giovedì 23 novembre 2017

Possibile amore

 


   Quella voce... ormai viveva solo per quella, immaginava e fantasticava, altro non poteva: il lui della voce era lontano, molto lontano. Era successo per caso, una pura fatalità: stava sintonizzandosi sulla stessa emittente quando fu catturata da una voce di un'altra stazione radio, una stazione agli antipodi dal posto dove lei viveva.
   "Oggi parleremo di rapporti amorosi di vecchia data, quelli che si trascinano da troppo tempo. Ma sì,  amiche mie, quante coppie vivono una storia da quindici anni o giù di lì e non hanno voglia né di una convivenza né di un matrimonio? Parliamone, sono qui attendo le vostre telefonate."
   Era rimasta immobile al centro della stanza, poi si era lasciata andare sulla poltrona buona del salotto, quella che di solito non sfiorava se non per darle una spolveratina. Poi si era alzata, aveva aumentato il sonoro della radio e sentiva un fremito, una malia mai provata prima. C'era l'intermezzo musicale e lei attendeva che lo speaker misterioso parlasse nuovamente. E parlò, per comunicare che c'era una telefonata in linea. Fu comprensivo, garbato, lievemente ironico, abile consigliere. Senza schierarsi completamente, seppe indicare il percorso giusto, la soluzione più idonea; la telefonata terminò con un ringraziamento da parte dell'ascoltatrice. Il programma andò avanti per circa due ore, centoventi minuti di diretta condotti da lui e il pubblico delle ascoltatrici che sciorinavano i loro problemi intimi con disinvolta nonchalance. Era come se fossero dal confessore, con la differenza che la loro storia era di dominio pubblico restando nell'anonimato.      Il programma andava in onda nel pomeriggio inoltrato e Terry non perse un appuntamento, ovunque fosse si sintonizzava, in macchina poi era il massimo. I quesiti cambiavano registro ogni giorno e non erano mai banali, ma ciò che era interessante, era la conduzione del presentatore: oltre la sua voce calibrata, spiccava la capacità di valorizzare qualunque argomento con una dialettica appropriata e un'analisi perfetta, lui sapeva anche redarguire e puntare il dito sull'errore facendo riflettere, e non per questo la persona di turno si sentiva accusata, anzi accettava il consiglio elogiando la bravura dello speaker.
   Terry cominciò a fare indagini, voleva conoscere l'identità fisica del presentatore o avere notizie sulla sua vita fuori dalla sfera radiofonica; seppe il cognome ma null'altro, silenzio assoluto. Prese la decisione, avrebbe fatto chilometri pur d'incontrarlo e così giunse alla sede di quell'emittente abbastanza nota. Entrò in sala registrazione, stavano provando un programma da mandare in onda successivamente e lei udì la voce che la tormentava anche in sogno. Fece qualche passo e lo vide, non corrispondeva al suo immaginario: era goffo, sui cinquant'anni e... disabile, si spostava sulla carrozzina a motore.
   "Cercava me?"
   "Come fa a saperlo?"
   "Ne sono venute altre e così come sono entrate, sono andate via."
   "Non rientra nei miei programmi, Max, dovrai buttarmi fuori rincorrendomi con la carrozzina."
   Amiche mie, oggi voglio formularvi questo quesito: "Esiste la pietà in amore? O esiste l'amore impossibile che diventa possibile?"
   Max cercava ancora una risposta

mercoledì 8 novembre 2017

Rivoluzione


     Ricorre il centenario della Rivoluzione Russa, denominata anche Rivoluzione d'Inverno o Rivoluzione d'Ottobre; pochi studenti universitari intervistati hanno saputo rispondere in merito alla Rivoluzione Russa che soppresse la monarchia e instaurò la Repubblica sovietica a regime socialista, partito degli operai, soldati, contadini.

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   Questa ricorrenza mi ha riportato alla mia amata scrittrice: "Irene Némirovsky" di origini russe e costretta a fuggire con la sua famiglia al tempo della rivoluzione, quando i Soviet misero una taglia sulla testa del padre, ricco banchiere. La fuga, dopo varie peripezie, li portò in Francia dove lei, pur essendo stimata come scrittrice di talento, non ebbe mai la cittadinanza che l'avrebbe salvata dalla deportazione nazista.
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   Da sempre le rivoluzioni, le guerre hanno segnato la storia del mondo e ancora oggi le ribellioni cruenti esplodono dopo periodi di tartassamento e ingiustizie che producono malcontento. Ma i conflitti generano morte, miseria, dolore, e chi ne fa le spese è spesso il ceto più vessato; anche le dittature provocano sofferenze, tribolazioni, privazione dei diritti umani, pianto e sgomento, lacrime di sangue versate dagli albori della storia.
Oggi le ribellioni sono spesso manifestazioni disturbate da violenti perturbatori che distolgono dal fine stesso dell'oggetto del contendere.

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   E regnano così: insofferenza, disagio, peggioramento economico, demeritocrazia, favoritismi. Fiumi d'inchiostro sono stati versati sull'argomento in questione, la ribellione esplode anche per iscritto e le parole sanno centrare il bersaglio, eppure l'assuefazione ha fatto in modo che quelle parole fossero arginate e combattute con altrettanto parole orali carismatiche di convincimento e il magnetismo fa sciocchi adepti.
 
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   Arriverà anche per noi il giorno della riscossa, della presa del potere, del cambiamento vantaggioso per chi versa il sudore del proprio lavoro, del suo impegno e delle sue capacità? Arriveranno la riconoscenza del merito, il premio alla legalità, la salvaguardia del contesto abitativo, il recupero e rispetto dell'arte ereditata, della natura e del genere umano? O tutto resterà come un bel sogno utopistico? Possibile che siamo manovrati a tal punto che ESSI decidono per noi, il mercato decide per noi, il sistema decide per noi? Forse? Ma ciò che pavento è che arriverà un despota dal pugno di ferro che annullerà persino la libertà, se ancora possiamo chiamarla così!

giovedì 26 ottobre 2017

Il primo ricordo



                      

                                                 
                   

    Andare a ritroso nel tempo e soffermarsi nel primo ricordo che scandisce l’inizio della nostra esistenza. Tutto secondo la memoria parte da quell’evento, che assieme ad altri prendono corpo in un fotogramma a sbalzi, che diviene sempre più cronistoria di noi stessi.
   Quando nasciamo, nonostante sia un momento memorabile, non lascia traccia nella memoria: non siamo in grado di richiamarlo dai meandri celebrali, che pur conservandone il passaggio non riesce a restituircelo in immagini da rievocare. 
   L’evoluzione dei primi anni di vita contiene momenti delicati e fondamentali, ma pochi riescono a ricordare i loro primi passi, i primi sapori graditi o le prime parole espresse di senso compiuto. Ci sono degli anni bui che non ci appartengono e ne siamo a conoscenza tramite i nostri genitori o chi per loro ha fatto le veci. La vita per noi incomincia da quel primo ricordo che resta il più prezioso o il meno bello, dipende dalle situazioni vissute.
   Io non avevo ancora quattro anni, per essere precisi mancavano cinque mesi al compimento dei miei quattro anni quando nacque mio fratello, la mia vita comincia da quell’evento che ricordo con dolore e tristezza mista a una strana emozione che sento ancora tangibile.
   Abitavamo in una piccola casa e c’era luce naturale nelle camere, presumo fosse giorno, non ho mai approfondito questo particolare e ora non posso più farlo: i miei genitori sono scomparsi già da tempo.
   Nella camera, che aveva una finestra laterale, c’era un letto centrale sul quale a sinistra era adagiata la mia mamma ricoperta da un lenzuolo bianco come il suo viso, contornato da capelli neri sparsi sul cuscino. Sempre a sinistra c’era una sagoma, non so dire a chi appartenesse, quello che so è che mia madre sofferente si lamentava e reclinava il capo per la spossatezza. Io la osservavo, per quanto tempo … non ricordo, come non so come fossi vestita: ero piccina.  Ma il ricordo che percepisco ancora è la tristezza che mi pervadeva nell'osservare la mia mamma: quella sofferenza mi apparteneva e mi penetrava il cuore.
   Questo ricordo doloroso si tramuta in qualcosa di diverso: compare mio padre. Ricordo il suo sorriso e il suo richiamarmi a uscire dalla stanza, ci appartammo in cucina e ci sedemmo intorno ad un tavolino d’emergenza, una sedia, per giocare a carte: mio padre mi intrattenne con il gioco delle carte napoletane. Presumo che, anche non avendo quattro anni compiuti, sapessi riconoscere le figure e provassi interesse per quel gioco, tanto da non tornare nella camera dove stava nascendo mio fratello, proprio così: il parto avvenne in casa con l’assistenza di un’ostetrica parente.
   Di quella giornata non so più nulla, non ricordo d’aver sentito il vagito di mio fratello, né cosa successe dopo o nei giorni seguenti, quindi non posso rimembrare la crescita del fratellino o i suoi primi momenti: c’è un vuoto, uno sbalzo ad altri episodi.
   Ora riesco a rievocarlo, anzi lo faccio già da molto, ma per buona parte della mia esistenza, quell’inizio temporale della mia memoria mi disturbava e mi procurava tristezza e preoccupazione per il parto, al quale associavo il volto diafano della mia mamma.
   I ricordi che segnano, s’imprimono anche in tenerissima età: i dolori hanno la precedenza sulle gioie!  
    Il terrore del parto era radicato in me anche in seguito, la vita poi mi ha donato la gioia d’essere mamma, ma per un insorgere di complicazioni non ho goduto della partecipazione in diretta della nascita: i miei figli sono venuti al mondo con taglio cesareo, quasi che la natura temesse di farmi provare le stesse sofferenze alle quali avevo assistito in diretta … precocemente.    


venerdì 13 ottobre 2017

Fantasiosi desideri

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   Scendeva lenta come fumo avvolgente, era candida e uggiosa e si appiccicava alla pelle; rendeva umidicci gli indumenti, penetrava nelle ossa e bagnava i riccioluti capelli di Ely. Che strano diminutivo, gliel’avevano coniato da piccola per guadagnare tempo; non Eleonora, troppo lungo, cominciò con un Ele, poi si tramutò in Ely e a distanza di anni, anche ora, che di piccolo aveva solo la statura, sempre e solo per tutti Ely.
   Lei amava la campagna lucchese al sorgere del sole, non le importava che in quel periodo salisse la nebbia; il medico le aveva consigliato di restare al caldo il mattino presto: la sua artrite aveva bisogno di un ambiente caldo e l’umidità le era deleteria.
   Ma Ely soleva penetrare nella natura anche con scarsa visibilità, i fumi nebbiosi la invogliavano a immergersi nei suoi pensieri che cercava come una sorta di panacea; ecco perché usciva da sola quando tutti dormivano: desiderava scavare nella mente quel tempo passato che era solo suo e quel luogo le conciliava  le rimembranze. Immaginava, anche, che una fortuita conoscenza potesse emergere dalle dense brume per ridonarle l’entusiasmo della passata gioventù. Se l’avesse saputo suo marito, Augusto, l’avrebbe derisa. “Ma che cerchi ancora?” le avrebbe detto con aria canzonatoria “Ancora le fregole giovanili!”.
   E l’avevano assorbita tutti la sua gioventù! In primis il marito che se l’era portata via quand’era ancora un’adolescente. Oh, non le aveva mai fatto mancare nulla, d’accordo! Ma la vita coniugale, con le sue priorità e responsabilità, non le aveva donato la spensieratezza delle uscite pazze con gli amici, delle occhiate furtive al ragazzo di turno, delle cottarelle che fanno vibrare il cuore. E la musica, quei balli che lei amava, quel progettare le serate per recarsi nelle discoteche, che furoreggiavano quando lei era fuggita con Augusto che le aveva promesso, anche, una vita movimentata e mondana e, invece, di movimentato c’erano state le sue gravidanze, una dietro l’altra e la gioventù se n’era andata appresso ai figli, cinque per l’esattezza.
   Ripensava ai suoi momenti di vita che ripercorreva a ritroso in un excursus particolare: saltava da un episodio all’altro e li collegava fra loro, anche se avevano una datazione differente, lei li associava. In fin dei conti non aveva lamentele da fare, il marito era sempre stato un gran lavoratore, forse troppo: il lavoro prima di ogni cosa, quanta solerzia e attaccamento, tutto per le esigenze familiari. Erano una famiglia numerosa che assorbiva, come una spugna, i guadagni del suo capo e lui il timoniere della barca remava con più vigore. I figli crescevano in buona salute, vivacissimi marmocchi che la sfinivano da mattina a sera; lei, Ely, era uno scricciolo e le sue povere membra erano spossate per il gran da fare; la voce, poi, s’era fatta roca a furia di richiamarli al dovere. Crebbero quei rampolli, cinque figli maschi che divennero prestanti come dei bodyguard e lei li guardava dal basso in alto; la vezzeggiavano, la circondavano di coccole ma al tempo stesso erano esigenti. Una prelibatezza di qua, un’altra di là, non un pasto normale, ma richiedevano fantasia culinaria. Poi c’erano gli indumenti, sempre tanti, jeans magliette, polo, camice, ora anche abiti di rappresentanza: un paio di loro s’erano impiegati negli uffici Statali, che aveva da lamentarsi dunque?
   Era stanca, stanca di pensare sempre e solo ai suoi uomini, non aveva un suo spazio, una sua realizzazione: aveva rinunciato agli studi che amava e al desiderio di scrivere; era corsa appresso all’amore, non sapendo che l’amore in cambio esigeva delle rinunce. Da qualche tempo, però, aveva preso l’abitudine di uscire presto il mattino, proprio per non dar conto a nessuno; la sua famiglia, anche se era tutta adulta, aveva orari differenti e se la ritrovava a casa a tutte le ore.
   Si spazientì quella mattina: il suo cantuccio preferito nella radura, al riparo del leccio, era occupato da una distinta signora; dalla sua postazione la osservò minuziosamente, non potendo meditare su se stessa lo fece per la sconosciuta di classe. Abiti firmati e accessori altrettanto costosi, un portamento elegante e giovanile, forse dimostrava meno dei suoi anni e vista la cura dei particolari, convenne che non ci voleva poi molto a rendere l’insieme più gradevole. La vide sedersi all’ombra del leccio e portarsi le mani al volto per lo sconforto, la sentì piangere a singhiozzi e la disperazione che colse nei suoi gesti, le procurò sincero rincrescimento.
   All’improvviso la signora si alzò e le passò accanto, Ely la riconobbe, l’aveva vista sulle pagine della sua rivista preferita, era una giornalista-scrittrice di discreta fama, quindi una donna realizzata e di successo, niente a che vedere con i suoi problemi di donna soffocata dal proprio ruolo.
   Ripensò spesso a quella signora, a tal punto da cogliere i lati positivi della sua vita, concluse che non è il ruolo a donare la felicità. Sperava d’incontrarla ancora, le avrebbe parlato, avrebbe osato, confidava nella complicità della nebbia. E la sconosciuta era nuovamente lì, al riparo del leccio, maestoso albero a forma di ombrello; Ely si accostò e con voce dapprima stentata, poi più chiara le parlò. La donna non s’infastidì, anzi s’illuminò quando seppe che era un’assidua lettrice della sua rubrica, ma quella luce durò poco: si spense quando il bip del messaggio sul cellulare le impose di leggere il breve comunicato.
   “E’ finita!” esclamò
   “Cosa!”chiese Ely, facendosi coraggio.
   “Non ho nulla. Non ho un marito, mi ha lasciato tempo fa e l’unica figlia se n’è andata per sempre. Speravo che ci ripensasse e invece. Ho costruito un castello di carta!”
    Ely, come le piaceva ora il suo nomignolo, scordò le sue fatiche e i suoi strani desideri: lei aveva un uomo, anzi sei e tutti l’amavano e non l’abbandonavano. In una frazione brevissima di tempo, considerò i lati positivi della sua esistenza e si sentì mortificata di essere dovuta giungere alla conclusione attraverso il dolore della donna che lei stimava. Ma la vita segue strane traiettorie e strane coincidenze, quell’incontro stava per far nascere un’amicizia che avrebbe giovato a entrambe. Ciò che mancava all’una avrebbe compensato l’altra, uno scambio reciproco a fin di bene.
   Fu Ely a prendere l’iniziativa.
   “Posso invitarla a pranzo?”

     
       
      
    

  

      

sabato 23 settembre 2017

Nostalgico scrigno

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   Più passa il tempo e più i ricordi s'incollano indelebilmente, vorremmo cancellare quelli dolorosi, quelli che ci struggono il cuore, quelli che non possono più materializzarsi, ma la vita precedente è tutta in noi e mai vorremmo annullarla; se non girassimo lo sguardo e proseguissimo il cammino non meditando sul passato, forse sarebbe possibile. 
   Lo scrigno dei ricordi dovremmo custodirlo e aprirlo all'occorrenza, sapendo già che la malinconia o la sofferenza potrebbero prendere il sopravvento. Il forziere dei ricordi ci accompagna: fa parte del nostro bagaglio e quand'anche non volessimo aprirlo, lui è lì in ogni angolo del nostro vissuto. Basta gettare lo sguardo anche su di un semplice oggetto e tutto ritorna nitido, magari più lucente di quando l'oggetto del nostro ricordo era materia viva. 
   Eh, sì, il tempo a posteriori rende quel momento passato senza macchia e ci pare che le mancanze, se pur al tempo ce ne fossero state, appartengano a noi che non facemmo il possibile. Vorremmo liberarci dai ricordi molesti, ma non ci riusciamo: dovremmo liberarci anche dai reperti che risvegliano antiche reminiscenze. 
   Volendo potremmo disfarci di ogni ricordo, ma saremmo in grado di privarci di quei ninnoli, di quelle foto, di quegli angoli di vita che fanno parte di noi? Sarebbe possibile forse con gli oggetti, se non fanno parte di un ricordo affettivo importante, ma la realtà abitativa che ci accompagna da tempo è pregna degli umori di chi c'era: basta osservare un punto qualsiasi del contesto abitativo e tutto si riaffaccia nella memoria. 
   La nostalgia è frutto dell'età che passa, eppure solo ieri elargivamo consigli saggi, eravamo talmente bravi a sminuire le situazioni che non comprendevamo perché quegli atteggiamenti fossero così malinconici, e tentavamo di venirne fuori, di uscirne alla chetichella sorridendo bonariamente o con atteggiamento infastidito. 
   Allora come vivere con il ricordo? C'è chi si volta indietro e non assume un comportamento triste: è conscio di non poter cambiare la realtà ed è per questo che è grato al presente. E c'è chi non solo non accetta il suo presente, che gli impone una vita priva di alcuni affetti, ma rimugina anche sul passato: pensa di aver commesso degli errori e che se tornasse indietro apporterebbe modifiche al suo modus vivendi. 
   Dovremmo imparare a vivere con leggerezza intesa non come frivolezza, superficialità, ma cercare di planare sulle cose dall'alto, non avere macigni sul cuore e accettare il fatto che quando s'intraprende una strada, durante il percorso si lasciano pezzi di vita dietro di sé!


giovedì 14 settembre 2017

Barbarie uguale regresso

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   Il dolore non ha mai fine: ancora una volta un ennesimo fatto di sangue, di violenza camuffata sotto una spessa coltre di finto amore, ha stravolto le famiglie: perdere la vita a sedici anni per un amore sbagliato è assurdo, inconcepibile! L'adolescenza è il periodo  delle storie sentimentali senza il fiato sul collo, senza l'ossessività della gelosia, del possesso; a sedici anni si sperimentano emozioni, conoscenze, nuove amicizie, integrazioni nel gruppo dei coetanei. E' il momento della scoperta del mondo, dei filarini batticuore, dell'approccio sentimentale: non può esservi un rapporto esclusivo e tormentato dai dubbi, dalla prevaricazione, dall'angoscia tipica del mondo degli adulti. A sedici anni si dovrebbe vivere la spensieratezza sentimentale, le preoccupazioni di quel genere sono del mondo dei Grandi! 
   La nostra vita è una conquista giorno dopo giorno, è una lotta per la sopravvivenza in un mondo egoista e avido che non sa che farsene dei valori di fratellanza e della prosperità comune: chi ci gestisce propina bei soliloqui a voce alta, discorsi enfatici atti a conquistare le folle. E tutto precipita, si sgretola trascinando con sé fango e macerie mietitori di morte e miseria. La gente è esasperata, parla, rivendica i suoi diritti; scrive, scrive pagine di protesta, urla nei talk show, ricevendo in cambio falsi sorrisi e altrettanto urla convinte che quell'interlocutore infuriato non dica il giusto. Un lavoratore se non fa bene il proprio lavoro è licenziato e non percepirà nulla, mentre un politico anche dopo un battito d'ali lavorativo percepirà il vitalizio. Ma questa è l'Italia e se il politico non dovesse ricevere il sostentamento futuro, dio ce ne liberi, sarebbe un'ingiustizia, mentre per il lavoratore lasciato a secco è giustizia! 
   E l'economia cresce, dicono; il turismo è aumentato, dicono; la vendita d'immobili è in ripresa, dicono; le città sono più sicure, dicono; e il rispetto, l'educazione, i buoni esempi, l'amore per la propria terra, dove sono? Dov'è quel prodigarsi per ripulire i volti ambientali insudiciati dall'abbandono, dalla superficialità? E se ne parla, se ne parla, in un bla, bla, bla reiterato e stanco di essere messo in prima linea. Ci vorrebbe azione: le parole se le porta il vento! Occorrerebbe muoversi, creare progetti, spendere i fondi della Comunità Europea, spenderli per il bene comune; al bando gli appalti manipolati, al bando gli incapaci, gli avidi, gli approfittatori del sangue umano. Ma in tutto questo bailamme assordante nascono anche buoni propositi che danno il loro frutto, ad Amatrice è sorto un liceo scientifico a indirizzo sportivo e internazionale, un convitto che ospiterà studenti di tutta Italia, una bella rinascita per la cittadina colpita dal sisma. 
   Una fetta di umanità esiste ancora, ma il male è ancora avvolto in una coltre di mistero che marchia le famiglie per sempre: difficile è continuare a vivere con mille domande che ossessionano la mente e con la perdita della persona cara strappata ingiustamente alla vita. Ancora oggi le donne sono vittime di follie omicide, ancora oggi l'uomo si arroga il diritto dell'esclusività, del possesso. Forse a quegli uomini non è stata insegnata la rinuncia, il non sempre tutto è dovuto? Perché se è vero che l'esasperazione per il sistema ha reso la gente incattivita, ciò esclude il fatto che la vita altrui non sia rispettata! L'esasperazione produce mostri umani del terrore? Stiamo regredendo? Il progresso tecnologico ha fatto regredire i sentimenti e il Medio Evo sta rinascendo!

giovedì 7 settembre 2017

Evento magico

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Ho preso una pausa: in estate, almeno per me, è più giusto così; anche perché impegni familiari hanno reso necessario un allontanamento momentaneo. Ora devo ritrovare i pensieri, riannodarli, renderli interessanti. Il blog, secondo me, non è una vetrina dove buttare giù due frasi oppure pubblicare solo foto: questo spazio è uno scambio dove interagire con argomenti che suscitino interesse, o proporre scritti frutto del proprio estro creativo.
In questi mesi di tanto in tanto buttavo un occhio sulla blogosfera, ma mentre tentavo tutto il resto mi richiamava come per dirmi: non ti appartare, ci siamo noi, il mare, i contatti quotidiani. E poi, un evento molto importante ha deconcentrato la mia mente: mentalmente era sempre in cima ai miei pensieri. Un evento che credevo accantonato e invece si è realizzato, e si è svolto con tutti i crismi. E' stato bello! Quando dicono che il matrimonio non è più di moda, si sbagliano: è vero che la convivenza va alla grande, ma quando si prende coscienza della bellezza del rito celebrativo, dell'importanza, della magia del giorno e del fatto che si dona la magia anche a chi se lo aspetta e non desidera altro, allora i preparativi fervono e coinvolgono.
 Amici non mi riferisco a me, io sono sposata da tempo e tornando indietro rifarei lo stesso percorso, invece parlo di mio figlio minore, assolutamente contrario al rito matrimoniale con tutto l'ambaradan che ne consegue e che lui riteneva solo uno spreco. Mio figlio ultimogenito che riteneva giusta la convivenza e mai, a suo parere, si sarebbe imbarcato nel matrimonio con tutti gli svantaggi che si ritorcono contro nel caso di separazione. E invece proprio lui, dopo un certo percorso, è capitolato con gioia e mai, dico mai, ho visto sposo più radioso e con una luce speciale in volto.
La convivenza è una sorta di tagliando, è come un rodaggio della vita a due nella quotidianità. Tante convivenze franano dinanzi agli ostacoli, al modus vivendi, al carattere di ciascuno dei due: non è facile collimare nella temuta quotidianità e scoprire lati comportamentali che non emergevano durante il fidanzamento, pur viaggiando assieme e vivendo gomito a gomito ogni giorno.
Ora cosa faccia scattare la molla di voler regolarizzare l'unione? Capita spesso che lo si faccia per un figlio, oppure quando accade un evento che ti fa comprendere la precarietà della vita e di come i progetti a lungo termine non abbiano valenza: non siamo padroni del nostro tempo. Ed è qui che scatta il desiderio di voler vivere il sogno, la magia celebrativa che rende ancora più speciale quella convivenza già collaudata.
Nietzsche diceva che ciò che non uccide fortifica: le prove della vita, anche quelle non strettamente personali, quando si superano, rendono forti e offrono un'altra visione della nostra esistenza travagliata da varie difficoltà; esistenza in cui cogliere l'attimo è gioia, in quanto tutto potrebbe accadere a posteriori. Gli eventi importanti restano in noi e perdurano nel tempo, la magia non si spegne quando si chiude il sipario: quella magia è un dono che appaga e non lascia spazio al possibile rammarico di aver troppo atteso!

(con calma passerò a leggervi)

mercoledì 14 giugno 2017

Buone vacanze

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   C'è un tempo per ogni cosa! Ora occorre fermarsi, per assaporare al meglio la generosità della natura. Vi lascio un sorriso e un abbraccio, che possiate rilassarvi in lietezza e buona salute.
   È ancora presto per le vacanze? Forse si, forse no: dipende dal periodo personale e da altri fattori, comunque vada il riposo sarà benefico! Buona vita a tutti e buona estate!

giovedì 1 giugno 2017

Una vita vera (capitolo sette)


  
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   “Di là c’è un tipo che devi conoscere!” esclamò Mimma alla vista dell’amica che le porgeva il vassoio. “Che mi hai portato? Non era il caso.”
   “E’ solo una torta alla ricotta e cioccolato.”  aggiunse, Marilena.
   “No, sei tu!” esclamò la ragazza, dopo essere entrata in soggiorno.“Ci siamo lasciati qualche ora fa.”
   “Vi conoscete già!” constatò Mimma.
   “In biblioteca, devi sapere che lui è il lettore più assiduo. E tu com’è che lo conosci?”
   Cominciò così quella serata a tre, le vite s’incrociano e per strani meccanismi fa incontrare persone che indirettamente avevano percorso strade uguali, Marilena ne era il punto focale.
    Fulvio si rivelò un ottimo conversatore dall’ironia garbata e divertente, un intrattenitore loquace e coinvolgente. Confidò alle due ragazze le sue aspirazioni. Parlò del desiderio di aprire e gestire un museo imponente, ove esporre opere dimenticate e abbandonate, opere di artisti noti e meno conosciuti. Sarebbe andato alla ricerca di queste preziosità artistiche che per incuria, pigrizia e disinteresse giacevano in luoghi remoti.
   “Dovete sapere che l’Italia è ricca di patrimoni artistici lasciati a un destino di abbandono e giacciono sepolti dalla polvere che ne corrode la bellezza. Io smuoverò cielo e terra, dopo la specialistica mi farò in quattro per portarli alla luce e darne il giusto riconoscimento; andrò dalla gente che conta, dovranno ascoltarmi!”
   “E’ un bel progetto.” rispose Marilena “Se vuoi ci sto anch’io, potrò darti una mano e poi frequento la stessa università, come ben sai, e guarda caso sono iscritta al medesimo corso di perfezionamento, te ne ho parlato all’ora di pranzo. Per cui se ti va, potrei darti una mano.”
   “Ragazzi, ci sono anch’io!” esclamò Mimma “Frequento la stessa specialistica, siamo tutti e tre amanti dell’arte, e poi più siamo meglio è!”
Finirono la serata conversando del più e del meno e consumarono la cena intorno al tavolino da salotto, inginocchiati sul pavimento, un po’ alla giapponese; si raccontarono le loro vite, i loro percorsi, scherzarono narrando aneddoti familiari e intonarono canzoni melodiche dei loro cantanti preferiti in un clima ameno e rilassante.
   “Oh, ragazzi, s’è fatto tardi, domani si ricomincia e dobbiamo darci sotto, se vogliamo realizzare il nostro progetto!” disse Marilena che tornò con i piedi per terra, dopo aver guardato l’orologio che segnava la mezzanotte.
   Salutarono Mimma e stavano per scendere l’unica rampa di scala, quando suonò il cellulare di Marilena con la scritta anonimo, lei si turbò e fece squillare a lungo il telefono: sembrava paralizzata. Fulvio comprese il suo timore: “Vedi un po’ chi è, non ti mangia mica.”
   “Pronto, pronto.” rispose in preda all’ansia che non riusciva a spiegarsi.
   Sentì un respiro lieve, null’altro e poi cadde la comunicazione; lei si guardò intorno come se quella telefonata fosse stata una minaccia.
   Gli amici la rincuorarono, le dissero che poi in fin dei conti non era accaduto nulla di strano, magari l’anonimo aveva sbagliato numero, s’era accorto dell’errore e aveva preferito chiudere la comunicazione per non dare spiegazioni, anche perché a questo mondo i maleducati si comportano così, precisò Mimma dicendole che una bella dormita avrebbe dissolto ogni pensiero.
   “Grazie, amica cara, ma vedi ho come la sensazione che qualcuno non di mia conoscenza voglia disturbarmi; ora è tardi, ma domani sera vi aspetto entrambi da me e vi racconto. Ci vediamo per una cenetta a base di pizza, sotto casa c’è una pizzeria molto invitante che fa pizze da asporto.”

  “Che non diventi un’abitudine!” esclamò Fulvio sorridendo e strizzando l’occhio a entrambe. 

  (continua)

venerdì 12 maggio 2017

Una vita vera (capitolo sei)


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   “Sei ancora lì?” mormorava Ernesto, attraverso la porta del bagno. Lui era lì che attendeva già da un bel pezzo: erano entrati in quella camera d’albergo da circa una mezz’ora, quando lei si era allontanata per andare in bagno a rinfrescarsi un po’, così gli aveva detto, e lui a malincuore s’era sciolto da quell’abbraccio di fuoco. Si erano sposati quella mattina, un matrimonio in grande stile, tutto in regola, cerimonia in chiesa con più di cento invitati e poi al termine dei festeggiamenti erano partiti per il viaggio di nozze; non avevano mai viaggiato da soli, quanto avevano fantasticato su quel momento! Erano occorsi cinque anni di fidanzamento per compiere il grande passo, lei aveva dovuto completare gli studi, s’era anche iscritta alla facoltà di architettura, ma lui premeva: non voleva più viverle lontano, la voleva tutta per sé, temeva che qualcun altro gliela portasse via. 
   Ernesto aveva trovato lavoro in un’altra cittadina, da giovane scriteriato, per amor di lei, era divenuto un ragazzo retto e gran lavoratore. Dopo la laurea in ingegneria era entrato nelle grazie di un costruttore importante che gli aveva affidato la direzione dei lavori, e lui si faceva in quattro per adempiere al suo dovere, per non essere scavalcato da altri giovani laureati che si affacciavano in quel cantiere rinomato in tutta la città: il tal imprenditore aveva costruito residences importanti che erano un vanto per la zona. Partiva la mattina presto, la località aveva una distanza di un’ora di macchina, ma lui voleva tenersi stretto quel lavoro, lo faceva anche per Giovanna: lei gli aveva detto che se non si realizzava e non la smetteva di vivere alle spalle del padre, non l’avrebbe mai sposato. Eppure ne avrebbe potuto avere altre cento come lei, erano quasi tutte pronte a cascargli fra le braccia, non badavano al fatto che facesse il perdigiorno, anzi questa figura gli donava più fascino, eccetto al delicato passerotto dai capelli color del sole, gli stessi capelli ramati di sua figlia Marilena. Per conquistare Giovanna aveva ripreso gli studi e andava avanti come un treno, neanche una deviazione, tutte fermate in perfetto orario: s’era laureato con il massimo dei voti e non aveva perso un esame.  Quando andava a far visita alla sua fidanzata entrava trionfante con il libretto universitario fra le mani e glielo sventolava come un trofeo. I genitori di lui stavano vivendo uno stato di grazia: avevano passato momenti di seria preoccupazione per quel figlio, quando conduceva soltanto una vita di stravizi. Essi avevano provato a minacciarlo di tagliarli i viveri, se non avesse ripreso a studiare o perlomeno impegnarsi nella ricerca di un lavoro, visto che non avrebbe mai fatto il farmacista e non desiderava raccogliere l’eredità paterna: sembrava quasi che godesse a farli soffrire e loro, per non perderlo del tutto, attendevano che lui maturasse o che per amore si compisse il miracolo. E quel miracolo fu la dolce Giovanna, ragazza educata con la testa sulle spalle.
   “Allora che ti sembra?” esclamò lei, dopo essere uscita silenziosamente dal bagno. Lui le rispose stringendola forte a sé: dopo cinque anni di fidanzamento, lei lo turbava ancor di più  della prima volta in cui montò in sella sulla sua moto.
   Ernesto si fermò un attimo: quella prima notte sembrava andare diversamente dalle sue aspettative. Giovanna non si rilassava, sembrava quasi che dovesse andare al patibolo; appena lui tentava l’approccio, lei si poneva in uno stato di agitazione e si lamentava di un dolore inesistente: lui non l’aveva ancora penetrata. Giunse a pensare che avesse subito violenza e che non ne avesse voluto mai parlargliene; invece, poi, seppe che aveva ascoltato storie di mogli che, durante il primo rapporto, erano state vittime di lacerazioni emorragiche, quindi lei aveva sempre creduto che la prima volta fosse sempre un’immolazione al dolore.
  “E me lo dici ora?” chiese lui frastornato. “Tante volte ti ho parlato della bellezza dell’amore e del piacere che si prova. Avrei voluto farlo prima con te, ma poi ti ho rispettato quando ti ritraevi, adducendo il fatto che non eravamo sposati.”
   “Non potevo confessartelo, mi vergognavo e ancora è una fatica per me parlartene. Perciò ora che sai, aspetta, io non voglio soffrire.”
   “Ma cara, l’amore non è sofferenza, vedrai. Quelle signore hanno raccontato il falso. Appena avvertirai dolore, io ti lascerò stare, non potrei diversamente, mi sembrerebbe di usare violenza.”
   Giovanna era ostinata e si irrigidiva, lui perseverò in dolcezza e preliminari che alla fine stancarono la sposa; era esausta e stordita quando lui la fece sua e lei raggiunse le vette del piacere, non voleva smettere e alla terza notte divenne un’amante straordinaria che spontaneamente imparò l’arte dell’amore. Ernesto ancora oggi la cercava con passione e lei gli rispondeva con altrettanto desiderio.

(continua)

venerdì 5 maggio 2017

Una vita vera (capitolo 5)

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   Marilena s’alzò prima del solito, aveva avuto una notte agitata ed era ancora frastornata: aveva sognato una sconosciuta ragazza che le parlava come se la conoscesse da tempo.
   “Devi cercare, mi devi far giustizia!” e mentre le comunicava lo strano messaggio, sembrava svanire al di là di una porta segreta, in un luogo mai visto prima. Nel sogno, per lo stupore, era ammutolita e s’era guardata intorno, chiedendosi dove fosse. Erano seguiti attimi di angoscia e di timore di non poter più ritornare alla sua normale vita, invece s’era svegliata di soprassalto e dopo i primi istanti di smarrimento, aveva benedetto la sua realtà.
   “Ma guarda che strano sogno, tutta colpa di quella lettera del passato, che suggestione!”
   Guardò attraverso i vetri e scorse un cielo limpido, all’orizzonte s’intravedeva un delicato chiarore che lasciava presagire l’arrivo del sole. Adorava le giornate terse riscaldate dai fulgidi raggi solari, le pareva di essere ancora nella sua terra, dove il sole generoso si donava quasi per tutto l’anno: da quando era in quella terra del nord lo spettacolo naturale era ben diverso e lei a malincuore cercava di adattarsi. Era ancora confusa quando le squillò il cellulare, era la sua amica Mimma che le proponeva una cenetta a casa sua, sarebbe stata anche un’occasione per consegnarle gli appunti del giorno prima. Marilena ne fu felice, l’intimità del suo nido era preziosa ma anche la compagnia lo era altrettanto, si disse, per cui sarebbe stata gentile e avrebbe fatto una sorpresa a Mimma, portandole un dolce preparato con le sue mani. Quella telefonata le fece dimenticare il sogno inspiegabile e mentre era in macchina per raggiungere la biblioteca, accese la radio e canticchiò il motivo che stavano trasmettendo. Giunse di buon umore al posto di lavoro e cominciò a controllare la lista dei libri resi e di quelli presenti per stilare un promemoria di tutti i volumi mancanti: il lavoro le piaceva e lo faceva con impegno. Scorse un ragazzo nella sala lettura che guardava nel vuoto, poté coglierne anche le espressioni del viso: egli era in una posizione frontale alla sua. Le sopracciglia aggrottate esprimevano pensiero, perplessità, forse dubbio, o stanchezza, poi lo vide reclinare il capo e portarsi le mani alla fronte, tamburellare con le dita sul piano del tavolo e in seguito lanciarle uno sguardo infastidito, quasi a volerle dire che doveva guardare altrove. Marilena provò impaccio e si allontanò da quella sala quasi come fosse una ladra, si ricordò del romanzo latore della missiva misteriosa e lo cercò nello scaffale, sperava di poter trovare qualche interessante annotazione. Il libro era intonso, nulla, solo ingiallito dal tempo, la copertina ne portava i segni e fra le pagine della polvere sottile e un bel nastrino rosso segna libro.
   “Cosa cerchi fra quelle pagine?” disse lo sconosciuto che poc’anzi aveva attratto il suo sguardo.
   “Nulla.” rispose “E poi non sono tenuta a spiegarti alcunché!”
    “E solo che, è dall’altro giorno che mi sono accorto del tuo interesse per questo romanzo che tra l’altro ho letto anch’io come svago. L’ho restituito prima che tu cominciassi a lavorare qui.” disse il giovane che visto da vicino aveva un’espressione meno tesa.
   “Ci vediamo, bella bibliotecaria!” esclamò subito dopo e si allontanò, senza darle il tempo di replicare.
   “Ma guarda che tipo!” mormorò Marilena e proseguì con il suo lavoro, poi si sedette e aprì i suoi appunti, notò in calce la voce: “Approfondire con ricerche!” nulla di più facile per lei: in quella biblioteca vi era tutto il materiale inerente all’argomento che le interessava. Prese il volume e decise di portarlo a casa, nella tranquillità senza occhi indiscreti e libri da catalogare avrebbe trovato la giusta concentrazione. 
   Era già in macchina quando si ricordò della frase del giovane sconosciuto: “Questo romanzo l’ho letto anch’io”. Quelle parole le fecero dedurre che la lettera del passato era stata messa recentemente, per cui sicuramente non apparteneva a una lontana lei che aveva letto il libro; quindi l’unica spiegazione plausibile era che qualcun altro avesse deciso di ordirle uno strano scherzo, oppure era semplicemente una richiesta d’aiuto, quindi il sogno era frutto del suo inconscio turbato, ma perché era stata scelta lei, pensò? Notò che una stessa auto le stava dietro: mentre rifletteva, di tanto in tanto, per una guida sicura, aveva dato uno sguardo allo specchietto retrovisore e s’era accorta che quella fiat panda color crema percorreva il suo medesimo tragitto. Non riusciva a scorgere il conducente: aveva un cappellino unisex calato sulla fronte, uno di quei berretti di lana che indossano un po’ tutti. Volle allungare il tratto e fece una deviazione, proprio per studiare l’inseguitore e parcheggiò dinanzi a un centro commerciale; entrò e si fece un giro, aveva bisogno di tempo per scoraggiare quell’anonimo tallonatore. Fu attratta da un nuovo negozio di calzature, ve n’erano di carine a prezzi stracciati, volle concedersi una pausa distensiva, sembrava quasi che qualcuno le volesse avvelenare quella nuova vita. “Non ci riuscirai chiunque tu sia!” mormorò.
   “Che fai, parli da sola?” Marilena si voltò e riconobbe il giovane conosciuto alla biblioteca. Le sembrò che un santo protettore gliel’avesse mandato.
   “Che ci fai qui?” chiese con un certo sollievo.
   “Io abito di fronte, tu piuttosto?”
   “Mi hanno detto che qui si spende bene, sono venuta a dare un’occhiatina e perché no, a fare acquisti. E visto che ci sono mi concedo anche uno spuntino veloce.”
   “Ok, bellezza, allora offro io!”
   Si ritrovarono al tavolo del self-service come due amici di vecchia data.
   “Non sei di Verona, strano non si direbbe dall’accento, anche se non ne hai uno specifico!” esclamò Fulvio “Hai fatto bene a conquistarti un’indipendenza di tutto rispetto.”
   Marilena gli narrò la sua vita e le sue aspirazioni, tra un boccone e l’altro ne tracciò i punti più salienti; tacque su quell’ombra che non sapeva neanche cosa fosse, su quello strano punto oscuro che non osava neanche confessare a se stessa, non ne aveva mai parlato con nessuno: sua madre, che pur era la sua confidente, non ne era a conoscenza. E non gli disse che si trovava lì perché si era sentita minacciata da un inseguitore ipotetico: non aveva certezze e non le sembrava giusto tediare un ragazzo conosciuto da poco.

(continua)

venerdì 28 aprile 2017

Una vita vera (capitolo 4)



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     La cena si era svolta in una convivialità stentata, la cara cugina aveva lanciato frecciatine fastidiose che Giovanna volutamente non aveva colto: col suo sorriso moderatore aveva fatto in modo che Ernesto non andasse su tutte le furie. La cugina era una dei pochi familiari rimasti della parentela paterna e per lei era un legame con suo padre, morto da qualche anno. Teresa, figlia della sorella di suo padre, era cresciuta con gli occhi puntati sulla bella Marilena; la emulava in moltissime cose, solo nello studio le imitazioni erano mal riuscite: s’era fermata alla maturità magistrale conseguita a stento dopo una bocciatura. Era sposata a Oronzo, tecnico che riparava elettrodomestici e la loro vita si svolgeva nella bella cittadina di Ostuni; avrebbe, per alcuni versi, dovuto sentirsi appagata, ma quella vita di provincia, anche se meta di turisti,non la entusiasmava. Aveva, pressappoco, la stessa età di Marilena e nel confronto ne usciva perdente al punto di vergognarsi di sé sia per l’aspetto fisico, sia per l’intelligenza nettamente inferiore. Quella frustrazione cercava di mascherarla, come meglio poteva, ma erano le sue risposte distaccate, il suo mancato interesse, le sue acide parole a denunciare il suo avvilimento interiore.
   Giovanna aveva compreso da un pezzo l’invidia che Teresa nutriva per sua figlia e se ne dispiaceva: le ragazze erano cresciute insieme e Marilena non aveva creato situazioni tali da far nascere sentimenti di gelosia nel cuore della cugina. Molto spesso, Giovanna si era anche preoccupata quando coglieva quegli occhi di ghiaccio che scrutavano la sua bella figliola. Perciò il posto di bibliotecaria in un’altra città, e per giunta nel nord, era motivo di fastidio pungente per Teresa, sicuramente avrebbe voluto esserci lei a Verona e magari in cerca di belle emozioni. Ma Giovanna sapeva che sua figlia era appassionata allo studio e che era lì per arricchirsi culturalmente; la storia dell’arte era importante: sin da quando aveva scelto la facoltà di lettere, aveva manifestato le sue intenzioni future. 
   I cugini si accomiatarono in gran fretta, la telefonata aveva turbato quella serata e Teresa sembrava avesse il fuoco sotto i piedi.
   “Ma tu guarda, mi sono fatta in quattro per questa cena, ma cosa vuole dalla vita?” Disse tra sé e sé, Giovanna, cercando di non farsi udire dal marito: voleva evitare d’infiammarne l’animo e in quel momento stava tentando di spegnere il suo.
    Ernesto, come nulla fosse, si accinse a dare una mano alla moglie senza fare riferimento alcuno alla conversazione allusiva: quella sera non aveva voglia di polemizzare. Lui aveva compreso da un pezzo quanto la nipote acquisita invidiasse la bella figlia, per lui non era un disagio, tutt’altro era una constatazione della superiorità di Marilena e ne era fiero; per questo motivo aveva sempre vigilato, sua figlia attirava molti sguardi e la cattiveria umana andava arginata. Ovviamente non si riferiva a Teresa, che male avrebbe potuto farle: lei come parente non era una minaccia, ma il mondo esterno sarebbe potuto diventarlo e la figlia ancora si fidava del genere umano: la sua bontà d’animo forse non coglieva gli aspetti negativi della vita.
   “Sempre acidina Teresa.” Disse lui con ironia, mentre si affrettava a riporre i piatti nell’acquaio “Ricordati il verso di Dante, funziona, e poi lasciala bollire nel suo brodo, magari è solo insoddisfatta.”
    “Hai ragione caro!” esclamò “Sai pensavo che quel viaggetto a Verona potremmo anche farcelo, io non conosco quella città, sarà un motivo per rivedere anche Marilena, sapessi quanto mi manca!”
   “E poi sarei io il retrogrado, l’opprimente. Siamo uguali noi due, amore mio!” e l’abbracciò con passione, con immensa passione.
   Aveva una bella famiglia, si disse Ernesto, e guai a chi tentava di creare disturbo: la serenità andava difesa. Avevano fatto tanto, lui e sua moglie, per creare ciò che avevano. Giovanna era stata una moglie paziente, sempre pronta al dialogo costruttivo, un vero modello di saggezza e onestà. In fondo alla sua anima riconosceva i meriti alla sua preziosa moglie che comunque s’era prodigata in virtù dell’amore che lui le donava: da quando l’aveva conosciuta, con quell’aria da passerotto indifeso, lei gli era entrata nel sangue facendogli  abbandonare la precedente vita di bagordi. 
   Si accese una sigaretta e uscì in giardino, il cielo terso e l’aria fresca autunnale erano un’ottima cornice distensiva, Ernesto si accomodò sulla sua poltrona preferita in vimini. Giovanna avrebbe impiegato una mezz’oretta nel rigovernare la cucina e per lui quello spazio di raccoglimento tutto suo, era un dolce ripercorrere i momenti salienti della sua vita: amava addentrarsi nei recessi della memoria e abbandonarsi ad essa.  
   Osservò lo scenario dinanzi a sé, la bella vista che dava sul giardino verdeggiante; buttò l’occhio alla siepe d’hibiscus dai colori rossastri, quanto amava quei fiori, avevano vita breve ma bastava un solo giorno per portarli nel cuore. Fondamentalmente era un romantico, un signore dall’animo gentile che indossava i panni dell’austerità quando doveva impartire l’educazione ai suoi figli, ma nel fondo della sua anima coltivava ancora teneri pensieri, velati da un unico ricordo doloroso. Un refolo leggero al profumo floreale gli accarezzò le narici, chiuse gli occhi e tornò a quel giorno in cui spalancò le porte del piacere alla bellissima Giovanna.

(continua)

venerdì 21 aprile 2017

Una vita vera (capitolo 3)


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      Marilena, dopo aver indossato il morbido pigiama in pile, scaldò una pizza del giorno prima, se l’avesse vista sua madre, l’avrebbe investita di rimproveri.
   “Non pensi alla tua salute, non sai mangiare, solo carboidrati e grassi, che modo di rovinarti la vita!”         
   “Basta!”urlò tra sé e sé “Sono da sola e ancora non me ne rendo conto, i miei genitori... è come se mi vivessero dentro!”
   Pose il piatto sul tavolino del salotto, era stata fortunata: aveva trovato un bell’appartamentino con una modesta zona living sulla quale si affacciava la camera da letto e un discreto bagno; una casetta fatta per lei, dove poteva decidere della sua vita senza subire la volontà dei genitori, per di più era una casa luminosa e ubicata nella zona semi centrale della città degli innamorati. Si sarebbe innamorata anche lei, pensò? Tutte le volte che conosceva un ragazzo, dopo i primi approcci, avvertiva una repulsione e scappava via, non sapeva neanche il perché; comunque nel luogo dell’amore passionale , lei avrebbe incontrato l’uomo dei suoi sogni, l’uomo per il quale non sarebbe fuggita e si sarebbe donata come Giulietta, sicuramente in quel posto c'era un Romeo che l’attendeva.
   Tornò a pensare alla lettera, stava diventando un chiodo fisso.
   'Domani riprenderò quel libro' pensò  Un bel romanzo tra l’altro, Madame Bovary, chissà come mai la ragazzina fosse in possesso di un libro non adatto a lei? Una storia che all’epoca fece scalpore per oltraggio alla morale, e sicuramente la risposta va cercata proprio in quella lettura trasgressiva.'
   Custodì la lettera nel tiretto del cassettone e accese il televisore, stavano dando una fiction romantica, il suo genere preferito, si ricordò che non aveva chiamato i suoi, lo fece subito per evitare che le telefonassero mentre faceva dolci sogni: da quando era lì, dormiva beatamente e le ansie inspiegabili, che non aveva confessato neanche a sua madre, erano quasi scomparse. La mamma appena sentì la sua voce andò in brodo di giuggiole e per la contentezza la fece parlare con Teresa, da loro era appena cominciata la cena.
   “Chissà che ti mangi, lì a Verona? Che c’è di buono, solo il pandoro?” disse la sciocca cugina invidiosa che avrebbe voluto essere lì al nord da un bel pezzo, se non avesse sposato Oronzo. “Ma certamente, vivo unicamente di dolci!” rispose Marilena e poi aggiunse “E mangio anche la polvere dei libri.” concluse, per sottolineare che le sarebbe piaciuto ricevere, almeno, una parola augurale per l’incarico assegnatole, lavoro ottenuto dopo aver superato un concorso di tutto rispetto, e non stupide congetture.
   Stava per chiudere la comunicazione, quando udì la voce di suo padre che le faceva le solite raccomandazioni; le ricordò anche che era passato un mese da quando era partita e che sentivano il bisogno di rivederla, per questo motivo sarebbero saliti a trovarla, visto che non avevano impegni, mentre lei avrebbe dovuto aspettare le ferie per poter organizzare una visita giù da loro.
   “Ma papà, è solo un mese! Qui va tutto bene, nessuno mi ha morso, sta tranquillo. Io lavoro e nel tempo libero studio, ho già tutto il piano di studi. Ho conosciuto anche una brava ragazza pugliese che si trova a Verona, come me, per la specialistica. Ti dirò di più, quando c’è la lezione nel mio orario di lavoro lei, Mimma, prende gli appunti per me, ecco perché ho scelto di lavorare part-time alla biblioteca, unisco l’utile al dilettevole.”
   Finalmente poté dedicarsi alla visione dello sceneggiato, notò che c’era il suo attore preferito, ah se avesse incontrato un tipo fascinoso come lui, un bel tenebroso moro dagli occhi verdi! E con questa speranza si addormentò: era stata una giornata intensa.

(continua) 

lunedì 17 aprile 2017

Una vita vera (capitolo 2)

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                                                                          2


   “Ernesto, oggi verranno a farci visita i cugini di Otranto, che dici andrebbe bene l’impepata di cozze come antipasto? Chiese Giovanna a suo marito “Ci domanderanno di nostra figlia e dovremo dire come stanno le cose, cerchiamo di dare la stessa versione; tra l’altro è per noi una bella soddisfazione!”
   “Sai che m’importa di loro, anzi credo che moriranno d’invidia, non si trova dietro l’angolo un posto di bibliotecario! Che cosa credi, sono fiero di nostra figlia! Piuttosto, ho pensato di fare un salto da lei, è già un mese che non la vediamo!”
   “E tu saresti quello pieno di compiacimento, ma va là non cambi mai! Siamo nel terzo millennio, marito mio!” commentò Giovanna, donna dalla mente evoluta, un po’ come sua figlia, e se aveva chiesto al marito di stabilire un accordo era solo per non essere giudicata una bugiarda dai cugini, tutto qui. 
   I coniugi Renzi, genitori di Marilena, erano sposati da trent’anni, e se non fosse stato per le idee restrittive di Ernesto, sarebbe stato un matrimonio perfetto; Giovanna ricordava ancora con batticuore il giorno in cui fu avvicinata da lui all’uscita da scuola.
   “Ti va di fare un giro in moto?” così con nonchalance, senza mezze misure, e lei arrossì come un’educanda; voltò lo sguardo dall’altra parte della strada e vide le amiche che avrebbero voluto essere al suo posto; allora si fece coraggio e annuendo, saltò sul sedile avvinghiandosi a lui da vera sfrontata. Viveva in una piccola cittadina di provincia e gli abitanti si conoscevano un po’ tutti tra di loro, le ragazze del paese avrebbero voluto essere corteggiate dal figlio del farmacista: era bello e dotato di una simpatia coinvolgente, era anche un contestatore, il tipico giovane borghese dei primi anni settanta che amava stupire per spregiudicatezza.
   La condusse in cima alla collina, sul belvedere, dove si rifugiavano le coppiette; lei s'intimidì del luogo solitario e allora per alleggerire l’imbarazzo gli parlò della scuola e dei suoi progressi in storia dell’arte: quando affrontava argomenti che conosceva, le piaceva essere alquanto loquace e spigliata.
   “Sai i primi insediamenti in questo luogo hanno origini antiche, si parla di molti secoli prima di Cristo, forse mille e anche due mila anni. Mi affascina ripercorrere la storia del passato, immaginare la vita dei nostri predecessori, i sacrifici, le lotte, i cambiamenti; dobbiamo a loro ciò che abbiamo!”
   “Mi avevano detto che sei una secchiona!” disse lui interrompendola “Ehi, bambolina, lo sai che mi piaci molto! I tuoi capelli pel di carota ti donano e poi, fatti guardare,” e così dicendo la fece roteare per ammirarle le gambe perfette che spuntavano sotto la gonna un po’ più corta delle precedenti, aveva lottato per farsela accorciare. “Sì, sì, niente male!” e l’attrasse velocemente a sé da toglierle il respiro e la baciò, a lungo molto a lungo, alla fine lei stordita ebbe la forza di mormorare:
   “Riportami subito a casa!”
   Cominciò così la loro storia e del ragazzo fuori dalle righe, dopo la nascita della prima figlia, non era rimasto più niente: era divenuto possessivo fino all’eccesso, un quasi padre padrone che si scontrava con la moglie per divergenze d’opinioni; se Marilena aveva avuto una vita più elastica, lo doveva a sua madre che parteggiava per le donne, avendo subito a sua volta le regole costrittive dell’epoca.    
   Giovanna ritornò in sé e osservò suo marito, era ancora un bell’uomo, il passare degli anni gli aveva donato il fascino della maturità e lei ne era innamorata più di prima. Lui aveva sessant’anni e lei cinque di meno, erano una coppia non eccessivamente matura che stava vivendo la riscoperta del piacere della vita a due: il figlio maschio era già sposato e padre di un bimbo piccolissimo, viveva a molti chilometri di distanza e i loro incontri avvenivano saltuariamente. Ora la figlia femmina era da un’altra parte per cercare di conseguire la specialistica e lei come mamma ne era fiera: avrebbe voluto lei al tempo intraprendere quella strada, se non si fosse innamorata del suo Ernesto, chissà? La donna faceva all’epoca delle rinunce e non anteponeva i propri interessi all’amore, comunque ora aveva una bella famiglia e ciò la gratificava immensamente.
   Raggiunse suo marito e lo abbracciò, lui rispose a quello slancio con un bacio.
    “Ancora mi turbi come la prima volta, ricordi?” esclamò lei, mentre lo abbracciava.
    “E dire che ero uno scavezzacollo, tu col tuo viso d’angelo facesti di me l’uomo che sono!” commentò lui e una piccola ruga solcò la sua fronte, una piega d’espressione frutto di un pensiero nascosto.
    “Non mi pare sia un bel ricordo.”aggiunse lei “Dirò di più, tutte le volte che rievoco il passato, noto quel solco sulla tua fronte.”

   Giovanna si staccò dal marito e dimenticò subito la sua osservazione, si apprestò a preparare il pranzo, era una brava cuoca e gradiva avere ospiti, i cugini Oronzo e Teresa sarebbero giunti fra qualche ora, le conveniva cominciare. 

martedì 11 aprile 2017

"Una vita vera" (capitolo 1)

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                                                                          1
   

   M’interrogo, spesso, sulle origini della vita e sulle differenze sociali: per me siamo tutti uguali, ma “loro” non la pensano così. Io sono curiosa e vorrei la verità, quella verità che il più delle volte non comprendo. Vorrei essere una veggente, vorrei avere poteri prodigiosi per entrare nelle loro teste blasonate e leggervi i pensieri, quelli segreti che tengono nascosti: non ci credo che sono felici in questo mausoleo zeppo di muffa e di consuetudini. Che peso essere nata in uno stato monarchico e farne parte, quante regole, quanti rituali di corte; io ho voglia di aria fresca senza costrizioni, sono stanca di dover sottostare ai loro cerimoniali come fossi un’adulta matura. Che tedio, che tedio, non ne posso più!
   Mi apparto in camera con la figlia della cuoca: con lei sono felice, vorrei andare in giro con il figlio del giardiniere, vorrei essere nata da un’altra parte in una casetta spoglia. Meglio il ragazzino lercio che vedo stendere la mano, lui sì che sa sorridere! La mia dama di compagnia è così altera, mi proibisce persino la risata sonora, vorrei tanto potermi sbellicare dalle risate.
   Ho sedici anni e ancora non conosco il contatto con la natura, il correre per i prati, il rotolarmi sull’erba, l’abbraccio spontaneo, l’ilarità istintiva; sono nata e cresciuta fra queste gelide mura, sento dentro di me che la vita vera è un’altra cosa ed io per quell’altra faccia della medaglia che m’interrogo!Un giorno o l’altro volerò via verso la libertà!
  
  “Ma tu guarda che lettera, che confessione! E’ anche stropicciata, che grafia d’altri tempi, l’inchiostro è sbiadito, come vorrei sapere chi l’ha lasciata fra queste pagine!”, commentò Marilena quella mattina in cui stava rimettendo a posto i libri della biblioteca comunale. Era da qualche tempo che prestava servizio fra quelle mura odorose di polvere e non le era mai capitato di ritrovare un foglio da lettere scritto a mano, una pagina ingiallita e ispessita dalla polvere. Riprese il libro custode del messaggio, le fece tenerezza e cercò, sul frontespizio e fra le pagine, un qualunque indizio; forse la lei misteriosa aveva scritto il suo nome e anche il casato di appartenenza, a quel punto cercò di dare un volto all’angosciata adolescente che aveva affidato il suo sfogo al romanzo preferito.
   Marilena era fatta così: immaginava la persona anche non conoscendola; quando leggeva, si calava nella vicenda e i personaggi assumevano le fattezze desiderate. Il lavoro di bibliotecaria le calzava a pennello, aveva anche la possibilità di leggere romanzi di ogni genere, preferiva la narrativa classica, ma non disdegnava un altro genere letterario: per lei ogni libro meritava di essere letto sino alla fine.      Aveva fretta: era l’orario di chiusura, allora annotò il titolo del romanzo e ripose la lettera nella tasca dell’impermeabile e si apprestò ad uscire. Fuori l’accolse una pioggia battente, fece una corsa per giungere alla sua auto, incespicò su di una mattonella sconnessa e imprecò contro l’incuria di quella vecchia stradina: stava per fare un ruzzolone. Accese il motore della sua utilitaria e partì mezza fradicia, si rincuorò al pensiero che fra un po’ sarebbe stata al riparo nella sua confortevole casa da single. Poi ripensò alla povera ragazza del passato costretta a subire le imposizioni del periodo e del suo rango, invece lei poteva decidere della sua vita in piena libertà; non che non avesse lottato: suo padre dalle idee conservatrici, uomo dalla morale tutta di un pezzo si era opposto tenacemente alla volontà della figlia di vivere da sola e in un'altra città. Ma Marilena la spuntò: “ Non peserò su di te, papà!” gli aveva detto “Lavorerò alla Biblioteca Civica di Verona, non te ne ho parlato, ho partecipato al concorso e l’ho vinto; potrò anche arricchire le mie competenze, intendo fare la specialistica in storia dell’arte, qui da noi non è possibile, e poi ho quasi trent’anni, ho bisogno dei miei spazi.”
   Ernesto, padre dal piglio autoritario, che non riusciva ad adeguarsi ai tempi, non aveva gradito la presa di posizione della sua unica figlia femmina, col maschio non aveva avuto questi problemi. Era contento per la bella notizia: la figlia, laureata in lettere già da un bel pezzo, aveva primeggiato su tanti partecipanti, ora avrebbe avuto un ottimo lavoro, ma perché così lontano, si domandò? Alla fine si era infuriato, aveva fatto la voce grossa invece di esprimere le sue congratulazioni, ma ugualmente aveva dovuto lasciarla andare; però avrebbe vigilato, questo sì, non l’avrebbe abbandonata al suo destino in quella città del nord.
    L’acqua scrosciante della doccia restituì a Marilena vitalità e mentre si lavava, non poté fare a meno di osservarsi: nella cabina doccia vi era uno specchio a misura d’uomo.
   “Non ho di che lamentarmi, madre natura mi ha dato un bel fisico e ne sono fiera, sarà per questo che non mi va bene nessuno!” rifletté “Ma no, cosa vado a pensare, ha ragione mia madre, quando mi batterà il cuore anche il ragazzo meno attraente sarà per me bellissimo!”
   Si coccolò massaggiandosi il corpo con la crema alle mandorle dolci, la sua pelle secca aveva bisogno di nutrimento, srotolò i capelli ramati che aveva avvolto nell’asciugamano per togliere loro l’acqua in eccesso e cominciò a fonarli davanti allo specchio del lavabo, oltre che un bel fisico aveva un volto delicato illuminato da due profondi occhi cerulei. “Sono uno schianto!” constatò “Però che narcisista! Ehi, ragazza meno apprezzamenti! E lei, la tipa della lettera com’era?” Non riusciva ancora a distaccarsi con la mente da quel breve sfogo lasciato ai posteri e da lei ritrovato.
(continua)

giovedì 30 marzo 2017

Il pescatore

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   Siamo a metà settembre e ci concediamo un’ulteriore vacanza, un tre giorni in un paesino abbarbicato sul promontorio, in un borgo vetusto, ma singolare, con un porto sottostante lambito da un mare cristallino.
   Ci accompagna nostro figlio Matteo, che nonostante sia un adolescente alle soglie della pubertà,  trova divertimento anche con i suoi genitori, gioendo per questo extra fuori città, alle soglie dalla apertura delle scuole.
   L’albergo, dove alloggiamo, si affaccia proprio sul porticciolo diviso in luogo d’attracco per le diverse barche di pescatori del luogo e anche in spiaggia riservata ai clienti dell’hotel.
   Prendiamo possesso della camera, ci guardiamo intorno, ci piacciono le pareti chiare tinteggiate con effetto spugnatura rosa pesca, colore riportato sulle lampade e sulla biancheria da letto che rende il tutto raffinato, ma rilassante.
   Apro le persiane ed esco sul balconcino che si affaccia sul singolare porto, insenatura di quel luogo turistico, da qualche decennio riscoperto e rivalutato.
   “Mamma,” esordisce Matteo. “C’è anche il frigo bar! Guarda quante lattine di coca, posso aprirne una?”
   “Ma certo tesoro! Ora vieni a guardare il panorama, qui dall’alto è più suggestivo!”
   Mi raggiunge mio marito Giorgio, compagno fedele da più di vent’anni.
   “Vediamo un po’ Loredana? Splendido! mi dice. “Ho scelto bene allora? Questa mini vacanza non programmata, si prospetta niente male!”
   Loro i miei due uomini sono già in boxer da mare e mi sollecitano a cambiarmi.
   “Andate pure, vi raggiungo al più presto. Devo farmi una doccia. Sono accaldata!”
   Giorgio si avvicina e mi bisbiglia nell’orecchio: “Un fuori programma?”
   “Già!” gli sussurro. “Ho dimenticato di passare il rasoio sulle gambe. Faccio in un attimo!”
   Sono sola finalmente! Posso guardare le bellezze paesaggistiche dal piccolo balcone con la ringhiera di ferro battuto a forma semi circolare. Noto in un angolo una poltroncina in vimini, mi ci accomodo e osservo il cielo che si tocca col mare azzurro e con il promontorio, lingua di roccia piantata nelle limpide acque. Scruto con interesse all’orizzonte la collina rigogliosa di natura verdeggiante, che guarda dall’alto il paesino marittimo. Chiudo gli occhi e respiro a pieni polmoni dilatando le narici, affinché lo iodio raggiunga ogni cellula del mio corpo; lo faccio sempre quando sono al mare, compio questo rito sin dalla nascita, perché così sono venuta al mondo: in un’insenatura nascosta della bellissima costa siciliana.
   “Mammina, anche oggi tarda a venire il papà?”
   “Amore, le barche non sono ancora rientrate! Continua a guardare il mare e fra un po’ le vedrai spuntare!”
   Avevo solo cinque anni e vivevo in una graziosa casetta che dava sul mare, solo un modesto marciapiede la separava dalla scogliera del porto del mio paese; quando i pescatori rientravano con le barche, io ero sempre davanti alla finestra col nasino appiccicato sul vetro che si appannava del mio respiro. C’era una particolare intesa fra me e mio padre: lui era per la bimba Loredana un mito e quando scendeva dalla barca salutandomi con un cenno della mano in segno di vittoria, io esultavo:
   “Mamma, il papà anche oggi è stato bravissimo … ha pescato!”
   I miei genitori si conobbero in riva al mare e per entrambi era esploso l’amore in un feeling perfetto; s’incontravano di nascosto fra gli anfratti per non essere scorti da nessuno: sapevano che la loro storia sarebbe stata disapprovata dalla famiglia di mia madre.
   Mamma frequentava il primo anno alla facoltà di lingue, avrebbe voluto fare l’interprete da grande; mentre mio padre aveva continuato lo stesso mestiere di mio nonno, da piccolo accompagnava molto spesso suo padre durante le escursioni di pesca e si era innamorato della vita in mare aperto: il lavoro di pescatore divenne per lui una vera passione!
   “Mario, sai com’è, i miei genitori stanno facendo dei sacrifici per me, mi pagano gli studi e i vari spostamenti dal paese, da noi non ci sono università. Io prima di conoscerti, non pensavo a un legame, c’era solo lo studio nella mia testa, ora ci sei tu e io vorrei stare sempre con te! Poi ci sarebbe un altro problema… il tuo lavoro, i miei per me hanno grandi aspirazioni, perciò amore siamo costretti  a vederci così!”
   “Pamela, va tutto bene per me, purché non mi abbandoni!”
   La storia andò avanti per vari mesi, nessuno si accorse di nulla, fino al giorno in cui la mia mamma non rimase incinta di me e, come Pamela aveva previsto, i miei nonni materni la misero alla porta quando seppero di mio padre.
   “Cosa!”, urlò mio nonno. “Ti faccio studiare per darti un futuro migliore e tu… ti butti nelle braccia di un pescatore! Vuoi passare la tua vita fra la puzza del pesce, fra le incertezze e con un marito di basso livello? I tuoi progetti… i tuoi sogni! L’amore passa, te ne pentirai!”
   Fuggirono via, Mario e Pamela, e vissero inizialmente in una casetta alla periferia del paese, anche i genitori di mio padre disapprovarono la scelta del figlio, secondo loro quella ragazza con la testa alla cultura non sarebbe stata una brava moglie, per cui inizialmente i due innamorati dovettero adattarsi alle ristrettezze economiche.
   Ma loro non se ne curavano: la felicità adombrava tutto il resto.
   Il mattino presto mia madre si recava al porto ad attendere il ritorno del marito e quando vedeva  all’orizzonte far capolino la barca tinteggiata di giallo, sapeva che rientrava il suo uomo: sublime amore; allora dalla costa, lei cominciava a salutarlo con il braccio per aria e si portava la mano alle labbra per soffiargli un bacio simbolico di benvenuto.
   Anche con la gestazione al termine, Pamela non rinunciò all’appuntamento con il mare: non poteva mancare! Quella mattina, quando io decisi di venire al mondo, lei era in attesa sulla piatta scogliera; avvertì  delle intense contrazioni che la obbligarono a sedersi per terra, mentre incrociava le braccia sul ventre con sofferenza.
   “Che ti succede amore?” disse Mario dopo aver ancorato la barca.
   “Portami nel nostro rifugio, devo sdraiarmi!”
   Il rifugio era un’accogliente grotta un po’ più avanti, era il luogo dove si erano amati lontano da occhi indiscreti, era il limbo felice.
   “Pamela, andiamo in ospedale, credo che sia giunto il momento!”
   “No!”, esclamò lei. “Non ce la farò, sta per nascere, devi aiutarmi tu!”
   Il parto fu rapido, mi ha raccontato in seguito mia madre, e il mio coraggioso papà prese in braccio le sue due donne e le condusse in ospedale per il controllo medico.
   Con la mia nascita i due sposi si sentirono ancora più uniti, l’amore ardeva come un fuoco inestinguibile: erano perfetti insieme. Mio padre era un giovane che se il destino lo avesse collocato da un’altra parte, con le sue doti naturali di bellezza e d’intelligenza, avrebbe avuto un avvenire diverso. Mia madre lo denominò “l’intellettuale dei mari”, non ci furono incomprensioni fra loro, il rapporto non si arenò per mancanza di argomenti, come presagiva il mio nonno materno: Mario era bello, amorevole, dalla parlantina forbita e abile pescatore.
   Il lavoro andava bene, il nostro mare pescoso permette discreti guadagni e col tempo mio padre aveva in progetto di acquistare un peschereccio, sarebbero andati i suoi futuri marinai in mare.
   Avevo compiuto cinque anni, quando ci trasferimmo in quella casa che si affacciava sul porto; era una graziosa villetta a due piani e se non ero all’asilo, mi appostavo dietro ai vetri ad attendere il mio papà, il mio bellissimo padre, al quale correvo poi incontro festante per saltagli al collo e riempirlo di baci tempestandolo di domande.
   La vita scorreva felicemente, Pamela mai si lamentò di aver rinunciato ai suoi sogni: il suo universo eravamo noi! Ogni nuovo giorno rafforzava nei miei genitori  quel feeling perfetto che li univa indissolubilmente. 
   Quella memorabile mattina … quella mattina in cui disegnai tanti ghirigori sulla patina di vapore del mio respiro, dopo l’attesa prolungata vidi giungere le barche prive di equipaggio.
   “Mamma è tutto triste lì fuori, ci sono soltanto le barche senza i papà!”
   “Andiamo a vedere, si saranno nascosti per farci uno scherzo!”
   Sono trascorsi circa quarant’anni, ma ricordo ancora l’espressione angosciata che colsi sul volto di mia madre: mi colpì profondamente, mai prima di allora quel viso aveva espresso dolore.
   Il mare restituì i pescatori per un ultimo saluto: durante la notte un’improvvisa mareggiata aveva soppresso quelle vite. L’imbarcazione gialla non fece più ritorno e di mio padre si persero le tracce, tracce di un’attesa mai cancellata.   
   Riemergo dalle rievocazioni del mio passato che mi è stato raccontato e che ora in questo luogo mi suggestiona, e mi chiedo perché? Ho appena trascorso un’altra vacanza al mare, ogni estate della mia vita la passo esclusivamente al mare: non potrei diversamente! Cosa c’è di diverso qui? Il richiamo è forte, anche se mi attendono e devo affrettarmi, giro il capo per osservare con più attenzione le barche ormeggiate e fra le tante fa capolino una colorata di giallo … che strana coincidenza! Mio padre all’epoca dei fatti non ebbe una sepoltura: il suo corpo non fu ritrovato. Scendo dabbasso e percorro il porticciolo, noto un anziano pescatore intento a lucidare la sua barca color delle limonaie, ha lo sguardo buono ma assente, mi accosto e lui mi sorride.
   “Davvero un bel colore!” esordisco
   “Non ho mai voluto cambiarlo.” mi dice “Non so perché, è come se fosse il colore del mio passato che non ho più ritrovato.”
   Nasce così nel mio animo la speranza… speranza di dare pace al mio cuore e a quello di Pamela che ancora attende il suo Mario con caparbia ostinazione.


venerdì 24 marzo 2017

Le scarpette rosse

     Anche in un momento in forte tensione, una lettura tenera addolcisce il cuore; questa breve storiella fa parte di un ricordo del passato.            




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   Erano lì belle, lucenti, uniche. Spiccavano in quella vetrina: fra tante anonime e scure, quelle scarpette sembravano uscite da un libro di fiabe.
   Elisabeth non staccava lo sguardo: le desiderava, da quando le aveva viste in quello scialbo negozio di calzature, ne era rimasta conquistata, doveva possederle per calzarle… per volare alto.
   Passava ogni giorno dinanzi a quel punto vendita, ma tirava sempre dritto; ogni mattina Elisabeth percorreva lo stesso tratto di strada prima di giungere a scuola: era un percorso obbligato, non vi erano altre vie.   Le scarpette di vernice rossa avevano un che di magico,  agli occhi di Elisabeth sembravano fosforescenti: la tonalità cambiava a seconda della luce. Il modello semplice, di quelle piccole calzature da bambola come la sua, era valorizzato da un cinturino fermato da un bottoncino.
   Viveva una vita modesta Elisabeth, ma essendo molto fantasiosa, era attratta, nonostante avesse solo otto anni, dai begli abiti con i suoi accessori. Quel paio di scarpe rappresentava per lei la conquista del benessere che avrebbe voluto: alla sua età immaginava che giungesse una fata buona a trasformare la sua casa in una più confortevole e a donare al suo papà un lavoro meno faticoso e più redditizio. 
   Le scarpette del desiderio erano sempre allo stesso posto; il negoziante le lucidava, le poneva in un’altra angolazione, ma esse rosse e patinate non lasciavano quella vetrina. Il papà di Elisabeth aveva intuito il desiderio di sua figlia. Si era accorto, quando la portava a passeggio la domenica mattina, come guardasse quella vetrina e gliel’aveva anche chiesto. Gli occhioni malinconici di Elisabeth si erano illuminati e lei aveva indicato le bellissime calzature; poi si era fatta coraggio, sussurrando: “Me le compri?”
   Da quel giorno, in poi, tutte le sere, quando si incontravano a cena, lei guardava suo padre e lo supplicava con lo sguardo; tacitamente continuava a inviargli il messaggio.
   Le scarpette rosse erano sempre in quella vetrina dell’anonimo negozio di quartiere, nessuno le comprava; sembrava stessero aspettando lei, solo lei, la bimba fantasiosa che quando desiderava non  comprendeva i ‘se’ ed i ‘ma’, giunse anche a ripetere a voce sempre la medesima, concisa frase: “Me le compri?”
   Il papà rigido incominciò a crollare. Un pomeriggio fiero, prese sua figlia per mano e la condusse dinanzi alla vetrina del desiderio.
   “Entriamo!” disse.
   Il negoziante prese le lucenti scarpette e le fece provare a Elisabeth che, guardandosi allo specchio, esclamò: “Non mi stanno bene, non mi piacciono più!”
   L’oggetto del desiderio, col possesso che stava per compiersi, smetteva di esercitare il suo fascino, lasciando nello sconcerto il papà.
   In futuro Elisabeth per quel padre fu sempre colei che cavalcava la volubilità.




venerdì 17 marzo 2017

L'autobus

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      Sono in ritardo… come sempre.
  Scendo le scale velocemente, mi separano quattro marciapiedi dalla fermata dell’autobus, sempre lo stesso che da vent’anni mi accompagna al lavoro.
   Il tratto è lungo e ogni giorno il vecchio autobus percorre svariati Km, in discesa fra le colline della Bassa Brianza, luogo incantevole della Lombardia, per raggiungere  la parte pianeggiante dove sorgono diverse fabbriche che attendono noi lavoratori quotidiani.
   Io presto servizio presso un mobilificio e mi occupo del settore vendite con professionalità e impegno tali, da meritarmi recentemente la nomina a responsabile della nuova struttura più ampia, fornita anche di arredamenti di tendenza.  
   E’ una mattina come tante e si annuncia simile alle altre. Sono fuori dal portone di casa, il sole splende in questa primavera inoltrata. Inforco gli occhiali da sole: la luce mi abbaglia, mi guardo intorno e non scorgo nessuno, come sempre. A quest’ora del mattino la cittadina tace e io mi appresto a cominciare una nuova giornata, ancora una volta con l’amaro in bocca; l’amaro della solitudine, l’amaro della sofferenza che vive in me da quel giorno maledetto in cui mia figlia, aprendo la porta di casa, mi urlò: “A non più rivederci, mamma! Tu per me sei morta!”
   Debora, amore mio, io continuo a vivere perché la speranza di rivederti mi aiuta a vivere e quando tornerai, dovrai trovarmi! E io fingerò che non sia successo nulla e ti accoglierò come se fossi uscita da qualche ora.
   Siamo in tanti alla fermata, ci conosciamo un po’ tutti.
   “Ehilà Silvana, come la va, oggi?” mi domanda sorridendomi la Cesarina.
   “Va di un bene. Sono la persona più felice di questa terra!”
  “Ma dai Silvana, vedrai che Debora ritorna.”  mi dice comprensiva. “Le passerà, la mamma è sempre la mamma!”
   Ci spingiamo con delicatezza, mentre percorriamo lo stretto corridoio alla ricerca del posto a sedere; ne trovo uno libero e mi ci accomodo. Apro la borsa per riporre i miei occhiali da sole, ma poi ci ripenso: la luce abbacinante giunge sino alla mia postazione; li inforco nuovamente e appoggio la testa sul sedile, mentre il movimento lento del pullman mi induce a pensare.
   Torno mentalmente a quella sera… eravamo felici Debora e io: non ci mancava nulla. Una bella casa e un lavoro dignitoso che avevo sin dall’inizio del mio matrimonio poi vanificato, quando quel traditore di mio marito decise di trasferirsi in un’altra città con una biondina ossigenata.
   Era venuta su bene lo stesso Debora che, dopo aver preso il diploma, aveva trovato lavoro in un centro commerciale. La sera quando ci ritrovavamo, alla fine di una giornata di lavoro, era sempre una festa: sembravamo due coetanee amiche. Non c’erano segreti fra noi, io conoscevo le sue storie d’amore e cercavo di metterla in guardia, dopo l’esperienza negativa avuta con suo padre. Tutto era perfetto… sino a quella sera.
   “Silvana sono tornata, dove sei?”
   “Sono in bagno, tesoro!” le piaceva chiamarmi per nome, lo faceva molto spesso, soprattutto nei momenti di massima gioia.
   “Allora Debora che succede? Sei tutta elettrizzata!”
   “Mamma, prepara una cena con i fiocchi, stasera conoscerai il mio fidanzato!”
   “Fidanzato! Che parolona, sarà come gli altri ragazzi, tu hai solo diciannove anni, non farai sul serio?”
   “Lui è diverso, quando lo conoscerai, capirai! Ci sposiamo, mamma ci sposiamo!”
   Ero preoccupata, ma finsi di non esserlo. Approntai una cena speciale, me la cavavo bene in cucina; dopo misi su un abitino decente, mi guardai allo specchio e l’immagine che rifletteva non era niente male; potevo essere fiera di me stessa: all’età di quarant'anni anni avevo un’aria molto giovanile, in tanti credevano fossi la sorella di Debora.
   Stavo per entrare in soggiorno, quando attraverso la porta a vetri che separava la zona notte, lo vidi!
   ‘No!’ mi dissi. ‘Lui no!’ Io lo conoscevo, alla stessa età di mia figlia c’ero cascata anch’io: mi ero innamorata di quell’infame torbido rubacuori. L’avevo incontrato per strada e mi aveva pedinato, poi entrando in casa avevo sentito squillare il telefono … Che tempismo, era lui!
   “Sei tu quella bella bambina di poco fa?”
   “Come dici, e tu chi sei?”
   “Dai che lo sai! Ti ho vista che mi guardavi.”
   “Come hai fatto ad avere il mio numero di telefono? Lascia stare.” continuai. “Ho capito … hai letto il cognome al citofono.”
   “Che scuola frequenti, che passo a prenderti!”
   Incominciò così la nostra storia, fui affascinata dalla sua eleganza, dalla sua cultura e anche dal suo benessere; ancora un po’ e sarei caduta nelle sue grinfie: egli era un “Pappone”. Un mio caro amico mi mise in guardia e lo affrontò, liberandomi per sempre della sua presenza, e ora lo rivedevo a casa mia con mia figlia, dopo vent’anni non aveva perso il vizio di avvicinare le brave ragazze.
   “Questa volta” pensai “dovrai vedertela con me, parassita!”.
   Entrai nella sala e lui con disinvoltura si alzò e mi venne incontro.
   “Signora è un piacere conoscerla, Debora mi parla spesso di lei e di tutti i sacrifici che ha fatto nella sua vita. Le vuole bene, tanto bene!”
   “Basta con questa commedia!” esordii con rabbia. “Non ti ricordi proprio di me? Non sono poi così vecchia! Ti occupi sempre dello stesso giro d’affari? Brutto porco! Tu mia figlia la lasci stare, lei ti cancella ora! Fuori di qui!”
   “Mamma come ti permetti? Io lo amo, stiamo per sposarci e tu mi distruggi! Hai sbagliato persona.”
   “Mandalo via tesoro.” le dissi accorata. “Per lui sei solo merce.”
   Sentii il tonfo della porta, Debora era uscita assieme a lui. Caddi esausta sul divano e incominciai a piangere singhiozzando, non mi accorsi del tempo che passava. Alzai lo sguardo e vidi che l’orologio segnava la mezzanotte, quando udii il rumore delle chiavi nella toppa. Era lei, Debora, era tornata. Mi guardò di ghiaccio, i suoi occhi trapassarono il mio cuore.
   “Sei ancora innamorata di lui? Mi ha raccontato della vostra storia giovanile, è per questo che hai voluto infangarlo! Me ne vado, mamma, tu per me sei morta!”
   Sento la frenata dell’autobus e mi sveglio da quel torpore, ogni qual volta mi eclisso con la mente, i ricordi prendono il sopravvento.
   Sto per alzarmi, lo fa anche la mia vicina di sedile, giro il capo e la guardo come faccio sempre, per un saluto formale prima di andar via.
   Ci fissiamo a vicenda, non proferiamo parola, poi…
   “Mamma, sei tu? Non sei cambiata, sei sempre la stessa Silvana!”