chiedono coloro che hanno dato l'anima, se stessi; se lo chiedono anche quelli che non ci sono più e che hanno versato sangue glorioso, vorrebbero risorgere per dar man forte a tutti i perseguitati, a tutti i vilipesi, a tutti quelli che piangono lacrime prive di sapidità, vorrebbero cacciar via tutti gli insaziabili che con la loro avidità hanno sminuito il progresso.
   Poi... sempre il lui tradito, il lui privato della sua dignità, osserva il nuovo giorno e il sole sempre più fulgido, quel sole gli riscalda il cuore, gli annebbia la vista con il suo cocente splendore. Lo osserva ancora e lo ama nuovamente, quasi quasi aveva smesso di guardarlo. Lo osserva e sente che sarà quel sole a fargli riavere il suo orizzonte: lui non deve gettare la spugna annullandosi, come hanno fatto in tanti privandosi della vita, lui darà filo da torcere a quei famelici divoratori. La storia è fatta di corsi e ricorsi e il regresso, anche se lentamente, diverrà un ricordo! 

domenica 21 ottobre 2012

La vita


                                                                                          


   La vita… mi soffermo a riflettere su questa parola che a prima vista sembrerebbe fatta di poche pretese, soltanto due sillabe, di facile lettura e dal significato comprensibile, ma il concetto intrinseco del suo lemma è talmente profondo che non ci sono altri vocaboli di uguale importanza.   
   Se esaminiamo questa parola, come per tutte le altre, i significati sono molteplici secondo la collocazione nella frase, per cui c’è la vita come esistenza di un nuovo organismo umano, animale e vegetale, ma anche vita nel senso più ampio che indica il modo di condurre l’esistenza, di donarla a fin di bene, di perderla a causa della morte e poi il costo della vita, una vita grama, una conversazione senza vita e tanto ancora.       Quindi vita , uguale nascita in tutti i sensi sia sociali, lavorativi, materiali, economici, ambientali, morali.
   La vita intesa come procreazione di un proprio simile è il significato più alto, ma essa è donata a volte senza la consapevolezza dell’importanza. Quella vita può scaturire da un momento di piacere voluto e desiderato, ossia da un atto d’amore, e in altre occasioni da un atto di violenza o da un amplesso che non cercava il concepimento.
   Quando la vita nasce dalla coppia bramosa della continuità, ha il volto della gioia e della riconoscenza, ma negli altri casi la futura vita non avrà una facile esistenza, sarà un relitto abbandonato alle onde impetuose in uno sballottio dall’approdo incerto e sofferto.
   Colui che viene al mondo per scelta, anche essendo stato desiderato, avrà comunque l’incertezza nel suo futuro, tutto dipenderà dalla sua famiglia: genitori responsabili ed amorevoli penseranno alla sua crescita non solo fisica e gli doneranno un clima sereno, sani valori e regole di vita, nonché comportamenti corretti ai quali ispirarsi, tutto condito con amore formativo.       
   Poi ci sono genitori che quantunque abbiano desiderato dare nuova vita, non ne capiscono l’importanza, vedono nel minuscolo essere un giocattolo senz’anima sul quale esercitare superficialità, indifferenza, glaciale comportamento, disciplina ferrea e nei casi limiti anche prepotenza, violenza, ferocia, cattiveria, stessa sorte subita dalle nuove vite abbandonate o affidate al loro destino che il più delle volte è costellato da sofferenze.
   Come ha detto un Grande (Tagore): “la vita non è che la continua meraviglia di esistere”, facciamo che questa meraviglia sia onorata dall’apprezzamento, che sia cercata con la consapevolezza dell’importanza, come fanno tanti che lottano, s’impegnano, si sacrificano in nome di essa: una vita non si distrugge, ma si AMA.
   E poi? All’improvviso per un destino crudele quella vita, tanto amata, per la quale ci siamo prodigati, viene strappata da un incidente che non sempre avviene per superficialità della stessa vittima: vi sono casi in cui  il malcapitato resta coinvolto in frangenti improvvisi non voluti, non cercati, come ad esempio chi viene investito mentre sta attraversando o semplicemente passando di lì in quel determinato momento; tutte circostanze che strappano la vita e lasciano i congiunti della vittima a vivere un dramma doloroso.
   E poi? Vivere una storia d’amore e non sapere che potrebbe avere un epilogo tragico, vittima per amore. Essere vittime a diciassette anni, perdere la vita in difesa della persona bersaglio dell’assurda follia.
   E poi? Perdere la vita per troppo amore. Chiedere semplicemente di prendere una decisione, di scegliere e  giungere all’esasperazione, ponendo un out-out.
    Difficile l’esistenza, difficile la continuità!  Del resto far parte della meraviglia che si perpetua, nonostante tutto, non ha certezze; mi spiace tanto per chi piange i suoi cari vittime innocenti di un assurdo destino.   

mercoledì 17 ottobre 2012

Figli contesi

   Un argomento che in questi giorni è sulla bocca di molti, il caso del bambino conteso.
   "Salviamo almeno i bambini dalle piccolezze umane devastatrici, salviamoli perché essi rappresentano il nostro futuro. Bisogna farsi guidare dall'amore e non dall'odio!"
   Questo è il mio sintetico pensiero al riguardo, "qui" una mia riflessione di più ampio respiro.

venerdì 12 ottobre 2012

Guarda, c'è Platone in tv!

                                    

   Mi hanno regalato un libro di narrativa che tratta di filosofia. In chiave ironica vengono presentati i sommi maestri della filosofia, i filosofi antichi; in quarta di copertina è scritto: "Altamente istruttivo e altamente divertente, questo è un libro di etica narrata. Una cosa nuova sul mercato delle idee. Una cosa di cui si sente sempre più il bisogno..."
   Innamorarsi e restarne soggiogati, nella vita vi sono vari innamoramenti e non solo di tipo sentimentale: l'autrice dopo aver letto "Storia della filosofia greca", libro scritto da Luciano De Crescenzo, al quale dedica un particolare ringraziamento, subisce un colpo di fulmine filosofico. Ma l'innamoramento nasce in lei sin dalle scuole elementari è lì che il seme radica con la conoscenza di Pitagora, in seguito amerà Platone per il "Simposio", Aristotele per il principio di non contraddizione, Epicuro per la concezione dell'amicizia e Cartesio per il cogito. Lei dice che senza di loro la sua vita sarebbe stata vuota.
   Giovanna Zucca, è un'infermiera e lavora come strumentista e aiuto anestesista; è laureata in filosofia e tiene parecchi seminari. Avete già avuto modo di conoscerla, attraverso la mia presentazione del suo libro d'esordio "Mani calde" che tratta la storia di un bimbo scampato alla morte dopo il coma. Questo libro è la libera rielaborazione della sua tesi di laurea e nella parte conclusiva, dedicata ai ringraziamenti, l'autrice con umorismo si addossa ogni responsabilità della sua eventuale "cialtroneria intellettuale" (queste sono le sue precise parole).
   La narrazione comincia con alcune righe tratte dal Parmenide di Platone: "Zenone, che cosa vuoi dire? Che se la realtà è molteplice, i molti devono essere insieme simili e dissimili, ma questo è impossibile, perché le cose dissimili non sono simili, né quelle dissimili?..."
   Siamo a casa di Giovanna che con tanta buona volontà tenta di leggere il Parmenide, fa molto caldo e la concentrazione è  scarsa, le disquisizioni filosofiche fra Socrate e Zenone sono astruse e incomprensibili, l'ontologia è difficile da apprendere.
   La scena si sposta a casa di una famiglia romana, stessa serata calda, in televisione un evento importante, una serata speciale di "Porta a Porta" con ospiti illustri, i mitici maestri della filosofia chiamati lì per discutere il tema della virtù come bene comune. Si parla di un evento straordinario con collegamenti satellitari, seduti in studio ci sono già il "divino" Platone, Aristotele di Stagira ed Epicuro di Samo; seduti tra il pubblico altri illustri maestri contemporanei, Gianni Vattimo, Massimo Cacciari e Luciano De Crescenzo. La famiglia romana, come tante altre, ha il televisore acceso, lo speciale di Vespa incuriosisce il signor Nando che richiama sua moglie Grazia; sopraggiungono in un secondo momento la fidanzata del figlio ed in seguito il ragazzo. I coniugi romani, a digiuno totale di filosofia, attraverso le spiegazioni della ragazza s'incuriosiscono e decidono di seguire il programma con molto interesse anche per imparare qualcosa. La signora Grazia comprende che gli argomenti filosofici riguardano la quotidianità e che la filosofia aiuta nella comprensione degli stessi.
   La scena si sposta, poi, in Sicilia, un professore di filosofia in pensione  non crede ai suoi occhi quando vede sul palcoscenico di "Porta a Porta" i sommi maestri; finalmente trattano la sua amata materia insegnata con fervente passione; crede che il tutto sia un artifizio metafisico e si irrita soltanto quando scorge De Crescenzo seduto tra il pubblico. Entrambe le situazioni sono narrate nell'idioma di appartenenza, infatti i dialoghi sono in perfetto romanesco e in perfetto siciliano.
   I filosofi durante la trasmissione sciorinano acuti pensieri  e disquisiscono sul valore della virtù, si scatena una diatriba che porta i telespettatori a comprendere meglio gli avvenimenti contemporanei alla luce della filosofia antica. Vespa ha molta difficoltà a condurre il programma, il tutto sembra sfuggirgli di mano e spera di placare i sommi maestri con l'ultimo ospite: durante la puntata una poltrona è rimasta vuota, si attende il Grande Cartesio, che involontariamente è stato dirottato altrove.
   Questo è un libro non solo etico, ma anche pedagogico: trattare un argomento importante, sotto forma di narrazione, è particolarmente adatto per coloro che necessitano di un approccio ad una materia che migliora il modo di pensare e di ragionare sull'esistenza nella sua totalità. Tutti noi ci chiediamo il senso delle cose e perché esistiamo, e questa è "Filosofia"; Giovanna Zucca si pone come obiettivo insegnare la filosofia dei Grandi, ossia l'amore per il sapere.

mercoledì 3 ottobre 2012

Pura realtà

              

   So che è arrivato, è in compagnia della sua famiglia, la moglie e il giovane figlio; so che c'è e non nascondo ai miei la curiosità di conoscerlo. Non è il Presidente della Repubblica, né tanto meno un'illustre persona, ma è uno che facendosi da sé e sfidando la sorte occupa ora un posto di prestigio e il che non è poco.
   Entro con aria di circospezione e mi accorgo subito del nuovo arrivato, dopo i convenevoli e le presentazioni di rito mi accomodo ad una poltroncina in giardino; lui abbastanza informale prende posto di fronte a me, ha un sorriso bonario e sincero, un tipo qualunque mi dico. La conversazione prende quota, così semplicemente: a volte ci immaginiamo delle complicazioni che finiscono poi per dissolversi come bolle di sapone.
   Mi guarda e mi dice: "Ti racconterò la storia della mia vita, sembra una favola, ma è la realtà."
   Sono nato in un paesino che ancora oggi non offre risorse ai suoi abitanti, quella vita mi stava troppo stretta e desideravo realizzarmi, allora partii allo sbaraglio, in tasca avevo solo centomila lire ricevute da mia nonna. Raggiunsi la metropoli per eccellenza e mi adattai a fare lavoretti d'ogni genere, la voglia non mi mancava e il desiderio di farcela era più forte d'ogni cosa. Vissi un lungo periodo di privazioni, di adattamenti, di sopportazioni e di umiliazioni; mio padre venne a trovarmi e quando comprese, mi consigliò di mollare tutto e di tornare al paesello. Io non lo ascoltai e continuai a cercare la mia strada. Il caso volle che potessi essere assunto come cameriere in un noto ristorante della città, meta di uomini che contano nel mondo della finanza, dello spettacolo, della moda. Ero socievole e disinvolto, sapevo come servire ai tavoli con classe e savoir faire  e quando una mattina due uomini ben vestiti chiesero chi avesse servito la sera prima il "dottore", io mi feci avanti con molta naturalezza, mentre i colleghi intimoriti s'inabissarono nelle cucine. Mi fu chiesto: "Lei sa chi ha servito ieri sera?" risposi di no e da quel momento cominciò la mia avventura.
   Il "Dottore" che chiamavano tutti così per il titolo ben meritato, sia per cultura che per importanza, mi volle al suo servizio e lo osservai veramente quando attraverso la vetrata del suo studio mi fece cenno di avvicinarmi; lo osservai quella famosa mattina in cui le sue guardie del corpo mi condussero alla villa in Rolls-Royce. Divenni il suo uomo di fiducia, in breve tempo mi occupai dell'amministrazione del suo impero e imparai il mestiere di organizzatore di grandi eventi; il mio nome divenne importante e conosciuto, ma soprattutto stimato. Restai al suo servizio per un decennio e quando egli morì per cause poco chiare, nonostante la moglie volesse che io continuassi a dirigere il tutto, feci l'organizzatore grandi eventi per uno stilista di fama mondiale, poi di un altro ancora, sinché non fui notato da un imprenditore molto noto che, dopo avermi fatto frequentare un corso formativo di sei mesi, mi nominò suo uomo di fiducia e Personal Coach aziendale. In direzione, attualmente, sono all'ultimo piano nella stanza del capo e quando al mattino varco l'ingresso e prendo l'ascensore per salire in alto, penso costantemente che la vita è fatta di incontri giusti e di tanto impegno, nonché di voglia d'emergere e, nel mio caso, di tanta onestà. Io non sono mai sceso a compressi, conosco segreti che tanti farebbero carte false per venirne in possesso, in passato mi hanno anche fatto delle offerte, ma ho sempre osservato la mia etica, quella che ho ricevuto in dono da mio padre ed è quella che conta più del denaro. Chi mi ha assunto, di volta in volta, sapeva che di me si poteva fidare e che continuerà a fidarsi. Loro, i personaggi molto in vista, senza uno staff alle spalle non potrebbero muoversi ed io sono colui che tiene in piedi lo staff; come abbia imparato a farlo ancora non so.
   Sono senza parole e gli dico: "La tua storia farebbe veramente gola a molti, i personaggi da te nominati sono molto in vista, ma se tu lo facessi non avresti più sul volto quel sorriso sereno."
   "Proprio così!" mi risponde, allora molto semplicemente si alza e si appresta a dare una mano nell'apparecchiare la tavola: è ora di cena e la serata al fresco in giardino ha stuzzicato l'appetito.

giovedì 27 settembre 2012

Il Camminante

      

   Un Incontro Nazionale politico, premetto che non ho mai partecipato in passato a tali manifestazioni, un incontro con una tre giorni di spunti riflessivi inframmezzati da una serata dedicata ad una rappresentazione teatrale e da un'altra impastata di satira politica davvero interessante per la qualità dell'intervento.  La rappresentazione teatrale si è svolta con un monologo interpretato da un bravissimo giovane attore, il cui regista ha messo in scena uno spettacolo che ha preso il via l'anno scorso in memoria di un attivista poeta "Arturo Giovannitti", noto a noi per il Premio Nazionale di poesia a lui dedicato. La storia, di quest'uomo di cultura, accadde in un contesto socio-economico simile ai giorni nostri: dopo un secolo, l'evoluzione dello scorrere del tempo non ha cambiato le cose e il lavoratore continua ad essere sfruttato e a combattere il disagio della crisi. 
   Giovannitti, anche appartenendo ad una famiglia benestante, fu dalla parte dei più deboli, degli ultimi diremmo e si impegnò nelle lotte operaie. I genitori a tale scopo per allontanarlo, all'età di diciassette anni lo inviarono in America dove completò gli studi umanistici intrapresi in Italia. Giovannitti oltre oceano partecipò ugualmente alle lotte operaie, aderì alla Federazione Socialista Italiana e in seguito al Sindacato Rivoluzionario; fu editore e grande oratore in difesa degli operai. Durante uno sciopero fu uccisa una sedicenne operaia tessile e lui, assieme ad altri due organizzatori, fu ritenuto responsabile dell'accaduto, venne processato e poi prosciolto: riuscì a convincere la giuria fornendo un'accalorata autodifesa, un monologo in perfetto inglese passato alla storia come un inno di civiltà che esaltava le lotte lavoratrici. 
   La rappresentazione teatrale è intitolata "l'Autodafè del Camminante" ed è tratta da "The Walker" (il Camminante), scritto da Giovannitti durante i mesi di permanenza in carcere. La recita comincia con il rumore dei passi sopra la testa dell'unico interprete, rumore di tacchi pesanti che scandiscono il tempo come una goccia insinuante e penetrante che ricorda il luogo e l'accusa ingiusta. 
   In difesa dell'intellettuale si mossero le associazioni di mezzo  mondo, ma fu con la sua celebre oratoria che convinse la giuria, infatti nel monologo verso le ultime battute Giovannitti sottolineò l'importanza della cultura, dicendo: "Se non avessi avuto cultura, non avrei potuto difendermi allo stesso modo."
   Giovannitti continuò a impegnarsi nelle lotte operaie e successivamente si adoperò per la causa di Sacco e Vanzetti, due lavoratori anarchici ingiustamente accusati e purtroppo finiti ugualmente sulla sedia elettrica. 
   Perché mi ha colpito quest'intervento culturale? Primo per la bravura dell'attore e secondo per la storia facilmente rapportabile ai giorni nostri, infatti il regista nell'intervento iniziale ha sottolineato la similitudine con l'attuale momento di crisi e sfruttamento dei lavoratori. Ancora una volta l'uomo non impara dai suoi stessi errori: la storia si ripete. 
   A quell'epoca giunse la crisi del '29, poi la seconda guerra mondiale e dopo circa vent'anni si poté assaporare il benessere, ora quanto dovremmo attendere? L'uomo crea, ma disfa a velocità supersonica. Il titolo dell'opera lo trovo così allusivo: ne abbiamo di passi da compiere! 

mercoledì 19 settembre 2012

Patologia affettiva


            

   "Ma dai cosa vai a pensare, diamine non cambi mai!"
   Si alzò di botto, si dette una sbirciatina allo specchio: a quella non avrebbe mai rinunciato, l'immagine, la cura dell'insieme di una persona erano essenziali per lui; aveva portato avanti una professione proprio per quella cura estetica dei particolari  e constatò che era piuttosto gradevole, allora uscì di casa in tutta fretta, così come era entrato. Paola, sua madre, lo conosceva, sapeva che sarebbe tornato; lei quando gli insinuava il dubbio e gli comunicava una notizia, inizialmente otteneva un effetto di incredulità, poi Dario ci ripensava e tornava concludendo che in definitiva doveva esserci un fondo di verità. Paola sapeva che anche questa volta il suo bel figliolo sarebbe tornato molto presto, anzi prestissimo.
   Fuori cominciò a sibilare un vento gelido, non c'era prima, e Dario si urtò per quel cambiamento climatico, gli scompigliava i bei capelli brizzolati; aveva quarant'anni ed erano spuntati i primi fili grigi da un bel po', servivano a conferirgli un fascino maggiore. Era un single ostinato e per ovvie ragioni non gli importava: si godeva la vita. Il lavoro nel mondo della moda, era il curatore delle sfilate più importanti, lo metteva in contatto con donne di ogni bellezza; non gli interessavano le modelle, troppo giovani e troppo secche, questo diceva; il corpo femminile doveva essere per lui in carne, rigoglioso e maturo quanto lui. In quel mondo, comunque, fare incontri non era difficile, la moda attrae molte donne, per cui ogni sfilata lo portava a intraprendere nuove conoscenze o a rinsaldare le precedenti; quando intraprendeva una nuova relazione, interrompeva le antecedenti, detestava la promiscuità sentimentale ed esigeva lo stesso dalla sua patner. 
   Dario cominciò ad infastidirsi seriamente per quel vento, aveva lasciato l'auto parecchio distante: quel giorno aveva sentito il bisogno di fare quattro passi in più; la casa della madre era dal lato mare di quella cittadina che si era sviluppata più a ridosso della collina, erano rimaste solo le vecchie dimore affacciate sul lungomare; sua madre aveva preferito abitare da quel versante per respirarne lo iodio: era una marinaia mancata. Dario ricordava ancora le traversate in barca a vela quando, da piccino, Paola lo conduceva con sé durante le sue imprese folli; ma sua madre era così, essendosi separata dal marito, che aveva preferito stabilirsi in Sud America, le decisioni le prendeva da sola e nessuno le teneva testa, tanto meno i suoi nonni che non avevano voce in capitolo. 
   Dario si fermò un attimo, si appoggiò alla balaustra del muretto affacciato sul mare, osservò lo specchio d'acqua increspato dalle onde, a tratti scorse il fondale e le rocce ricoperte di alghe, la schiuma marina che ricopriva ogni cosa interruppe quella la visione e come in un flash lo riportò indietro di qualche anno, a quel giorno in cui, nonostante gli avvertimenti materni, gli crollò il mondo addosso.
   "Non tornare a casa, resta ancora un po' qui con me!" raccomandò Paola. Dario s'innervosì e sfoderò una serie di parole contrariate: quella madre l'aveva scocciato seriamente, non ce la faceva più, doveva mettere un freno a quell'intromissione nella sua vita. Si tirò con foga l'uscio della casa materna dietro le spalle e s'avviò a grandi passi verso la sua abitazione, verso il nido dell'amore, come l'aveva soprannominato la sua dolce Angela. Quanto l'amava! Doveva sposarla: lei era diversa dalle altre, lei era speciale; casa e lavoro, casa e amore per lui. Decise all'improvviso, doveva farle una sorpresa, di solito le telefonava: "Amore, sto arrivando." Questa volta no, voleva sorprenderla con un bouquet di girasoli, i suoi fiori preferiti. Immaginava già il suo bel sorriso, immaginava che poi sarebbero finiti a letto, immaginava e già la desiderava: mai donna lo aveva coinvolto così! Interruppe i suoi ricordi, ancora gli procuravano lacerazione al cuore, del resto, si disse, anche avesse dato ascolto alla madre, non avrebbe saputo, avrebbe portato avanti una storia improntata sull'ambiguità, e questo lui lo detestava. Forse avrebbe dovuto tener conto del fatto che Angela non era piaciuta da subito a sua madre che aveva espresso parere negativo: la ragazza non le sembrava sincera per via dei suoi occhi oscuri.
   Ma i ricordi dolorosi non si cancellano e Dario si rivide in quella camera da letto, alcova di un amore che credeva tale. Lei era sul loro talamo con uno sconosciuto, era avvinghiata e gli mormorava frasi di piacere. Li cacciò via e sprofondò in un'apatia pericolosa, sua madre lo trovò incredulo e molto irritato, occorse del tempo per riportarlo alla normalità.
   Seppe di un amico, di un caro amico che era in fase terminale; la notizia fu una doccia fredda che lo riportò in vita, si disse che lui aveva la salute e che c'era ancora tutto un mondo fuori che lo attendeva, ma mai più avrebbe annullato se stesso per amore anche dopo quella tremenda delusione. Ora non aveva una storia seria: non ne aveva più avute e allora perché la madre lo metteva in guardia?
   "Ma Dario non mi riferivo alle tue storie sentimentali, guardati le spalle dalla nuova arrivata, vuole scavalcarti e non ha un briciolo del tuo talento. Questa città non fa per te!"
   "Come fai ad essere così informata, dimmi come fai?"
   "Intuito materno, tutto qui!"
   Lui invece sentiva che si poteva fidare: ormai lo conoscevano, sapevano della sua professionalità. Era vero che quella volta Paola aveva subodorato la verità, ma non poteva essere sempre così, nonostante tutto, dopo essere risalito dalla china, lui credeva ancora nel genere umano. Se ci pensava, però, a sua madre non gliene andava mai bene una, intendeva di donne, come se avesse timore di essere accantonata. Dario rischiava di terminare la sua vita in solitudine, anche se questa volta riguardava il lavoro; comunque non credeva fosse, la tal Lorena, un'arrampicatrice sociale, lui era convinto che, per il fatto che fosse solo una donna, era vista da sua madre sotto una luce diversa.
   Lorena invece stava tessendo una tela ai danni di Dario, ormai credevano solo a lei e le proposte di lavoro si diradarono, quasi nessun stilista lo cercava più.
   "Te l'avevo detto." esordì Paola "Ma tu non mi credi. Dai, pianta tutto e andiamocene via da questo posto. Io ho già un acquirente della casa, tu ed io ci trasferiamo all'estero. Avrai altre chances ed io mi occuperò di te."    
   "Mamma questa è una faccenda che devo risolvere senza i tuoi consigli, non sono più il tuo bambino!"
   Dario l'aspettò all'uscita della sua abitazione, era furente; Lorena quando lo vide fece un cenno di assenso, non fu infastidita anzi sembrava quasi che non vedesse l'ora di parlargli.
   "Era ora!" esclamò "Ascolta, io in quattro e quattr'otto ti restituisco il tuo buon nome e restituisco anche quei soldi alla tua cara mammina. Sta a sentire, fila lontano, cambia aria, tua madre ti scava la fossa, ti vuole tutto per sé. Falla curare, caro collega."
   Il Central Park era molto frequentato quel pomeriggio, il polmone verde di New York era un'oasi irresistibile e Dario dopo la pausa lavoro vi faceva una capatina per ossigenarsi un po', prese il telefono e comunicò a Lorena che quella sera avrebbero fatto un salto nella Little Italy: aveva voglia di un piatto di spaghetti. La vita era davvero bellissima senza la "cara" madre troppo onnipresente.

   (Vi sono genitori che, per affetto morboso, impediscono la crescita interiore dei figli e vi sono figli che si lasciano condizionare.)