mercoledì 14 giugno 2017

Buone vacanze

                           Risultati immagini per foto vacanze





   C'è un tempo per ogni cosa! Ora occorre fermarsi, per assaporare al meglio la generosità della natura. Vi lascio un sorriso e un abbraccio, che possiate rilassarvi in lietezza e buona salute.
   È ancora presto per le vacanze? Forse si, forse no: dipende dal periodo personale e da altri fattori, comunque vada il riposo sarà benefico! Buona vita a tutti e buona estate!

giovedì 1 giugno 2017

Una vita vera (capitolo sette)


  
                           Risultati immagini per vita

                                                                                    

   “Di là c’è un tipo che devi conoscere!” esclamò Mimma alla vista dell’amica che le porgeva il vassoio. “Che mi hai portato? Non era il caso.”
   “E’ solo una torta alla ricotta e cioccolato.”  aggiunse, Marilena.
   “No, sei tu!” esclamò la ragazza, dopo essere entrata in soggiorno.“Ci siamo lasciati qualche ora fa.”
   “Vi conoscete già!” constatò Mimma.
   “In biblioteca, devi sapere che lui è il lettore più assiduo. E tu com’è che lo conosci?”
   Cominciò così quella serata a tre, le vite s’incrociano e per strani meccanismi fa incontrare persone che indirettamente avevano percorso strade uguali, Marilena ne era il punto focale.
    Fulvio si rivelò un ottimo conversatore dall’ironia garbata e divertente, un intrattenitore loquace e coinvolgente. Confidò alle due ragazze le sue aspirazioni. Parlò del desiderio di aprire e gestire un museo imponente, ove esporre opere dimenticate e abbandonate, opere di artisti noti e meno conosciuti. Sarebbe andato alla ricerca di queste preziosità artistiche che per incuria, pigrizia e disinteresse giacevano in luoghi remoti.
   “Dovete sapere che l’Italia è ricca di patrimoni artistici lasciati a un destino di abbandono e giacciono sepolti dalla polvere che ne corrode la bellezza. Io smuoverò cielo e terra, dopo la specialistica mi farò in quattro per portarli alla luce e darne il giusto riconoscimento; andrò dalla gente che conta, dovranno ascoltarmi!”
   “E’ un bel progetto.” rispose Marilena “Se vuoi ci sto anch’io, potrò darti una mano e poi frequento la stessa università, come ben sai, e guarda caso sono iscritta al medesimo corso di perfezionamento, te ne ho parlato all’ora di pranzo. Per cui se ti va, potrei darti una mano.”
   “Ragazzi, ci sono anch’io!” esclamò Mimma “Frequento la stessa specialistica, siamo tutti e tre amanti dell’arte, e poi più siamo meglio è!”
Finirono la serata conversando del più e del meno e consumarono la cena intorno al tavolino da salotto, inginocchiati sul pavimento, un po’ alla giapponese; si raccontarono le loro vite, i loro percorsi, scherzarono narrando aneddoti familiari e intonarono canzoni melodiche dei loro cantanti preferiti in un clima ameno e rilassante.
   “Oh, ragazzi, s’è fatto tardi, domani si ricomincia e dobbiamo darci sotto, se vogliamo realizzare il nostro progetto!” disse Marilena che tornò con i piedi per terra, dopo aver guardato l’orologio che segnava la mezzanotte.
   Salutarono Mimma e stavano per scendere l’unica rampa di scala, quando suonò il cellulare di Marilena con la scritta anonimo, lei si turbò e fece squillare a lungo il telefono: sembrava paralizzata. Fulvio comprese il suo timore: “Vedi un po’ chi è, non ti mangia mica.”
   “Pronto, pronto.” rispose in preda all’ansia che non riusciva a spiegarsi.
   Sentì un respiro lieve, null’altro e poi cadde la comunicazione; lei si guardò intorno come se quella telefonata fosse stata una minaccia.
   Gli amici la rincuorarono, le dissero che poi in fin dei conti non era accaduto nulla di strano, magari l’anonimo aveva sbagliato numero, s’era accorto dell’errore e aveva preferito chiudere la comunicazione per non dare spiegazioni, anche perché a questo mondo i maleducati si comportano così, precisò Mimma dicendole che una bella dormita avrebbe dissolto ogni pensiero.
   “Grazie, amica cara, ma vedi ho come la sensazione che qualcuno non di mia conoscenza voglia disturbarmi; ora è tardi, ma domani sera vi aspetto entrambi da me e vi racconto. Ci vediamo per una cenetta a base di pizza, sotto casa c’è una pizzeria molto invitante che fa pizze da asporto.”

  “Che non diventi un’abitudine!” esclamò Fulvio sorridendo e strizzando l’occhio a entrambe. 

  (continua)

venerdì 12 maggio 2017

Una vita vera (capitolo sei)


                         Risultati immagini per vita
                                                                                


   “Sei ancora lì?” mormorava Ernesto, attraverso la porta del bagno. Lui era lì che attendeva già da un bel pezzo: erano entrati in quella camera d’albergo da circa una mezz’ora, quando lei si era allontanata per andare in bagno a rinfrescarsi un po’, così gli aveva detto, e lui a malincuore s’era sciolto da quell’abbraccio di fuoco. Si erano sposati quella mattina, un matrimonio in grande stile, tutto in regola, cerimonia in chiesa con più di cento invitati e poi al termine dei festeggiamenti erano partiti per il viaggio di nozze; non avevano mai viaggiato da soli, quanto avevano fantasticato su quel momento! Erano occorsi cinque anni di fidanzamento per compiere il grande passo, lei aveva dovuto completare gli studi, s’era anche iscritta alla facoltà di architettura, ma lui premeva: non voleva più viverle lontano, la voleva tutta per sé, temeva che qualcun altro gliela portasse via. 
   Ernesto aveva trovato lavoro in un’altra cittadina, da giovane scriteriato, per amor di lei, era divenuto un ragazzo retto e gran lavoratore. Dopo la laurea in ingegneria era entrato nelle grazie di un costruttore importante che gli aveva affidato la direzione dei lavori, e lui si faceva in quattro per adempiere al suo dovere, per non essere scavalcato da altri giovani laureati che si affacciavano in quel cantiere rinomato in tutta la città: il tal imprenditore aveva costruito residences importanti che erano un vanto per la zona. Partiva la mattina presto, la località aveva una distanza di un’ora di macchina, ma lui voleva tenersi stretto quel lavoro, lo faceva anche per Giovanna: lei gli aveva detto che se non si realizzava e non la smetteva di vivere alle spalle del padre, non l’avrebbe mai sposato. Eppure ne avrebbe potuto avere altre cento come lei, erano quasi tutte pronte a cascargli fra le braccia, non badavano al fatto che facesse il perdigiorno, anzi questa figura gli donava più fascino, eccetto al delicato passerotto dai capelli color del sole, gli stessi capelli ramati di sua figlia Marilena. Per conquistare Giovanna aveva ripreso gli studi e andava avanti come un treno, neanche una deviazione, tutte fermate in perfetto orario: s’era laureato con il massimo dei voti e non aveva perso un esame.  Quando andava a far visita alla sua fidanzata entrava trionfante con il libretto universitario fra le mani e glielo sventolava come un trofeo. I genitori di lui stavano vivendo uno stato di grazia: avevano passato momenti di seria preoccupazione per quel figlio, quando conduceva soltanto una vita di stravizi. Essi avevano provato a minacciarlo di tagliarli i viveri, se non avesse ripreso a studiare o perlomeno impegnarsi nella ricerca di un lavoro, visto che non avrebbe mai fatto il farmacista e non desiderava raccogliere l’eredità paterna: sembrava quasi che godesse a farli soffrire e loro, per non perderlo del tutto, attendevano che lui maturasse o che per amore si compisse il miracolo. E quel miracolo fu la dolce Giovanna, ragazza educata con la testa sulle spalle.
   “Allora che ti sembra?” esclamò lei, dopo essere uscita silenziosamente dal bagno. Lui le rispose stringendola forte a sé: dopo cinque anni di fidanzamento, lei lo turbava ancor di più  della prima volta in cui montò in sella sulla sua moto.
   Ernesto si fermò un attimo: quella prima notte sembrava andare diversamente dalle sue aspettative. Giovanna non si rilassava, sembrava quasi che dovesse andare al patibolo; appena lui tentava l’approccio, lei si poneva in uno stato di agitazione e si lamentava di un dolore inesistente: lui non l’aveva ancora penetrata. Giunse a pensare che avesse subito violenza e che non ne avesse voluto mai parlargliene; invece, poi, seppe che aveva ascoltato storie di mogli che, durante il primo rapporto, erano state vittime di lacerazioni emorragiche, quindi lei aveva sempre creduto che la prima volta fosse sempre un’immolazione al dolore.
  “E me lo dici ora?” chiese lui frastornato. “Tante volte ti ho parlato della bellezza dell’amore e del piacere che si prova. Avrei voluto farlo prima con te, ma poi ti ho rispettato quando ti ritraevi, adducendo il fatto che non eravamo sposati.”
   “Non potevo confessartelo, mi vergognavo e ancora è una fatica per me parlartene. Perciò ora che sai, aspetta, io non voglio soffrire.”
   “Ma cara, l’amore non è sofferenza, vedrai. Quelle signore hanno raccontato il falso. Appena avvertirai dolore, io ti lascerò stare, non potrei diversamente, mi sembrerebbe di usare violenza.”
   Giovanna era ostinata e si irrigidiva, lui perseverò in dolcezza e preliminari che alla fine stancarono la sposa; era esausta e stordita quando lui la fece sua e lei raggiunse le vette del piacere, non voleva smettere e alla terza notte divenne un’amante straordinaria che spontaneamente imparò l’arte dell’amore. Ernesto ancora oggi la cercava con passione e lei gli rispondeva con altrettanto desiderio.

(continua)

venerdì 5 maggio 2017

Una vita vera (capitolo 5)

                       Risultati immagini per vita
     


   Marilena s’alzò prima del solito, aveva avuto una notte agitata ed era ancora frastornata: aveva sognato una sconosciuta ragazza che le parlava come se la conoscesse da tempo.
   “Devi cercare, mi devi far giustizia!” e mentre le comunicava lo strano messaggio, sembrava svanire al di là di una porta segreta, in un luogo mai visto prima. Nel sogno, per lo stupore, era ammutolita e s’era guardata intorno, chiedendosi dove fosse. Erano seguiti attimi di angoscia e di timore di non poter più ritornare alla sua normale vita, invece s’era svegliata di soprassalto e dopo i primi istanti di smarrimento, aveva benedetto la sua realtà.
   “Ma guarda che strano sogno, tutta colpa di quella lettera del passato, che suggestione!”
   Guardò attraverso i vetri e scorse un cielo limpido, all’orizzonte s’intravedeva un delicato chiarore che lasciava presagire l’arrivo del sole. Adorava le giornate terse riscaldate dai fulgidi raggi solari, le pareva di essere ancora nella sua terra, dove il sole generoso si donava quasi per tutto l’anno: da quando era in quella terra del nord lo spettacolo naturale era ben diverso e lei a malincuore cercava di adattarsi. Era ancora confusa quando le squillò il cellulare, era la sua amica Mimma che le proponeva una cenetta a casa sua, sarebbe stata anche un’occasione per consegnarle gli appunti del giorno prima. Marilena ne fu felice, l’intimità del suo nido era preziosa ma anche la compagnia lo era altrettanto, si disse, per cui sarebbe stata gentile e avrebbe fatto una sorpresa a Mimma, portandole un dolce preparato con le sue mani. Quella telefonata le fece dimenticare il sogno inspiegabile e mentre era in macchina per raggiungere la biblioteca, accese la radio e canticchiò il motivo che stavano trasmettendo. Giunse di buon umore al posto di lavoro e cominciò a controllare la lista dei libri resi e di quelli presenti per stilare un promemoria di tutti i volumi mancanti: il lavoro le piaceva e lo faceva con impegno. Scorse un ragazzo nella sala lettura che guardava nel vuoto, poté coglierne anche le espressioni del viso: egli era in una posizione frontale alla sua. Le sopracciglia aggrottate esprimevano pensiero, perplessità, forse dubbio, o stanchezza, poi lo vide reclinare il capo e portarsi le mani alla fronte, tamburellare con le dita sul piano del tavolo e in seguito lanciarle uno sguardo infastidito, quasi a volerle dire che doveva guardare altrove. Marilena provò impaccio e si allontanò da quella sala quasi come fosse una ladra, si ricordò del romanzo latore della missiva misteriosa e lo cercò nello scaffale, sperava di poter trovare qualche interessante annotazione. Il libro era intonso, nulla, solo ingiallito dal tempo, la copertina ne portava i segni e fra le pagine della polvere sottile e un bel nastrino rosso segna libro.
   “Cosa cerchi fra quelle pagine?” disse lo sconosciuto che poc’anzi aveva attratto il suo sguardo.
   “Nulla.” rispose “E poi non sono tenuta a spiegarti alcunché!”
    “E solo che, è dall’altro giorno che mi sono accorto del tuo interesse per questo romanzo che tra l’altro ho letto anch’io come svago. L’ho restituito prima che tu cominciassi a lavorare qui.” disse il giovane che visto da vicino aveva un’espressione meno tesa.
   “Ci vediamo, bella bibliotecaria!” esclamò subito dopo e si allontanò, senza darle il tempo di replicare.
   “Ma guarda che tipo!” mormorò Marilena e proseguì con il suo lavoro, poi si sedette e aprì i suoi appunti, notò in calce la voce: “Approfondire con ricerche!” nulla di più facile per lei: in quella biblioteca vi era tutto il materiale inerente all’argomento che le interessava. Prese il volume e decise di portarlo a casa, nella tranquillità senza occhi indiscreti e libri da catalogare avrebbe trovato la giusta concentrazione. 
   Era già in macchina quando si ricordò della frase del giovane sconosciuto: “Questo romanzo l’ho letto anch’io”. Quelle parole le fecero dedurre che la lettera del passato era stata messa recentemente, per cui sicuramente non apparteneva a una lontana lei che aveva letto il libro; quindi l’unica spiegazione plausibile era che qualcun altro avesse deciso di ordirle uno strano scherzo, oppure era semplicemente una richiesta d’aiuto, quindi il sogno era frutto del suo inconscio turbato, ma perché era stata scelta lei, pensò? Notò che una stessa auto le stava dietro: mentre rifletteva, di tanto in tanto, per una guida sicura, aveva dato uno sguardo allo specchietto retrovisore e s’era accorta che quella fiat panda color crema percorreva il suo medesimo tragitto. Non riusciva a scorgere il conducente: aveva un cappellino unisex calato sulla fronte, uno di quei berretti di lana che indossano un po’ tutti. Volle allungare il tratto e fece una deviazione, proprio per studiare l’inseguitore e parcheggiò dinanzi a un centro commerciale; entrò e si fece un giro, aveva bisogno di tempo per scoraggiare quell’anonimo tallonatore. Fu attratta da un nuovo negozio di calzature, ve n’erano di carine a prezzi stracciati, volle concedersi una pausa distensiva, sembrava quasi che qualcuno le volesse avvelenare quella nuova vita. “Non ci riuscirai chiunque tu sia!” mormorò.
   “Che fai, parli da sola?” Marilena si voltò e riconobbe il giovane conosciuto alla biblioteca. Le sembrò che un santo protettore gliel’avesse mandato.
   “Che ci fai qui?” chiese con un certo sollievo.
   “Io abito di fronte, tu piuttosto?”
   “Mi hanno detto che qui si spende bene, sono venuta a dare un’occhiatina e perché no, a fare acquisti. E visto che ci sono mi concedo anche uno spuntino veloce.”
   “Ok, bellezza, allora offro io!”
   Si ritrovarono al tavolo del self-service come due amici di vecchia data.
   “Non sei di Verona, strano non si direbbe dall’accento, anche se non ne hai uno specifico!” esclamò Fulvio “Hai fatto bene a conquistarti un’indipendenza di tutto rispetto.”
   Marilena gli narrò la sua vita e le sue aspirazioni, tra un boccone e l’altro ne tracciò i punti più salienti; tacque su quell’ombra che non sapeva neanche cosa fosse, su quello strano punto oscuro che non osava neanche confessare a se stessa, non ne aveva mai parlato con nessuno: sua madre, che pur era la sua confidente, non ne era a conoscenza. E non gli disse che si trovava lì perché si era sentita minacciata da un inseguitore ipotetico: non aveva certezze e non le sembrava giusto tediare un ragazzo conosciuto da poco.

(continua)

venerdì 28 aprile 2017

Una vita vera (capitolo 4)



                          Risultati immagini per vita

     La cena si era svolta in una convivialità stentata, la cara cugina aveva lanciato frecciatine fastidiose che Giovanna volutamente non aveva colto: col suo sorriso moderatore aveva fatto in modo che Ernesto non andasse su tutte le furie. La cugina era una dei pochi familiari rimasti della parentela paterna e per lei era un legame con suo padre, morto da qualche anno. Teresa, figlia della sorella di suo padre, era cresciuta con gli occhi puntati sulla bella Marilena; la emulava in moltissime cose, solo nello studio le imitazioni erano mal riuscite: s’era fermata alla maturità magistrale conseguita a stento dopo una bocciatura. Era sposata a Oronzo, tecnico che riparava elettrodomestici e la loro vita si svolgeva nella bella cittadina di Ostuni; avrebbe, per alcuni versi, dovuto sentirsi appagata, ma quella vita di provincia, anche se meta di turisti,non la entusiasmava. Aveva, pressappoco, la stessa età di Marilena e nel confronto ne usciva perdente al punto di vergognarsi di sé sia per l’aspetto fisico, sia per l’intelligenza nettamente inferiore. Quella frustrazione cercava di mascherarla, come meglio poteva, ma erano le sue risposte distaccate, il suo mancato interesse, le sue acide parole a denunciare il suo avvilimento interiore.
   Giovanna aveva compreso da un pezzo l’invidia che Teresa nutriva per sua figlia e se ne dispiaceva: le ragazze erano cresciute insieme e Marilena non aveva creato situazioni tali da far nascere sentimenti di gelosia nel cuore della cugina. Molto spesso, Giovanna si era anche preoccupata quando coglieva quegli occhi di ghiaccio che scrutavano la sua bella figliola. Perciò il posto di bibliotecaria in un’altra città, e per giunta nel nord, era motivo di fastidio pungente per Teresa, sicuramente avrebbe voluto esserci lei a Verona e magari in cerca di belle emozioni. Ma Giovanna sapeva che sua figlia era appassionata allo studio e che era lì per arricchirsi culturalmente; la storia dell’arte era importante: sin da quando aveva scelto la facoltà di lettere, aveva manifestato le sue intenzioni future. 
   I cugini si accomiatarono in gran fretta, la telefonata aveva turbato quella serata e Teresa sembrava avesse il fuoco sotto i piedi.
   “Ma tu guarda, mi sono fatta in quattro per questa cena, ma cosa vuole dalla vita?” Disse tra sé e sé, Giovanna, cercando di non farsi udire dal marito: voleva evitare d’infiammarne l’animo e in quel momento stava tentando di spegnere il suo.
    Ernesto, come nulla fosse, si accinse a dare una mano alla moglie senza fare riferimento alcuno alla conversazione allusiva: quella sera non aveva voglia di polemizzare. Lui aveva compreso da un pezzo quanto la nipote acquisita invidiasse la bella figlia, per lui non era un disagio, tutt’altro era una constatazione della superiorità di Marilena e ne era fiero; per questo motivo aveva sempre vigilato, sua figlia attirava molti sguardi e la cattiveria umana andava arginata. Ovviamente non si riferiva a Teresa, che male avrebbe potuto farle: lei come parente non era una minaccia, ma il mondo esterno sarebbe potuto diventarlo e la figlia ancora si fidava del genere umano: la sua bontà d’animo forse non coglieva gli aspetti negativi della vita.
   “Sempre acidina Teresa.” Disse lui con ironia, mentre si affrettava a riporre i piatti nell’acquaio “Ricordati il verso di Dante, funziona, e poi lasciala bollire nel suo brodo, magari è solo insoddisfatta.”
    “Hai ragione caro!” esclamò “Sai pensavo che quel viaggetto a Verona potremmo anche farcelo, io non conosco quella città, sarà un motivo per rivedere anche Marilena, sapessi quanto mi manca!”
   “E poi sarei io il retrogrado, l’opprimente. Siamo uguali noi due, amore mio!” e l’abbracciò con passione, con immensa passione.
   Aveva una bella famiglia, si disse Ernesto, e guai a chi tentava di creare disturbo: la serenità andava difesa. Avevano fatto tanto, lui e sua moglie, per creare ciò che avevano. Giovanna era stata una moglie paziente, sempre pronta al dialogo costruttivo, un vero modello di saggezza e onestà. In fondo alla sua anima riconosceva i meriti alla sua preziosa moglie che comunque s’era prodigata in virtù dell’amore che lui le donava: da quando l’aveva conosciuta, con quell’aria da passerotto indifeso, lei gli era entrata nel sangue facendogli  abbandonare la precedente vita di bagordi. 
   Si accese una sigaretta e uscì in giardino, il cielo terso e l’aria fresca autunnale erano un’ottima cornice distensiva, Ernesto si accomodò sulla sua poltrona preferita in vimini. Giovanna avrebbe impiegato una mezz’oretta nel rigovernare la cucina e per lui quello spazio di raccoglimento tutto suo, era un dolce ripercorrere i momenti salienti della sua vita: amava addentrarsi nei recessi della memoria e abbandonarsi ad essa.  
   Osservò lo scenario dinanzi a sé, la bella vista che dava sul giardino verdeggiante; buttò l’occhio alla siepe d’hibiscus dai colori rossastri, quanto amava quei fiori, avevano vita breve ma bastava un solo giorno per portarli nel cuore. Fondamentalmente era un romantico, un signore dall’animo gentile che indossava i panni dell’austerità quando doveva impartire l’educazione ai suoi figli, ma nel fondo della sua anima coltivava ancora teneri pensieri, velati da un unico ricordo doloroso. Un refolo leggero al profumo floreale gli accarezzò le narici, chiuse gli occhi e tornò a quel giorno in cui spalancò le porte del piacere alla bellissima Giovanna.

(continua)

venerdì 21 aprile 2017

Una vita vera (capitolo 3)


                        Risultati immagini per vita


      Marilena, dopo aver indossato il morbido pigiama in pile, scaldò una pizza del giorno prima, se l’avesse vista sua madre, l’avrebbe investita di rimproveri.
   “Non pensi alla tua salute, non sai mangiare, solo carboidrati e grassi, che modo di rovinarti la vita!”         
   “Basta!”urlò tra sé e sé “Sono da sola e ancora non me ne rendo conto, i miei genitori... è come se mi vivessero dentro!”
   Pose il piatto sul tavolino del salotto, era stata fortunata: aveva trovato un bell’appartamentino con una modesta zona living sulla quale si affacciava la camera da letto e un discreto bagno; una casetta fatta per lei, dove poteva decidere della sua vita senza subire la volontà dei genitori, per di più era una casa luminosa e ubicata nella zona semi centrale della città degli innamorati. Si sarebbe innamorata anche lei, pensò? Tutte le volte che conosceva un ragazzo, dopo i primi approcci, avvertiva una repulsione e scappava via, non sapeva neanche il perché; comunque nel luogo dell’amore passionale , lei avrebbe incontrato l’uomo dei suoi sogni, l’uomo per il quale non sarebbe fuggita e si sarebbe donata come Giulietta, sicuramente in quel posto c'era un Romeo che l’attendeva.
   Tornò a pensare alla lettera, stava diventando un chiodo fisso.
   'Domani riprenderò quel libro' pensò  Un bel romanzo tra l’altro, Madame Bovary, chissà come mai la ragazzina fosse in possesso di un libro non adatto a lei? Una storia che all’epoca fece scalpore per oltraggio alla morale, e sicuramente la risposta va cercata proprio in quella lettura trasgressiva.'
   Custodì la lettera nel tiretto del cassettone e accese il televisore, stavano dando una fiction romantica, il suo genere preferito, si ricordò che non aveva chiamato i suoi, lo fece subito per evitare che le telefonassero mentre faceva dolci sogni: da quando era lì, dormiva beatamente e le ansie inspiegabili, che non aveva confessato neanche a sua madre, erano quasi scomparse. La mamma appena sentì la sua voce andò in brodo di giuggiole e per la contentezza la fece parlare con Teresa, da loro era appena cominciata la cena.
   “Chissà che ti mangi, lì a Verona? Che c’è di buono, solo il pandoro?” disse la sciocca cugina invidiosa che avrebbe voluto essere lì al nord da un bel pezzo, se non avesse sposato Oronzo. “Ma certamente, vivo unicamente di dolci!” rispose Marilena e poi aggiunse “E mangio anche la polvere dei libri.” concluse, per sottolineare che le sarebbe piaciuto ricevere, almeno, una parola augurale per l’incarico assegnatole, lavoro ottenuto dopo aver superato un concorso di tutto rispetto, e non stupide congetture.
   Stava per chiudere la comunicazione, quando udì la voce di suo padre che le faceva le solite raccomandazioni; le ricordò anche che era passato un mese da quando era partita e che sentivano il bisogno di rivederla, per questo motivo sarebbero saliti a trovarla, visto che non avevano impegni, mentre lei avrebbe dovuto aspettare le ferie per poter organizzare una visita giù da loro.
   “Ma papà, è solo un mese! Qui va tutto bene, nessuno mi ha morso, sta tranquillo. Io lavoro e nel tempo libero studio, ho già tutto il piano di studi. Ho conosciuto anche una brava ragazza pugliese che si trova a Verona, come me, per la specialistica. Ti dirò di più, quando c’è la lezione nel mio orario di lavoro lei, Mimma, prende gli appunti per me, ecco perché ho scelto di lavorare part-time alla biblioteca, unisco l’utile al dilettevole.”
   Finalmente poté dedicarsi alla visione dello sceneggiato, notò che c’era il suo attore preferito, ah se avesse incontrato un tipo fascinoso come lui, un bel tenebroso moro dagli occhi verdi! E con questa speranza si addormentò: era stata una giornata intensa.

(continua) 

lunedì 17 aprile 2017

Una vita vera (capitolo 2)

                         Risultati immagini per vita     
                  

                                                                          2


   “Ernesto, oggi verranno a farci visita i cugini di Otranto, che dici andrebbe bene l’impepata di cozze come antipasto? Chiese Giovanna a suo marito “Ci domanderanno di nostra figlia e dovremo dire come stanno le cose, cerchiamo di dare la stessa versione; tra l’altro è per noi una bella soddisfazione!”
   “Sai che m’importa di loro, anzi credo che moriranno d’invidia, non si trova dietro l’angolo un posto di bibliotecario! Che cosa credi, sono fiero di nostra figlia! Piuttosto, ho pensato di fare un salto da lei, è già un mese che non la vediamo!”
   “E tu saresti quello pieno di compiacimento, ma va là non cambi mai! Siamo nel terzo millennio, marito mio!” commentò Giovanna, donna dalla mente evoluta, un po’ come sua figlia, e se aveva chiesto al marito di stabilire un accordo era solo per non essere giudicata una bugiarda dai cugini, tutto qui. 
   I coniugi Renzi, genitori di Marilena, erano sposati da trent’anni, e se non fosse stato per le idee restrittive di Ernesto, sarebbe stato un matrimonio perfetto; Giovanna ricordava ancora con batticuore il giorno in cui fu avvicinata da lui all’uscita da scuola.
   “Ti va di fare un giro in moto?” così con nonchalance, senza mezze misure, e lei arrossì come un’educanda; voltò lo sguardo dall’altra parte della strada e vide le amiche che avrebbero voluto essere al suo posto; allora si fece coraggio e annuendo, saltò sul sedile avvinghiandosi a lui da vera sfrontata. Viveva in una piccola cittadina di provincia e gli abitanti si conoscevano un po’ tutti tra di loro, le ragazze del paese avrebbero voluto essere corteggiate dal figlio del farmacista: era bello e dotato di una simpatia coinvolgente, era anche un contestatore, il tipico giovane borghese dei primi anni settanta che amava stupire per spregiudicatezza.
   La condusse in cima alla collina, sul belvedere, dove si rifugiavano le coppiette; lei s'intimidì del luogo solitario e allora per alleggerire l’imbarazzo gli parlò della scuola e dei suoi progressi in storia dell’arte: quando affrontava argomenti che conosceva, le piaceva essere alquanto loquace e spigliata.
   “Sai i primi insediamenti in questo luogo hanno origini antiche, si parla di molti secoli prima di Cristo, forse mille e anche due mila anni. Mi affascina ripercorrere la storia del passato, immaginare la vita dei nostri predecessori, i sacrifici, le lotte, i cambiamenti; dobbiamo a loro ciò che abbiamo!”
   “Mi avevano detto che sei una secchiona!” disse lui interrompendola “Ehi, bambolina, lo sai che mi piaci molto! I tuoi capelli pel di carota ti donano e poi, fatti guardare,” e così dicendo la fece roteare per ammirarle le gambe perfette che spuntavano sotto la gonna un po’ più corta delle precedenti, aveva lottato per farsela accorciare. “Sì, sì, niente male!” e l’attrasse velocemente a sé da toglierle il respiro e la baciò, a lungo molto a lungo, alla fine lei stordita ebbe la forza di mormorare:
   “Riportami subito a casa!”
   Cominciò così la loro storia e del ragazzo fuori dalle righe, dopo la nascita della prima figlia, non era rimasto più niente: era divenuto possessivo fino all’eccesso, un quasi padre padrone che si scontrava con la moglie per divergenze d’opinioni; se Marilena aveva avuto una vita più elastica, lo doveva a sua madre che parteggiava per le donne, avendo subito a sua volta le regole costrittive dell’epoca.    
   Giovanna ritornò in sé e osservò suo marito, era ancora un bell’uomo, il passare degli anni gli aveva donato il fascino della maturità e lei ne era innamorata più di prima. Lui aveva sessant’anni e lei cinque di meno, erano una coppia non eccessivamente matura che stava vivendo la riscoperta del piacere della vita a due: il figlio maschio era già sposato e padre di un bimbo piccolissimo, viveva a molti chilometri di distanza e i loro incontri avvenivano saltuariamente. Ora la figlia femmina era da un’altra parte per cercare di conseguire la specialistica e lei come mamma ne era fiera: avrebbe voluto lei al tempo intraprendere quella strada, se non si fosse innamorata del suo Ernesto, chissà? La donna faceva all’epoca delle rinunce e non anteponeva i propri interessi all’amore, comunque ora aveva una bella famiglia e ciò la gratificava immensamente.
   Raggiunse suo marito e lo abbracciò, lui rispose a quello slancio con un bacio.
    “Ancora mi turbi come la prima volta, ricordi?” esclamò lei, mentre lo abbracciava.
    “E dire che ero uno scavezzacollo, tu col tuo viso d’angelo facesti di me l’uomo che sono!” commentò lui e una piccola ruga solcò la sua fronte, una piega d’espressione frutto di un pensiero nascosto.
    “Non mi pare sia un bel ricordo.”aggiunse lei “Dirò di più, tutte le volte che rievoco il passato, noto quel solco sulla tua fronte.”

   Giovanna si staccò dal marito e dimenticò subito la sua osservazione, si apprestò a preparare il pranzo, era una brava cuoca e gradiva avere ospiti, i cugini Oronzo e Teresa sarebbero giunti fra qualche ora, le conveniva cominciare.