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mercoledì 12 settembre 2012

Riflessioni di lettura


                            



            “Mani Calde” di Giovanna Zucca (Fazi Editore, 2011)


   Un titolo dal significato importante: “Mani calde”. Un titolo di un libro d’esordio, un titolo che analizzato fa pensare ai sentimenti che trasmettono: il contatto tattile caloroso è sinonimo d’amore e in questo libro scopriamo che l’umanità è nascosta anche nei cuori che fingono un’algida distanza.
   La storia unisce un bambino colpito dal tragico destino di un incidente che vorrà condurlo nel baratro della morte; morte che, per caparbia volontà e grande professionalità, verrà strappata da un chirurgo ritenuto da molti un burbero senza cuore che si crede il Padreterno. La storia porta sul parallelo due esseri umani bisognosi l’uno dell’altro.
   Davide ha soli nove anni quando, nel breve tratto che lo separa dall’abitazione al negozio, finisce in coma a causa di un incidente stradale, la sua vita è appesa ad un filo, ma egli trova la forza di comunicare mentalmente col dottore burbero, soprannominato “cafone” per via del suo gergo triviale e il più delle volte crudele con i suoi colleghi di lavoro. Davide stabilisce il contatto mentale con il primario che  avverte la sua presenza: il bambino riesce persino a stringergli una mano e a guardarlo con un solo occhio. Il medico diviene così pian piano una persona umana che si scioglie alle tenerezze della vita. Nasce un innamoramento reciproco fra ragazzino e medico, un rapporto speciale che va al di là del verosimile. Il dottor Bozzi, da sempre ostile ai sentimenti, perché privato degli stessi durante l’infanzia, cambia atteggiamento e segue gli insegnamenti del piccolo che con la mente gli dice come comportarsi. Il dottore, stacanovista e irriconoscente con la sua equipe, si addolcisce e cambia il suo modus vivendi anche con la sua donna, una prostituta, che lascerà il mestiere per amor suo; ma non solo il dottor Bozzi, che rifiutava di conoscere l’unica figlia avuta durante un rapporto occasionale, scoprirà l’amore paterno. Il miracolo si compie durante il dialogo silenzioso fra il medico e il ragazzino che dopo una serie di interventi straordinari tornerà alla vita.
   Una storia narrata con una fluidità avvincente, con un’abilità appassionante, un libro in cui i personaggi parlano in prima persona e per ognuno di loro il linguaggio corrispondente. Questa è una tecnica narrativa molto interessante che fa calare il lettore nella storia senza stancarlo, ma lo prende per mano e lo conduce sino alla fine.  

lunedì 10 settembre 2012

La vita continua

                 


   Non si penserebbe mai di dover andare incontro a emozioni tanto diverse, non si penserebbe mai di dover conoscere momenti del tutto inaspettati che potrebbero coglierci impreparati, facendoci crollare il mondo addosso. 
   Diamo tutto per scontato, come se la vita dovesse scorrere nello stesso letto placido, irrorato da una sorgente d'acqua fresca; invece tutto accade o potrebbe accadere e quella vita che ci sembrava smorta, proprio perchè scontata, vorremmo riaverla con tutti i suoi colori spenti che ora sarebbero vivi. 
   Dove mi porta questo elucubrare, dove? Siamo lì e viviamo di progettualità, ci pesano, chissà? Ci muoviamo, siamo reattivi per quanto lo desideriamo, vorremmo alleggerirci di quelle progettualità che incombono e ci diciamo che ci piacerebbe fare altro: sempre la stessa musica. Poi... giunge una notizia inaspettata, mai avremmo pensato, mai avremmo voluto pensarla e perché avremmo dovuto? E a quel punto il mondo che ci appariva ingombrante, perché vedi caso ci tocca sempre farcene carico, diviene un macigno che opprime il cuore e quel cuore fa fatica a pompare sangue, quasi vorrebbe smettere di farlo.
   Ci guardiamo intorno e ci chiediamo dove sia la giustizia soprannaturale, perché tocca sempre ai giusti, ai mansueti, ai timorati di Dio, scomparire assurdamente e atrocemente dalla scena della vita, perché? Perché le carogne umane sopravvivono? Poi... si fa strada una voce, una flebile voce che ci ricorda che anche chi avrebbe potuto scegliere ebbe, invece, un epilogo drammatico e crudele. Secondo queste conoscenze il passaggio doloroso è riservato ai migliori, come una sorta di privilegio per conquistarsi un posto speciale per sempre. Difficile da comprendere, molto difficile. Chi vive intorno e soffre non ce la fa, non ce la fa ad assistere impotente e le domande si accaniscono e sfibrano fino all'inverosimile: la rassegnazione dilania il cuore.
    Forse un giorno avremo le risposte, per ora ci tocca ogni volta rialzarci e proseguire il cammino: chi nasce e chi c'è, ripone le speranze in noi che per quanto provati non possiamo ignorare quella vita che continua!

venerdì 17 febbraio 2012

Una vita


  •                                                                            
  •      

  •    M’inerpico su di un viottolo buio e profumato di malva, sono affranta e desolata: la mia grassa vita non ha più senso. Dall’alto del dirupo osservo il panorama tenebroso, sono in simbiosi: mai atmosfera è stata più conforme ai miei pensieri. Ripenso alla vita che avevo, alla mia spensierata, appagante esistenza e vorrei tanto riappropriarmi di essa, di quando in carne ridevo come un’ossessa per un nonnulla incurante del mondo intero che coinvolgevo da buontempona. Edmondo, questo è il suo nome, mi ha distrutto, annientato e l’ha fatto con nonchalance in un pomeriggio di fine estate mi ha sussurrato: “Ci rivediamo con meno chili di lardo!”
  • Non gli avevo chiesto niente, per me era solo un amico con il quale scambiare ironiche battute e storielle divertenti: il mio baluardo era l’umorismo e mi bastava. Non che non cercassi l’amore, ma attendevo che mi palpitasse il cuore. Edmondo aveva supposto ben altro, nelle nostre goliardate c’era sano divertimento che lui aveva frainteso. Da quel giorno ho osservato il mio corpo con paranoica attenzione isolandomi dal mondo che guardavo in cagnesco; respingevo gli amici: m'infastidivano e pian piano si è fatto il vuoto intorno a me. Sono sprofondata nell’abisso della disperazione, rifugiandomi nel cibo, mai tanto mi ha appagato.
  •    “Sei una palla di lardo!” mi dicevo. “Questo è il mondo dell’apparire, non dell’essere, non dei valori veri. Le ragazze di copertina, le stupide oche vuote, queste sono i modelli che Edmondo e tanti come lui cercano.”
  •    Non ho dato spiegazioni a nessuno: non ho famiglia, sono orfana di entrambi i genitori e mai come in quel triste frangente ho sentito la mancanza delle mie radici. Mi sono rifugiata anche nell’alcol, ho voglia di farla finita. Una mattina lo sguardo è caduto su di un quotidiano locale, un titolo in grassetto “Voce amica” e un numero telefonico. Ho composto quel numero, volevo vomitare la mia rabbia a un interlocutore estraneo per sgonfiare la mia anima da tutto il rancore compresso e soffocato. Una voce di donna gentile e soffusa mi ha risposto, mi ha ascoltato, non mi ha interrotto quando ho incalzato con il mio veleno. Dov’erano la mia precedente dolcezza e buon umore? Lei non mi conosceva eppure ha compreso. Le conversazioni telefoniche si sono susseguite e lei pazientemente mi ha ascoltato, solo ascoltato, e alla fine ha aggiunto: “Chiamami ancora!”
  •    Una laconica frase, solo una stringata intimazione che mi lasciava senza parole, ma che m'irritava.
  •    Ora sono qui e ho deciso, mi lancio giù da questo precipizio, la faccio finita, anche la stupida voce non ho voglia di sentirla ancora, ho chiuso con il mondo intero, sono solo una palla vuota, anzi piena di “lardo”.
  • Odo uno squillo, che noia è il mio telefonino, sto per lanciarlo giù prima di me, ma poi mi dico: ‘Si concede un’ultima possibilità anche ad un condannato, rispondiamo a chiunque sia!’
  •    E’ lei la voce amica che mi mormora: “Ti aspetto, lo sai dove abito!”e riattacca.
  •    Figuriamoci proprio ora, non mi va, ma voglio esaudirla, voglio guardarla in faccia e voglio che mi veda. Sono giunta, attendo un po’, mi apre la porta un’anziana donna dal volto bonario e rassicurante.
  •    “Si accomodi, lei è Sonia; prego, mia figlia Chiara l’aspetta!”
  •    Entro in una camera ampia e profumata di fresco, una stanza asettica dove troneggia un letto ospedaliero con le sponde in metallo e una leva anteriore.
  •    Mi avvicino e la guardo, due occhi grandi e luminosi mi scrutano, mentre il volto bellissimo reclina il capo e la mano destra scosta a fatica una ciocca riccioluta di capelli color oro.
  •    “Sei Chiara?” le dico titubante e tutta la mia baldanza irosa è annullata, svanita.
  •    “Accomodati!” mi risponde a fatica con la stessa vocina flebile interrotta da un attacco respiratorio.
  •    Sono frastornata. Chi è costei? Perché è a letto e mi ha chiesto di venire da lei?
  •    “Sono affetta da “sclerosi laterale amiotrofica. Ho poco da vivere.”esordisce interpretando i miei pensieri.
  •     Sono sconvolta: un tornado si è abbattuto su di me, ho il cervello in fiamme. Provo vergogna per me stessa: sono solo una mentecatta che non si è mai guardata indietro. Sento gocciolare la mia adiposità assieme alla mia miseria.
  •    “Chiara, perdonami!”le dico avvilita.
  •    Sono trascorsi quattro anni e oggi ho accompagnato l’angelo amico nel suo ultimo viaggio. Volevo una famiglia e il destino me ne ha dato una. La sorella-amica, che da quel giorno non ho più abbandonato assistendola sino alla fine, mi ha lasciato la sua forza di volontà e la sua mamma. Per lei sono stata una dolce burlona che le ha strappato un sorriso anche nei momenti più intensi della sua sofferenza.