giovedì 23 novembre 2017

Possibile amore

 


   Quella voce... ormai viveva solo per quella, immaginava e fantasticava, altro non poteva: il lui della voce era lontano, molto lontano. Era successo per caso, una pura fatalità: stava sintonizzandosi sulla stessa emittente quando fu catturata da una voce di un'altra stazione radio, una stazione agli antipodi dal posto dove lei viveva.
   "Oggi parleremo di rapporti amorosi di vecchia data, quelli che si trascinano da troppo tempo. Ma sì,  amiche mie, quante coppie vivono una storia da quindici anni o giù di lì e non hanno voglia né di una convivenza né di un matrimonio? Parliamone, sono qui attendo le vostre telefonate."
   Era rimasta immobile al centro della stanza, poi si era lasciata andare sulla poltrona buona del salotto, quella che di solito non sfiorava se non per darle una spolveratina. Poi si era alzata, aveva aumentato il sonoro della radio e sentiva un fremito, una malia mai provata prima. C'era l'intermezzo musicale e lei attendeva che lo speaker misterioso parlasse nuovamente. E parlò, per comunicare che c'era una telefonata in linea. Fu comprensivo, garbato, lievemente ironico, abile consigliere. Senza schierarsi completamente, seppe indicare il percorso giusto, la soluzione più idonea; la telefonata terminò con un ringraziamento da parte dell'ascoltatrice. Il programma andò avanti per circa due ore, centoventi minuti di diretta condotti da lui e il pubblico delle ascoltatrici che sciorinavano i loro problemi intimi con disinvolta nonchalance. Era come se fossero dal confessore, con la differenza che la loro storia era di dominio pubblico restando nell'anonimato.      Il programma andava in onda nel pomeriggio inoltrato e Terry non perse un appuntamento, ovunque fosse si sintonizzava, in macchina poi era il massimo. I quesiti cambiavano registro ogni giorno e non erano mai banali, ma ciò che era interessante, era la conduzione del presentatore: oltre la sua voce calibrata, spiccava la capacità di valorizzare qualunque argomento con una dialettica appropriata e un'analisi perfetta, lui sapeva anche redarguire e puntare il dito sull'errore facendo riflettere, e non per questo la persona di turno si sentiva accusata, anzi accettava il consiglio elogiando la bravura dello speaker.
   Terry cominciò a fare indagini, voleva conoscere l'identità fisica del presentatore o avere notizie sulla sua vita fuori dalla sfera radiofonica; seppe il cognome ma null'altro, silenzio assoluto. Prese la decisione, avrebbe fatto chilometri pur d'incontrarlo e così giunse alla sede di quell'emittente abbastanza nota. Entrò in sala registrazione, stavano provando un programma da mandare in onda successivamente e lei udì la voce che la tormentava anche in sogno. Fece qualche passo e lo vide, non corrispondeva al suo immaginario: era goffo, sui cinquant'anni e... disabile, si spostava sulla carrozzina a motore.
   "Cercava me?"
   "Come fa a saperlo?"
   "Ne sono venute altre e così come sono entrate, sono andate via."
   "Non rientra nei miei programmi, Max, dovrai buttarmi fuori rincorrendomi con la carrozzina."
   Amiche mie, oggi voglio formularvi questo quesito: "Esiste la pietà in amore? O esiste l'amore impossibile che diventa possibile?"
   Max cercava ancora una risposta

mercoledì 8 novembre 2017

Rivoluzione


     Ricorre il centenario della Rivoluzione Russa, denominata anche Rivoluzione d'Inverno o Rivoluzione d'Ottobre; pochi studenti universitari intervistati hanno saputo rispondere in merito alla Rivoluzione Russa che soppresse la monarchia e instaurò la Repubblica sovietica a regime socialista, partito degli operai, soldati, contadini.

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   Questa ricorrenza mi ha riportato alla mia amata scrittrice: "Irene Némirovsky" di origini russe e costretta a fuggire con la sua famiglia al tempo della rivoluzione, quando i Soviet misero una taglia sulla testa del padre, ricco banchiere. La fuga, dopo varie peripezie, li portò in Francia dove lei, pur essendo stimata come scrittrice di talento, non ebbe mai la cittadinanza che l'avrebbe salvata dalla deportazione nazista.
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   Da sempre le rivoluzioni, le guerre hanno segnato la storia del mondo e ancora oggi le ribellioni cruenti esplodono dopo periodi di tartassamento e ingiustizie che producono malcontento. Ma i conflitti generano morte, miseria, dolore, e chi ne fa le spese è spesso il ceto più vessato; anche le dittature provocano sofferenze, tribolazioni, privazione dei diritti umani, pianto e sgomento, lacrime di sangue versate dagli albori della storia.
Oggi le ribellioni sono spesso manifestazioni disturbate da violenti perturbatori che distolgono dal fine stesso dell'oggetto del contendere.

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   E regnano così: insofferenza, disagio, peggioramento economico, demeritocrazia, favoritismi. Fiumi d'inchiostro sono stati versati sull'argomento in questione, la ribellione esplode anche per iscritto e le parole sanno centrare il bersaglio, eppure l'assuefazione ha fatto in modo che quelle parole fossero arginate e combattute con altrettanto parole orali carismatiche di convincimento e il magnetismo fa sciocchi adepti.
 
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   Arriverà anche per noi il giorno della riscossa, della presa del potere, del cambiamento vantaggioso per chi versa il sudore del proprio lavoro, del suo impegno e delle sue capacità? Arriveranno la riconoscenza del merito, il premio alla legalità, la salvaguardia del contesto abitativo, il recupero e rispetto dell'arte ereditata, della natura e del genere umano? O tutto resterà come un bel sogno utopistico? Possibile che siamo manovrati a tal punto che ESSI decidono per noi, il mercato decide per noi, il sistema decide per noi? Forse? Ma ciò che pavento è che arriverà un despota dal pugno di ferro che annullerà persino la libertà, se ancora possiamo chiamarla così!

giovedì 26 ottobre 2017

Il primo ricordo



                      

                                                 
                   

    Andare a ritroso nel tempo e soffermarsi nel primo ricordo che scandisce l’inizio della nostra esistenza. Tutto secondo la memoria parte da quell’evento, che assieme ad altri prendono corpo in un fotogramma a sbalzi, che diviene sempre più cronistoria di noi stessi.
   Quando nasciamo, nonostante sia un momento memorabile, non lascia traccia nella memoria: non siamo in grado di richiamarlo dai meandri celebrali, che pur conservandone il passaggio non riesce a restituircelo in immagini da rievocare. 
   L’evoluzione dei primi anni di vita contiene momenti delicati e fondamentali, ma pochi riescono a ricordare i loro primi passi, i primi sapori graditi o le prime parole espresse di senso compiuto. Ci sono degli anni bui che non ci appartengono e ne siamo a conoscenza tramite i nostri genitori o chi per loro ha fatto le veci. La vita per noi incomincia da quel primo ricordo che resta il più prezioso o il meno bello, dipende dalle situazioni vissute.
   Io non avevo ancora quattro anni, per essere precisi mancavano cinque mesi al compimento dei miei quattro anni quando nacque mio fratello, la mia vita comincia da quell’evento che ricordo con dolore e tristezza mista a una strana emozione che sento ancora tangibile.
   Abitavamo in una piccola casa e c’era luce naturale nelle camere, presumo fosse giorno, non ho mai approfondito questo particolare e ora non posso più farlo: i miei genitori sono scomparsi già da tempo.
   Nella camera, che aveva una finestra laterale, c’era un letto centrale sul quale a sinistra era adagiata la mia mamma ricoperta da un lenzuolo bianco come il suo viso, contornato da capelli neri sparsi sul cuscino. Sempre a sinistra c’era una sagoma, non so dire a chi appartenesse, quello che so è che mia madre sofferente si lamentava e reclinava il capo per la spossatezza. Io la osservavo, per quanto tempo … non ricordo, come non so come fossi vestita: ero piccina.  Ma il ricordo che percepisco ancora è la tristezza che mi pervadeva nell'osservare la mia mamma: quella sofferenza mi apparteneva e mi penetrava il cuore.
   Questo ricordo doloroso si tramuta in qualcosa di diverso: compare mio padre. Ricordo il suo sorriso e il suo richiamarmi a uscire dalla stanza, ci appartammo in cucina e ci sedemmo intorno ad un tavolino d’emergenza, una sedia, per giocare a carte: mio padre mi intrattenne con il gioco delle carte napoletane. Presumo che, anche non avendo quattro anni compiuti, sapessi riconoscere le figure e provassi interesse per quel gioco, tanto da non tornare nella camera dove stava nascendo mio fratello, proprio così: il parto avvenne in casa con l’assistenza di un’ostetrica parente.
   Di quella giornata non so più nulla, non ricordo d’aver sentito il vagito di mio fratello, né cosa successe dopo o nei giorni seguenti, quindi non posso rimembrare la crescita del fratellino o i suoi primi momenti: c’è un vuoto, uno sbalzo ad altri episodi.
   Ora riesco a rievocarlo, anzi lo faccio già da molto, ma per buona parte della mia esistenza, quell’inizio temporale della mia memoria mi disturbava e mi procurava tristezza e preoccupazione per il parto, al quale associavo il volto diafano della mia mamma.
   I ricordi che segnano, s’imprimono anche in tenerissima età: i dolori hanno la precedenza sulle gioie!  
    Il terrore del parto era radicato in me anche in seguito, la vita poi mi ha donato la gioia d’essere mamma, ma per un insorgere di complicazioni non ho goduto della partecipazione in diretta della nascita: i miei figli sono venuti al mondo con taglio cesareo, quasi che la natura temesse di farmi provare le stesse sofferenze alle quali avevo assistito in diretta … precocemente.    


venerdì 13 ottobre 2017

Fantasiosi desideri

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   Scendeva lenta come fumo avvolgente, era candida e uggiosa e si appiccicava alla pelle; rendeva umidicci gli indumenti, penetrava nelle ossa e bagnava i riccioluti capelli di Ely. Che strano diminutivo, gliel’avevano coniato da piccola per guadagnare tempo; non Eleonora, troppo lungo, cominciò con un Ele, poi si tramutò in Ely e a distanza di anni, anche ora, che di piccolo aveva solo la statura, sempre e solo per tutti Ely.
   Lei amava la campagna lucchese al sorgere del sole, non le importava che in quel periodo salisse la nebbia; il medico le aveva consigliato di restare al caldo il mattino presto: la sua artrite aveva bisogno di un ambiente caldo e l’umidità le era deleteria.
   Ma Ely soleva penetrare nella natura anche con scarsa visibilità, i fumi nebbiosi la invogliavano a immergersi nei suoi pensieri che cercava come una sorta di panacea; ecco perché usciva da sola quando tutti dormivano: desiderava scavare nella mente quel tempo passato che era solo suo e quel luogo le conciliava  le rimembranze. Immaginava, anche, che una fortuita conoscenza potesse emergere dalle dense brume per ridonarle l’entusiasmo della passata gioventù. Se l’avesse saputo suo marito, Augusto, l’avrebbe derisa. “Ma che cerchi ancora?” le avrebbe detto con aria canzonatoria “Ancora le fregole giovanili!”.
   E l’avevano assorbita tutti la sua gioventù! In primis il marito che se l’era portata via quand’era ancora un’adolescente. Oh, non le aveva mai fatto mancare nulla, d’accordo! Ma la vita coniugale, con le sue priorità e responsabilità, non le aveva donato la spensieratezza delle uscite pazze con gli amici, delle occhiate furtive al ragazzo di turno, delle cottarelle che fanno vibrare il cuore. E la musica, quei balli che lei amava, quel progettare le serate per recarsi nelle discoteche, che furoreggiavano quando lei era fuggita con Augusto che le aveva promesso, anche, una vita movimentata e mondana e, invece, di movimentato c’erano state le sue gravidanze, una dietro l’altra e la gioventù se n’era andata appresso ai figli, cinque per l’esattezza.
   Ripensava ai suoi momenti di vita che ripercorreva a ritroso in un excursus particolare: saltava da un episodio all’altro e li collegava fra loro, anche se avevano una datazione differente, lei li associava. In fin dei conti non aveva lamentele da fare, il marito era sempre stato un gran lavoratore, forse troppo: il lavoro prima di ogni cosa, quanta solerzia e attaccamento, tutto per le esigenze familiari. Erano una famiglia numerosa che assorbiva, come una spugna, i guadagni del suo capo e lui il timoniere della barca remava con più vigore. I figli crescevano in buona salute, vivacissimi marmocchi che la sfinivano da mattina a sera; lei, Ely, era uno scricciolo e le sue povere membra erano spossate per il gran da fare; la voce, poi, s’era fatta roca a furia di richiamarli al dovere. Crebbero quei rampolli, cinque figli maschi che divennero prestanti come dei bodyguard e lei li guardava dal basso in alto; la vezzeggiavano, la circondavano di coccole ma al tempo stesso erano esigenti. Una prelibatezza di qua, un’altra di là, non un pasto normale, ma richiedevano fantasia culinaria. Poi c’erano gli indumenti, sempre tanti, jeans magliette, polo, camice, ora anche abiti di rappresentanza: un paio di loro s’erano impiegati negli uffici Statali, che aveva da lamentarsi dunque?
   Era stanca, stanca di pensare sempre e solo ai suoi uomini, non aveva un suo spazio, una sua realizzazione: aveva rinunciato agli studi che amava e al desiderio di scrivere; era corsa appresso all’amore, non sapendo che l’amore in cambio esigeva delle rinunce. Da qualche tempo, però, aveva preso l’abitudine di uscire presto il mattino, proprio per non dar conto a nessuno; la sua famiglia, anche se era tutta adulta, aveva orari differenti e se la ritrovava a casa a tutte le ore.
   Si spazientì quella mattina: il suo cantuccio preferito nella radura, al riparo del leccio, era occupato da una distinta signora; dalla sua postazione la osservò minuziosamente, non potendo meditare su se stessa lo fece per la sconosciuta di classe. Abiti firmati e accessori altrettanto costosi, un portamento elegante e giovanile, forse dimostrava meno dei suoi anni e vista la cura dei particolari, convenne che non ci voleva poi molto a rendere l’insieme più gradevole. La vide sedersi all’ombra del leccio e portarsi le mani al volto per lo sconforto, la sentì piangere a singhiozzi e la disperazione che colse nei suoi gesti, le procurò sincero rincrescimento.
   All’improvviso la signora si alzò e le passò accanto, Ely la riconobbe, l’aveva vista sulle pagine della sua rivista preferita, era una giornalista-scrittrice di discreta fama, quindi una donna realizzata e di successo, niente a che vedere con i suoi problemi di donna soffocata dal proprio ruolo.
   Ripensò spesso a quella signora, a tal punto da cogliere i lati positivi della sua vita, concluse che non è il ruolo a donare la felicità. Sperava d’incontrarla ancora, le avrebbe parlato, avrebbe osato, confidava nella complicità della nebbia. E la sconosciuta era nuovamente lì, al riparo del leccio, maestoso albero a forma di ombrello; Ely si accostò e con voce dapprima stentata, poi più chiara le parlò. La donna non s’infastidì, anzi s’illuminò quando seppe che era un’assidua lettrice della sua rubrica, ma quella luce durò poco: si spense quando il bip del messaggio sul cellulare le impose di leggere il breve comunicato.
   “E’ finita!” esclamò
   “Cosa!”chiese Ely, facendosi coraggio.
   “Non ho nulla. Non ho un marito, mi ha lasciato tempo fa e l’unica figlia se n’è andata per sempre. Speravo che ci ripensasse e invece. Ho costruito un castello di carta!”
    Ely, come le piaceva ora il suo nomignolo, scordò le sue fatiche e i suoi strani desideri: lei aveva un uomo, anzi sei e tutti l’amavano e non l’abbandonavano. In una frazione brevissima di tempo, considerò i lati positivi della sua esistenza e si sentì mortificata di essere dovuta giungere alla conclusione attraverso il dolore della donna che lei stimava. Ma la vita segue strane traiettorie e strane coincidenze, quell’incontro stava per far nascere un’amicizia che avrebbe giovato a entrambe. Ciò che mancava all’una avrebbe compensato l’altra, uno scambio reciproco a fin di bene.
   Fu Ely a prendere l’iniziativa.
   “Posso invitarla a pranzo?”

     
       
      
    

  

      

sabato 23 settembre 2017

Nostalgico scrigno

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   Più passa il tempo e più i ricordi s'incollano indelebilmente, vorremmo cancellare quelli dolorosi, quelli che ci struggono il cuore, quelli che non possono più materializzarsi, ma la vita precedente è tutta in noi e mai vorremmo annullarla; se non girassimo lo sguardo e proseguissimo il cammino non meditando sul passato, forse sarebbe possibile. 
   Lo scrigno dei ricordi dovremmo custodirlo e aprirlo all'occorrenza, sapendo già che la malinconia o la sofferenza potrebbero prendere il sopravvento. Il forziere dei ricordi ci accompagna: fa parte del nostro bagaglio e quand'anche non volessimo aprirlo, lui è lì in ogni angolo del nostro vissuto. Basta gettare lo sguardo anche su di un semplice oggetto e tutto ritorna nitido, magari più lucente di quando l'oggetto del nostro ricordo era materia viva. 
   Eh, sì, il tempo a posteriori rende quel momento passato senza macchia e ci pare che le mancanze, se pur al tempo ce ne fossero state, appartengano a noi che non facemmo il possibile. Vorremmo liberarci dai ricordi molesti, ma non ci riusciamo: dovremmo liberarci anche dai reperti che risvegliano antiche reminiscenze. 
   Volendo potremmo disfarci di ogni ricordo, ma saremmo in grado di privarci di quei ninnoli, di quelle foto, di quegli angoli di vita che fanno parte di noi? Sarebbe possibile forse con gli oggetti, se non fanno parte di un ricordo affettivo importante, ma la realtà abitativa che ci accompagna da tempo è pregna degli umori di chi c'era: basta osservare un punto qualsiasi del contesto abitativo e tutto si riaffaccia nella memoria. 
   La nostalgia è frutto dell'età che passa, eppure solo ieri elargivamo consigli saggi, eravamo talmente bravi a sminuire le situazioni che non comprendevamo perché quegli atteggiamenti fossero così malinconici, e tentavamo di venirne fuori, di uscirne alla chetichella sorridendo bonariamente o con atteggiamento infastidito. 
   Allora come vivere con il ricordo? C'è chi si volta indietro e non assume un comportamento triste: è conscio di non poter cambiare la realtà ed è per questo che è grato al presente. E c'è chi non solo non accetta il suo presente, che gli impone una vita priva di alcuni affetti, ma rimugina anche sul passato: pensa di aver commesso degli errori e che se tornasse indietro apporterebbe modifiche al suo modus vivendi. 
   Dovremmo imparare a vivere con leggerezza intesa non come frivolezza, superficialità, ma cercare di planare sulle cose dall'alto, non avere macigni sul cuore e accettare il fatto che quando s'intraprende una strada, durante il percorso si lasciano pezzi di vita dietro di sé!


giovedì 14 settembre 2017

Barbarie uguale regresso

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   Il dolore non ha mai fine: ancora una volta un ennesimo fatto di sangue, di violenza camuffata sotto una spessa coltre di finto amore, ha stravolto le famiglie: perdere la vita a sedici anni per un amore sbagliato è assurdo, inconcepibile! L'adolescenza è il periodo  delle storie sentimentali senza il fiato sul collo, senza l'ossessività della gelosia, del possesso; a sedici anni si sperimentano emozioni, conoscenze, nuove amicizie, integrazioni nel gruppo dei coetanei. E' il momento della scoperta del mondo, dei filarini batticuore, dell'approccio sentimentale: non può esservi un rapporto esclusivo e tormentato dai dubbi, dalla prevaricazione, dall'angoscia tipica del mondo degli adulti. A sedici anni si dovrebbe vivere la spensieratezza sentimentale, le preoccupazioni di quel genere sono del mondo dei Grandi! 
   La nostra vita è una conquista giorno dopo giorno, è una lotta per la sopravvivenza in un mondo egoista e avido che non sa che farsene dei valori di fratellanza e della prosperità comune: chi ci gestisce propina bei soliloqui a voce alta, discorsi enfatici atti a conquistare le folle. E tutto precipita, si sgretola trascinando con sé fango e macerie mietitori di morte e miseria. La gente è esasperata, parla, rivendica i suoi diritti; scrive, scrive pagine di protesta, urla nei talk show, ricevendo in cambio falsi sorrisi e altrettanto urla convinte che quell'interlocutore infuriato non dica il giusto. Un lavoratore se non fa bene il proprio lavoro è licenziato e non percepirà nulla, mentre un politico anche dopo un battito d'ali lavorativo percepirà il vitalizio. Ma questa è l'Italia e se il politico non dovesse ricevere il sostentamento futuro, dio ce ne liberi, sarebbe un'ingiustizia, mentre per il lavoratore lasciato a secco è giustizia! 
   E l'economia cresce, dicono; il turismo è aumentato, dicono; la vendita d'immobili è in ripresa, dicono; le città sono più sicure, dicono; e il rispetto, l'educazione, i buoni esempi, l'amore per la propria terra, dove sono? Dov'è quel prodigarsi per ripulire i volti ambientali insudiciati dall'abbandono, dalla superficialità? E se ne parla, se ne parla, in un bla, bla, bla reiterato e stanco di essere messo in prima linea. Ci vorrebbe azione: le parole se le porta il vento! Occorrerebbe muoversi, creare progetti, spendere i fondi della Comunità Europea, spenderli per il bene comune; al bando gli appalti manipolati, al bando gli incapaci, gli avidi, gli approfittatori del sangue umano. Ma in tutto questo bailamme assordante nascono anche buoni propositi che danno il loro frutto, ad Amatrice è sorto un liceo scientifico a indirizzo sportivo e internazionale, un convitto che ospiterà studenti di tutta Italia, una bella rinascita per la cittadina colpita dal sisma. 
   Una fetta di umanità esiste ancora, ma il male è ancora avvolto in una coltre di mistero che marchia le famiglie per sempre: difficile è continuare a vivere con mille domande che ossessionano la mente e con la perdita della persona cara strappata ingiustamente alla vita. Ancora oggi le donne sono vittime di follie omicide, ancora oggi l'uomo si arroga il diritto dell'esclusività, del possesso. Forse a quegli uomini non è stata insegnata la rinuncia, il non sempre tutto è dovuto? Perché se è vero che l'esasperazione per il sistema ha reso la gente incattivita, ciò esclude il fatto che la vita altrui non sia rispettata! L'esasperazione produce mostri umani del terrore? Stiamo regredendo? Il progresso tecnologico ha fatto regredire i sentimenti e il Medio Evo sta rinascendo!

giovedì 7 settembre 2017

Evento magico

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Ho preso una pausa: in estate, almeno per me, è più giusto così; anche perché impegni familiari hanno reso necessario un allontanamento momentaneo. Ora devo ritrovare i pensieri, riannodarli, renderli interessanti. Il blog, secondo me, non è una vetrina dove buttare giù due frasi oppure pubblicare solo foto: questo spazio è uno scambio dove interagire con argomenti che suscitino interesse, o proporre scritti frutto del proprio estro creativo.
In questi mesi di tanto in tanto buttavo un occhio sulla blogosfera, ma mentre tentavo tutto il resto mi richiamava come per dirmi: non ti appartare, ci siamo noi, il mare, i contatti quotidiani. E poi, un evento molto importante ha deconcentrato la mia mente: mentalmente era sempre in cima ai miei pensieri. Un evento che credevo accantonato e invece si è realizzato, e si è svolto con tutti i crismi. E' stato bello! Quando dicono che il matrimonio non è più di moda, si sbagliano: è vero che la convivenza va alla grande, ma quando si prende coscienza della bellezza del rito celebrativo, dell'importanza, della magia del giorno e del fatto che si dona la magia anche a chi se lo aspetta e non desidera altro, allora i preparativi fervono e coinvolgono.
 Amici non mi riferisco a me, io sono sposata da tempo e tornando indietro rifarei lo stesso percorso, invece parlo di mio figlio minore, assolutamente contrario al rito matrimoniale con tutto l'ambaradan che ne consegue e che lui riteneva solo uno spreco. Mio figlio ultimogenito che riteneva giusta la convivenza e mai, a suo parere, si sarebbe imbarcato nel matrimonio con tutti gli svantaggi che si ritorcono contro nel caso di separazione. E invece proprio lui, dopo un certo percorso, è capitolato con gioia e mai, dico mai, ho visto sposo più radioso e con una luce speciale in volto.
La convivenza è una sorta di tagliando, è come un rodaggio della vita a due nella quotidianità. Tante convivenze franano dinanzi agli ostacoli, al modus vivendi, al carattere di ciascuno dei due: non è facile collimare nella temuta quotidianità e scoprire lati comportamentali che non emergevano durante il fidanzamento, pur viaggiando assieme e vivendo gomito a gomito ogni giorno.
Ora cosa faccia scattare la molla di voler regolarizzare l'unione? Capita spesso che lo si faccia per un figlio, oppure quando accade un evento che ti fa comprendere la precarietà della vita e di come i progetti a lungo termine non abbiano valenza: non siamo padroni del nostro tempo. Ed è qui che scatta il desiderio di voler vivere il sogno, la magia celebrativa che rende ancora più speciale quella convivenza già collaudata.
Nietzsche diceva che ciò che non uccide fortifica: le prove della vita, anche quelle non strettamente personali, quando si superano, rendono forti e offrono un'altra visione della nostra esistenza travagliata da varie difficoltà; esistenza in cui cogliere l'attimo è gioia, in quanto tutto potrebbe accadere a posteriori. Gli eventi importanti restano in noi e perdurano nel tempo, la magia non si spegne quando si chiude il sipario: quella magia è un dono che appaga e non lascia spazio al possibile rammarico di aver troppo atteso!

(con calma passerò a leggervi)