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martedì 11 febbraio 2014

Sindrome stagionale

                                  


   Le giornate si sono allungate, la luce pomeridiana ha bagliori lattiginosi che rischiarano l'atmosfera. Ogni giorno, qualche istante in più dona chiarore al buio invernale. Vi sono paesi nordici che vivono nell'oscurità per più di sei mesi l'anno, per ovviare a questo inconveniente installano specchi giganteschi che riflettono la luce artificiale sulle strade, una simulazione che tenta di sopperire alla mancanza dell'elemento vitale per molti esseri viventi. Non so voi, ma io non potrei vivere di illuminazione artificiale per metà anno. 
   C'è chi soffre di agorafobia o di claustrofobia, io forse ho l'acluofobia, termine greco che indica la fobia per l'oscurità. Ovvio che non sarebbe esattamente il mio caso: giro tranquillamente per le stanze al buio, ma la mancanza di luce naturale mi deprime, mentre mi ricarico sin dalle prime ore del giorno; infatti molto ironicamente mi definisco un animale diurno. 
   Questo è anche un handicap per chi ama scrivere, tanti scrittori aspettano la sera inoltrata o la notte per creare: il silenzio concilia l'ispirazione. Io, invece, anche avendo la mente ottenebrata da un riposo notturno non propriamente tranquillo, spesso mi ritrovo ad affrontare un sonno veglia, al mattino la luce naturale mi stimola come fosse un energetico mentale.  Comunque la sindrome stagionale ha i giorni contati: andiamo verso la primavera!

martedì 26 marzo 2013

E fu la luce


                                                                     


   “No! Dimmi che non è vero? Arrivo subito!”
   Era corsa a perdifiato: la sua auto si era ingolfata e a quell’ora di notte non c’erano mezzi in quel borgo abbandonato, un concentrato di poche anime. Una ventina di caseggiati sparsi sopra un’ampia collina scoscesa, dove si erano insediati i cittadini stanchi del caos urbano. Un villaggio che di notte assumeva le caratteristiche di una città presepe, per l’armoniosa disposizione delle sue case a mo’ di anfiteatro.  
   Nella fretta non aveva preso il cellulare e ora non le conveniva tornare indietro: la sua villetta era dalla parte opposta rispetto al posto dove si stava dirigendo, un bel tratto che si percorreva con quindici minuti di cammino fatti a passo veloce. La sua abitazione e quella dei genitori erano agli antipodi fra loro, le separava la campagna e un tratturo percorribile con la jeep. A quell’ora le convenne percorrere quel tratturo, lo fece con il fiato in gola e le vennero in mente tutte le volte in cui ci era passata, scherzando e giocando con il suo papà, quando le faceva vedere il gregge in transito che, durante l’inverno, si trasferiva al luogo mite. Quei belati e quell’odore erano nel suo cuore, sapeva che cambiava la stagione, non solo dagli alberi che si spogliavano, ma anche dalle bestie che per svernare si dirigevano altrove.
   Era buio pesto e le venne un certo timore: la campagna di notte non era rassicurante e nonostante il rapido passo, buttava un occhio ai cespugli. La pallida luna illuminava la vasta zona, infiltrandosi fra le fronde in riflessi perlacei. Scorse la traiettoria di un’ombra sinistra, una sagoma sinuosa. La paura crebbe accelerandole i battiti del cuore. Si sentì braccata e senza via d’uscita, non poteva neanche richiamare l’attenzione urlando richieste d’aiuto: non c’era nessuno e la prossima casa era ancora distante.
   Accelerò maggiormente il passo, una civetta stridette in uno sbattito d’ali che ruppe il silenzio, le volò sulla testa, fece giri concentrici come se volesse comunicarle un tragico evento. Si guardò le mani, erano libere: non aveva preso neanche la valigetta da medico. Quella telefonata l’aveva colta alla sprovvista, stava dormendo e la fretta d’accorrere l’aveva mandata in tilt. Un medico dovrebbe conservare il suo selfcontrol, ma erano i suoi genitori e con gli affetti le reazioni sono differenti.
   La porta di casa era aperta, l’interno era buio, ebbe paura: quella sagoma sinistra l’aveva seguita, se l’era portata appresso, come fosse stato il fantasma della morte che attende le sue prede. Cercò in tutte le stanze, dopo aver richiuso l’uscio. Invocò i suoi genitori, essi non risposero e d’improvviso si accese la luce e vide riverso sul divano esanime, un uomo che non era suo padre. Si avvicinò e notò prima d’ogni cosa la ferita sanguinante alla testa e lei si paralizzò. Era un medico legale, avrebbe dovuto conservare sangue freddo, invece il panico s’impadronì di lei, un buco allo stomaco e poi …
   Lo squillo del telefono la riportò alla realtà. Rispose a fatica con un pronto stentato.
   “Dottoressa, c’è un cadavere da esaminare!”
   “Arrivo subito!” Nonostante l’agitazione di quell’incubo si vestì alla svelta, oggi avrebbe effettuato la sua prima autopsia e non si sentiva per niente tranquilla. Le indagini lo richiedevano, andava smascherato il colpevole. La sera precedente s’era addormentata in ansia, temeva di non farcela e l’incubo le aveva dato ragione, ma lei aveva scelto quella professione specializzandosi in criminologia . Si ricordò le parole del suo maestro: “La prima volta, sarà dura, poi andrà sempre meglio; la giustizia non farebbe il suo lavoro senza di noi medici legali!” Senza indugi, indossò il camice, era pronta!
   Impugnò il bisturi, ma quello sbattito d’ali le ronzò nella testa, più forte, sempre più forte, un vortice la stava risucchiando e poi un paf.  
   “Amore, svegliati! Lo sciopero è terminato, oggi si ritorna a scuola!” mormorò Luca dolcemente.
   Federica si girò e, riaprendo gli occhi, riconobbe il suo ambiente. Schizzò dal letto, gettandosi fra le braccia del suo uomo. Tirò un sospiro di sollievo, mai la sua vita le parve così bella. Accantonò i problemi scolastici, le beghe con gli alunni, era così difficile insegnare, e disse:
   “Mai più un thriller dopo cena! Non uno, ma due sogni, un sogno nel sogno. Sai, caro, adoro fare l’insegnante!”
 
    

  
  
 
         

sabato 28 aprile 2012

Luce

                   


    La luce sorge al mattino presto, il buio precedente sembra già un ricordo. Il cuore s'inonda di luminosità per affrontare un nuovo giorno. I gesti quotidiani si susseguono, come sempre, e con quel chiarore sembrano più lievi. Un occhio sul mondo mi riporta al buio precedente, a quell'inverno di notizie che tentano di spegnere la bellissima luce. Non devo farmi fagocitare, non dobbiamo: siamo noi a riaccendere il timido chiarore che attende di tornare da spavaldo protagonista!
    Il nostro umore in questo momento difficile è molto basso: tentiamo di non pensare, di darci un tono, ma le informazioni negative e le incombenze gravose alle porte, per forza di cose, ci deprimono e ci angosciano. Ci chiediamo: "Che sarà di noi? Che sarà dei nostri affetti, famiglie, amici, conoscenti? Che sarà dell'intero mondo?" Altre crisi precedenti sono state superate, il mondo è avvezzo ai vari tracolli e ce l'ha fatta. Ma ora saremo in grado di fare altrettanto, mettendoci in discussione, voltando pagina e creando quei presupposti che saranno in grado di dare un cambiamento vantaggioso alla povera umanità bistrattata? Io penso di sì: basta volerlo, basta non farsi schiacciare da questo buio che tenta di sopprimere la luce. Sentivo a tal proposito che medici psichiatri offrono il loro aiuto per risollevare lo spirito, per dare nuovamente uno scopo agli animi delusi: con l'ottimismo recuperato si guarda alla vita con una forza interiore capace di creare quel cambiamento. Tanti l'hanno compreso e ci stanno provando, i risultati sono ottimi. Allora spalanchiamo le imposte del nostro cuore alla luce: sarà lei a darci nuova vita!   

giovedì 5 gennaio 2012

Apparizione

          

   Le festività natalizie sono al termine: domani si chiude con l'Epifania, solennità dell'apparizione divina. Le strade torneranno alla veste abituale, luminarie e festoni saranno rimossi; così nelle case: i decori, lucine e alberi artificiali e non, verranno riposti nel loro posto abituale. Le festività che stanno per terminare sono a carattere religioso, altri sostengono di origine pagana, in qualunque modo si interpreti, la festività dovrebbe essere un momento di unione pacifica, di convivialità aggregante. Per tanti è stato così, per altri un po' meno, per altri ancora solo disperazione per le condizioni proprie o familiari: se non vi è tranquillità economica o peggio ancora   mancanza di affetti o di salute i giorni di festa acutizzano i problemi. Durante queste giornate non sono mancate le notizie preoccupanti, comunicati imperativi di rigore, "restrizioni-sacrifici", ma non solo: la cronaca nera, ormai all'ordine del giorno, non ha mancato di appesantire i nostri cuori; per ultimo stamani la notizia di un cinese morto con la sua piccoletta di nove mesi, durante una rapina subita mentre rientrava a casa con la moglie; il deceduto portava con sé l'incasso della serata, un onesto lavoratore falciato da gente senza scrupolo, balordi italiani. 
   So bene che la vita è stata sempre difficile, la prepotenza e la supponenza o meglio ancora la mancanza di valori umani hanno portato alle lotte, alle prevaricazioni, alle violenze. Che dire di quella ragazza violentata l'altra notte, mentre attraversava una zona deserta in compagnia del suo fidanzato, non era da sola, per lei domani non ci sarà nessuna festa. Come per la sopravvissuta donna cinese che non ha più una famiglia: le è stata strappata con furore da quattro svitati senz'anima, e chissà quanti altri non potranno festeggiare a causa di usurpatori della vita altrui. Questo è il mondo, finché vi sono problemi che si possono affrontare con l'impegno, con il sacrificio la soluzione emerge, a fatica ma si trova, ma essere mortalmente feriti nell'anima e nel corpo rende la vita un peso, un travaglio difficile. Alcuni hanno trovato consolazione donando uno scopo al loro martirio: si sono prodigati per altri che hanno vissuto la stessa pena, perché nei cuori buoni nasce il seme della solidarietà.
   "Epifania, apparizione divina" - nonostante il male continui a serpeggiare e a seminare zizzania, il bene in sordina continua la sua ascesa perché lui crede a quella luce: sia che spunti da oriente o da occidente, ciò che conta è amare gli altri come vorremmo, amassero noi stessi.