lunedì 13 febbraio 2017

Libera d'amare

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   “Si rilassi e si lasci andare!” nel frattempo chiuse le imposte e fece buio affinché la concentrazione non si disperdesse con la luce.
   “Ora sei piccola, molto piccola, sei a casa con la mamma, ti piace giocare con lei e poi?”
   “Mamma, mammina, dove sei? Aiutami!” Seguì un pianto sommesso, poi frenetico, un singhiozzare affannoso.  Uno schioccare di dita e un ritorno alla realtà.
   “Dottore, cosa è successo, perché ho il volto bagnato?”
   “La regressione fa rivivere situazioni lontane, è normale non si preoccupi; a domani, i progressi non si faranno attendere.”
   Giorgia uscì dallo studio e lo psicoterapeuta si accomodò alla sua poltrona, quella personale che non riservava a nessuno, era lì che rifletteva sui casi che di volta in volta studiava ed elaborava; il suo impegno era di liberare il paziente da frustrazioni o choc emotivi, ma soprattutto egli si occupava di quelle donne che vivevano l’angoscia del sesso, donne che rischiavano di perdere l’autostima e la possibilità di un rapporto sereno.
   Giorgia non riusciva a spiegarsi il perché della sua vita da single, era come se fosse trincerata in un guscio che non permetteva a nessuno di penetrare. L’ultima storia era stata mortificante; aveva fatto il possibile per essere presentata a quell’autore che adorava; aveva letto tutti i suoi libri e alle presentazioni era quasi sempre ai primi posti: le era più semplice avvicinarlo, intervistarlo; lei curava con successo una rubrica culturale di un quotidiano locale. Lo scrittore finì per invitarla a cena e nacque un idillio platonico, molto platonico che incuriosì Pier Giorgio: una giornalista disinvolta ancora legata a vecchi valori, a quella conoscenza avulsa dal sesso.
   “Amore, amore, non so come spiegartelo e forse ti sembrerà strano; io non sono mai stata con un uomo, sono stata ossessionata dal fatto che solo dopo il matrimonio si può; tu hai tutto il diritto, lo so come funziona per voi maschietti, me ne hanno parlato; puoi lasciarmi e per me va bene lo stesso, io non te ne farò una colpa, è quello che mi merito.”
    “Vuoi tacere!”  esclamò lui, portandole una mano alla bocca con dolcezza. “Ok, ti sposo, io non posso vivere senza di te!”
    I preparativi, l’entusiasmo, la gioia, la celebrazione del rito, i festeggiamenti e dopo… ecco su quel dopo la giovane avrebbe voluto metterci una pietra sopra, ma non riusciva; le faceva male ancor di più, sapendo come aveva avvelenato la vita di quel marito paziente che fu costretto a ripudiarla. La prima notte di nozze fu un disastro e in seguito il disastro peggiorò; lei non solo si allontanava con repulsione, ma l’ultima volta ci andò giù pesante: l’offese, lo sminuì sulla virilità che non era confacente ai suoi bisogni, lì per lì per toglierselo di torno mise in atto quella tattica che aveva letto chissà dove. Il matrimonio mai consumato si chiuse malamente. Questa esperienza si era aggiunta a tante altre, ecco perché si era rivolta a quello psicoterapeuta; voleva vederci chiaro, voleva una sua vita completa!
   E la regressione avvenne, il medico la fece tornare a quando aveva sei anni e aveva subito una violenza poi rimossa.
   “No, sei pesante, mi schiacci, AIUTO!” e lui affondò la sua virilità come una spada, velocemente, fulmineamente e tornò a trafiggere quel varco glabro profumato d’infanzia. Avevano suonato alla porta e lei aveva aperto, lo aveva riconosciuto: veniva da qualche tempo a impartirle lezioni di pianoforte da quando aveva manifestato la propensione per la musica; la sua mamma le aveva cercato un valente e rispettabile maestro che due volte alla settimana l’approcciò ai primi rudimenti musicali. Era gentile quel professore, l’ultima volta le aveva regalato un piccolo pianoforte carillon  che esponeva in bella vista sulla mensola, accanto ai libri di favole. Era inverno, faceva molto freddo e lei era ammalata; aveva la febbre alta e la sua mamma l’aveva lasciata sola per recarsi in farmacia, quando tornò la trovò con gli occhi sbarrati e il volto di ghiaccio. Le fece domande, le chiese cosa fosse successo e allora pensò che fosse effetto della febbre alta. Giorgia delirava, smaniava e quando l’antipiretico fece effetto, la bimba non ricordava più nulla e della violenza non c’era traccia apparente: lo stupratore aveva rimesso ogni cosa a posto, aveva anche ripulito il luogo del delitto. La mamma volle vederci chiaro e la fece visitare da un medico che comprese e consigliò alla donna di non farne parola e di mantenere il segreto che portò con sé nella tomba: morì dopo qualche tempo e la bambina, non avendo un padre, fu data in adozione a brave persone che l’amarono più di una figlia e le dettero quel calore affettivo desiderato.
   Lasciò quello studio con il volto in fiamme e il cuore che le pulsava violentemente; la sua passata vita, quella più lontana, quella dimenticata per forza di cose le era scorsa in una sequenza di immagini come in un film. Lo psicoterapeuta sotto ipnosi aveva permesso alla sua mente di rivivere lo stupro, il doloroso trauma che inconsapevolmente aveva segnato la sua infanzia e il percorso futuro; il tassello mancante della sua esistenza che andava recuperata. Ma non riusciva a comprendere perché la mamma non avesse sporto denuncia e lei ora non poteva procedere, indagare: non conosceva neanche il cognome di quel criminale?
   La terapia continuò e pian piano cominciò a sentirsi più sicura e non entrava in all’erta quando un uomo la guardava, quella psicoterapia stava dando gli effetti sperati. Teneva sempre a mente le parole del medico: “Tu sei importante, tu non devi temere, tu devi amare chi ti rispetta e ti fa sentire speciale!”
   E cessarono le sudorazioni, i palpiti improvvisi, quella strana inquietudine che le prendeva al pensiero di un possibile incontro con l’altro sesso; ma non scomparve dalla mente il volto del laido uomo, quello era stampato nitido nella sua memoria e spesso cercava d’immaginarselo nei cambiamenti a distanza di vent’anni: tanto era il tempo trascorso da quella sera; se ci pensava avvertiva ancora il lancinante dolore e le sembrava di scorgere quella chiazza rossastra sul pavimento.
   Giorgia decise di dare spazio anche a una rubrica dedicata all’infanzia calpestata, a quell’amore possesso che sconfina nella pedofilia più perversa. Le serviva del materiale e seppe che c’era un centro di recupero bambini, un centro curato da psicologi dell’infanzia, sicuramente lì avrebbe trovato storie di trauma reali che avrebbero aiutato bambini in difficoltà e adulti come lei ancora con problemi da superare. Conobbe un giovane medico, Oscar, lo vide e se ne innamorò subito; mentre gli stava venendo incontro, fu presa da una frenesia, da un batticuore di piacere, a stento dovette controllarsi per non mettere in mostra le sue emozioni. E procedette all’intervista, Oscar fu molto disponibile e interessato alla rubrica di Giorgia, la sollecitò a tornare: le avrebbe fornito molti dettagli di storie, di sofferenze, tutto nell’anonimato più assoluto.
   Era alla tastiera del pc, l’articolo stava prendendo corpo, sarebbe venuto un bel pezzo che sicuramente il suo editore avrebbe approvato, magari sarebbe stato un editoriale per la Giornata Nazionale dei diritti dell’Infanzia; fu interrotta dal suono del campanello, guardò dallo spioncino e vide il bel Oscar che le sorrideva.
   “Tu, cosa ci fai qui?” gli disse, guardandolo maliziosamente “Ok, ok, vieni accomodati, mi hai portato altro materiale?”
   Lui la zittì con un abbraccio tenero e lei si lasciò andare nel vortice dell’amore che non aveva mai provato, unico complice il fuoco del caminetto che riscaldò quei corpi avviluppati in un intreccio di piacere. Conobbe l’amore pregno d’affetto, di calore umano, di donazione scevra da costrizione; conobbe la delizia dell’attesa seguita dall’abbandono complice ; lui la condusse in quei meandri del piacere con infinita dolcezza in un ossimoro di delicatezza e vigore passionale. E si sentì felice, libera di volare, di amare, di guardare gli uomini con meno ritrosia; si sentì quasi libera dalle sue convinzioni, dai suoi pregiudizi, da quella diffidenza che l’accompagnava e che ora non la disturbava come un tempo.
   Giorgia stava vivendo una condizione di vita appagante che non conosceva; aveva una brillante professione conquistata per merito e impegno, era amata dai suoi genitori adottivi, però non era mai stata donna nell’intimo della sua essenza e quella mancanza non le faceva vivere appieno i suoi successi, l’affetto dei suoi cari; ora era diverso era un’altra persona.
   Si confidò con il suo innamorato e con quei genitori che ora comprendevano gli strani turbamenti della loro figliola, quegli sbalzi d’umore e quel matrimonio frantumato. Le furono accanto in una sorta di complice intesa, di comprensione e di gioia per il recupero interiore. Oscar la fece sentire donna amata, valorizzata nel rispetto e la coinvolse nella sua vita lavorativa; erano in sintonia su tutto ma non le chiese di unire le loro vite con il sigillo del matrimonio, avrebbe aspettato; lui era certo dei suoi sentimenti, ma conoscendo i precedenti della sua fidanzata, attendeva che fosse lei a prendere quella decisione.
   “Sai vorrei che conoscessi mia madre, le ho tanto parlato di te che non vede l’ora!” esordì così Oscar quella sera in cui erano usciti dall’ambulatorio. Lei si recava sempre più spesso da lui e le capitava di essere presente durante la terapia di gruppo di quelle bambine che avevano alle spalle una storia difficile, inaccettabile e orribile. Fra le tante una bambina dalla pelle olivastra e lo sguardo spento, gli occhi due laghetti inquinati dalla vita che le era capitata: uno stupro dietro l’altro da parte del patrigno. Una bambina, Aida, non difesa dalla madre succube del mostro, quella madre che offriva la sua bimba in cambio di droga e un tetto dove vivere quella vita indegna, che sarebbe stata così ancora a lungo se una vicina di casa non si fosse attivata per porre fine a quell’incubo.   
   “Ma certo anch’io vorrei conoscerla.” rispose Giorgia, mentre si avviavano all’auto in sosta. “Vorrei conoscerla anche per dirle che come madre ha fatto un lavoro meraviglioso. Oltre che metterti al mondo ti ha insegnato il rispetto per il genere umano e soprattutto ti ha insegnato ad accettare le sconfitte e le rinunce; perché devi sapere amore mio che tante donne sono uccise da quegli uomini che non accettano l’abbandono, la fine di un rapporto e usano la violenza per dare voce alle loro frustrazioni e psicopatie devastanti. Sto facendo delle ricerche e…”
   “Ok, amore, sono contento che tu stia approfondendo, devi farlo per te stessa e per chi ne ha bisogno. Io ho scelto questo lavoro come una missione e tu non sei da meno, ecco perché è scattata una scintilla meravigliosa fra noi!”
   Giorgia ripensava alla proposta di conoscere la madre di Oscar e ne era felice, anche se non riusciva a comprendere perché al tempo stesso fosse in tensione. Figuriamoci conduceva una vita fatti d’incontri, di relazioni pubbliche, il suo lavoro non le permetteva timidezze o disagi: doveva essere sicura e convincente; allora perché l’incontro con la mamma di Oscar la turbava, la metteva in agitazione? Ma certo comprese: temeva di non essere all’altezza delle aspettative di quella madre perfetta che era stata anche padre, di quella madre il cui figlio viveva ancora nella sua ombra.
   E invece l’incontro fu un successo, s’instaurò subito un dialogo empatico: la donna era ironica, gentile e deliziosa; le mostrò la casa, la fece accomodare nel nido privato di Oscar, là dove si rintanava da sempre per studiare, meditare e ritemprarsi. Giorgia restò affascinata da una grande vetrata che dava sui monti di quel luogo; una luce abbacinante inondava la stanza e di fronte alla vetrata, quasi davanti, una poltrona guardava quello spettacolo esterno; era lì che Oscar si accomodava. Lo fece anche lei, si beò di quella vista e poi spostò lo sguardo a sinistra verso un piccolo mobiletto appoggiato al muro, un comune mobiletto in stile dove erano esposte alcune foto; ne intravide una e non voleva crederci. Si alzò di scatto, andò verso la foto, la prese tra le mani e lo riconobbe, “LO RICONOBBE”! Il porta ritratti le scappò di mano, cadde rovinosamente sul pavimento e lei scappò via come una disperata.  
   Tornò a casa con un affanno galoppante, le tremavano le mani e non riusciva a placarsi; fece ricorso a un ansiolitico che deglutì assieme a una bollente camomilla e si sdraiò sul divano. Aveva freddo, molto freddo e poi cominciò a sudare; grondanti goccioline le bagnarono la fronte e il viso tutto; si raggomitolò su stessa in atteggiamento fetale, come a voler tornare nel ventre materno per non vedere la luce su di una vita sporca e disumana, poi si addormentò. Era confusa quando aprì gli occhi, frastornata ma spossata, di una spossatezza che le aveva permesso di rielaborare nuovamente lo stupro: quella foto aveva risvegliato ancora una volta quel capitolo doloroso della sua vita, ma sentiva che il percorso ora sarebbe stato più accidentato. Oscar che parte avrebbe avuto nella sua vita? Era il figlio dello stupratore, del professore di musica con una doppia personalità, dell’uomo di gentile aspetto che ostentava un perbenismo di facciata. Ricordava ancora le parole lodevoli di Oscar rivolte al padre morto prematuramente, quando lui era solo un adolescente in erba; rammentava il volto tenero del suo fidanzato nei confronti del padre che aveva perso la vita in un incidente mentre tornava da una lezione privata; quell’uomo sapeva bene come simulare la sua perversione all’interno della famiglia; e se aveva strappato la purezza a lei, l’aveva fatto anche con altre bambine, la famiglia non sapeva di aver vissuto con un MOSTRO! 
   Lei amava Oscar, lo sapeva: il solo pensarlo le faceva battere ancora il cuore; non poteva rinunciare all’amore che ormai conosceva come un sentimento meraviglioso e unico; un sentimento che, se autentico e rispettoso, completa, perfeziona, fa sperimentare emozioni profonde che danno un senso a una vita non sempre perfetta e facile. Ma come si sarebbe comportata quando l’avrebbe rivisto, quando si sarebbero rivisti? Lui l’aveva cercata e lei si era negata; quali risposte avrebbe dato ora, perché distruggergli un bel ricordo? E poi c’era quella madre che non sapeva, che forse non sapeva.
   Entrò di soppiatto, non voleva essere vista: lui stava facendo terapia e tanti occhietti spauriti lo guardavano fiduciosi con infinita dolcezza. Erano bambini che avevano vissuto un dramma simile al suo, bambini da recuperare per consegnarli al mondo con un animo guarito e lui faceva un lavoro meraviglioso.
    “Avvicinati” le disse a fior di labbra, facendo un cenno con la mano. “Ti ricordi di Aida, sai sua madre è andata in cielo, vero Aida? Ma da oggi starà con me, con noi se tu vorrai vivere con noi. Io ho deciso di adottarla e insieme le daremo una casa vera.”
   “Ma io…”
   “Tu niente, bentornata tra noi!”

  

   

venerdì 3 febbraio 2017

Sciuscià

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   Si ascoltano notizie che hanno dell'incredibile e riflettendoci un attimo non dovrebbero stupirci, considerando in quale stato di prostrazione è la nostra "Italia". Questa notizia mi era sfuggita e mi è stata comunicata durante una chiacchierata, spero che la fonte sia attendibile. 
   In una cittadina siciliana il Comune ha assunto 10 lustrascarpe, fra gli assunti laureati anche donne; avranno una postazione per strada con tutto l'occorrente per tirare a lucido e rinnovare anche le scarpe consunte. Io mi immagino quei film in bianco e nero dove ragazzini miseri cercavano di guadagnare qualcosa, lustrando scarpe ai passanti distinti che si accomodavano all'aperto, magari sotto un porticato e le scarpe impolverate riprendevano lucentezza: la scarpa lucida era un dettaglio importante. Come non ricordare il film "Sciuscià" del 1946 diretto da Vittorio De Sica, un film considerato uno dei capolavori del neorealismo italiano, fu la prima pellicola ad aggiudicarsi il premio Oscar, come miglior film straniero. Nel film si affronta il tema della sopravvivenza infantile del dopoguerra costretta nell'arte dell'arrangiarsi, infatti i scuscià erano bambini che lustravano scarpe per pochi centesimi. Nel terzo millennio tecnologico i vecchi mestieri tornano in auge per mancanza di idee, per nostalgia o per necessità di un lavoro nonostante un titolo di studio di tutto rispetto? 
  Ora i lavori artigianali sono un arricchimento da coltivare con studi e perfezionamenti appropriati, rispolverare un lavoro che potrebbe essere svolto dal calzolaio nella sua bottega che senso ha? Forse il lustrascarpe rientra nei lavori socialmente utili? Ho l'impressione che stiamo regredendo! Il lavoro è onore sempre e chi si adatta onestamente a qualunque mansione, è da ammirare; non è da ammirare lo Stato sanguisuga che sfrutta il popolo proponendo lavori desueti e avvilenti. 

sabato 21 gennaio 2017

Una perdita preziosa

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   La morte è preziosa? Non perché lo sia veramente, figuriamoci andar via, abbandonare la vita alla quale teniamo con tutte le nostre forze! E combattiamo mille battaglie, affrontiamo dispiaceri, pericoli, impegni, sacrifici, sudiamo e impregniamo del nostro sudore non solo le camicie che possediamo, ma anche quelle che vorremmo avere. Lottiamo, afferriamo con i denti ogni briciola della nostra vita per tenerle tutte insieme perché ci donano l'esistenza alla quale teniamo e che vorremmo prolungare all’infinito. La vita è una sola e quand'anche ci vedesse sofferenti, con le unghie e con i denti andremmo avanti per restarci anche se non ci concede il giusto merito; e lo sappiamo, ce ne dispiace, oh quanto ce ne dispiace! Vi sono alcuni che neanche s'accorgono di noi, delle fatiche che facciamo, della prodigalità delle nostre azioni; pare che siamo trasparenti oppure non gli siamo simpatici: ci contestano e non apprezzano il nostro modo di fare; alcuni ci denigrano anche alle spalle o fanno finta di assecondarci, altri ci evitano. Però se dovessimo lasciare questo mondo, se dovessimo assurgere al gaudio eterno, ahinoi, diverremmo speciali, laboriosi, talentuosi, di grande generosità; in definitiva una persona che mai avrebbero voluto perdere! Peccato che solo dopo la morte emergano tutte queste virtù, emergano nel senso che già c'erano, ma sono considerate solo post mortem perché verrebbero lodate.
   Da dove nasce questo lungo incipit, sicuramente anche voi avrete notato che quando parlano di una persona passata a miglior vita ne decantano le virtù passate, virtù che in vita erano criticate nonostante i meriti speciali, oppure non erano elogiate con la stessa enfasi del dopo. Si potrebbe scrivere tanto su questo argomento e ci sarebbe tutta una serie di nomi che potrei elencare, ma guardando a personaggi più recenti, nel senso di trapasso non molto lontano, è successo per un politico molto osteggiato e considerato un plateale che con i suoi digiuni ad oltranza accentrava l’interesse su di sé e non sulle questioni che voleva richiamare all’attenzione. Pannella era un combattente, grazie a lui sono nati i referendum e non solo, lui si esponeva in prima persona eppure per tanti era un personaggio scomodo, ma dopo la sua morte la situazione si è ribaltata e ho letto commenti di lode nei suoi confronti, per ultimo frasi del genere – non nasceranno più uomini così, è stato il nostro Mentore! Lo stesso è accaduto ultimamente per Dario Fo, il cui Nobel fu messo in discussione e anche ora di quel Premio Nobel non si dice che Dario e Franca con quei soldi comprarono dei pulmini per il trasporto disabili e li donarono al Comune di Milano. Ora a parte il Nobel per la letteratura, la cui motivazione è: “seguendo la tradizione dei giullari medievali, ha dileggiato il potere restituendo dignità agli oppressi”,  non si possono negare le sue grandi doti d'attore, drammaturgo, scrittore, pittore e attivista italiano; una persona generosa con un forte carisma, una persona di grande talento ma anche una persona scomoda che portava in scena la politica e la satira pericolosa. Ebbene quand'era in vita tanti lo osteggiavano proprio perché si batteva per la verità e manifestava il suo disappunto in varie occasioni e sul palcoscenico dove raccontava storie di disagio di persone comuni: era un ascoltatore delle classi sfruttate,  dei lavoratori, era vicino a chi subisce la soverchieria del potere. Suo figlio Jacopo al funerale ha parlato del padre e della sua vita, ha raccontato aneddoti e ha espresso con profondo rammarico il concetto del valore post mortem; di quel merito biasimato ma che nel “dopo” fa erigere altari sulle presunte scomodità della vita!




lunedì 9 gennaio 2017

Riflessioni di lettura

                                                            

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   Osservare la vita attraverso il finestrino del treno, percorrere sempre lo stesso tratto tutti i giorni per raggiungere il presunto posto di lavoro; essere depresse per un matrimonio finito e per un lavoro che si finge di avere ancora, sono situazioni idonee a cercare un’evasione mentale e a fantasticare sulle vite altrui osservate dall’interno di un vagone ferroviario.
   Rachel è la protagonista principale della storia, è un’alcolizzata divenuta tale in seguito alla delusione e al tormento di una maternità rincorsa e mai avvenuta; i rapporti fra lei e il marito, Tom, degenerano in un divorzio quando la donna scopre di essere tradita dall’uomo che amava e del quale si fidava. Rachel, abbandonando la casa coniugale, cerca di barcamenarsi in un mondo di finzioni, mente a tutti e anche alla sua amica coinquilina non rivelandole di aver perso il lavoro. E allora continua a prendere il treno, uscendo di casa agli stessi orari di prima come se dovesse andare al lavoro, e durante la corsa osserva cosa accade fuori: allo stesso incrocio più avanti, esattamente accanto alla villetta che lei occupava con il suo ex marito, c’è una coppia alla quale dà nomi di fantasia. Immagina per loro una situazione sentimentale perfetta, quella che lei avrebbe voluto avere: lui è così protettivo e premuroso, lei minuta e graziosa. Ogni giorno li vede in veranda compiere gli stessi gesti di tenerezza, ma questa immagine di perfezione si sgretolerà quando vedrà la donna baciare fuori in giardino un altro uomo.
   Rachel è ossessionata dalla maternità mancata, dal suo matrimonio naufragato e ora dal pensiero della scomparsa di quella donna che vedeva attraverso il finestrino: Megan, questo il suo vero nome, non è più tornata a casa e la notizia è di dominio pubblico. Rachel cercherà di fare chiarezza in una storia che sente anche sua, in quanto alla sua memoria confusa manca un tassello che non le dà pace: la notte della scomparsa di Megan lei è tornata a casa ferita. E allora, nel tentativo di cercare risposte, avvicinerà il marito della donna scomparsa, sarà sospettata dalla polizia e  farà domande anche al suo ex marito e alla nuova moglie di lui, Anna che temerà per la sua bambina; la coppia ha infatti una figlia, quella che Raquel avrebbe voluto avere. Ma Raquel è inaffidabile, una squilibrata e cercano di evitarla, solo che nella sua confusione mentale appaiono immagini sfocate di un testimone sconosciuto e di Tom che si allontana con una donna e non comprende; i pensieri si aggroviglieranno maggiormente e tornerà a fare ulteriori domande al suo ex marito e al marito della vittima.    
   Una serie di situazioni altalenanti terranno il lettore incollato alle pagine del libro in una sorta di lettura compulsiva di un thriller che poi è divenuto un film, un romanzo che ha venduto milioni di copie ed è stato tradotto in trenta lingue. Il finale inaspettato farà chiarezza e ci farà comprendere che l’apparenza è spesso falsata dalla realtà.

   In questo romanzo è stata usata una tecnica di scrittura per me inusuale, il racconto temporale che si adopera nel diario: giorno, data e anche momento della giornata; ma ciò che inizialmente non avevo compreso era che a parlare non fosse sempre la stessa persona: il diario di bordo è tenuto dalle tre protagoniste principali. Apprenderemo di volta in volta le loro storie, le antecedenti collegate a quelle attuali; tutto in un intreccio perfetto per farci comprendere lo svolgimento dei fatti, il torbido che a volte c’è nella vita di periferia e di come la solitudine scavi i cuori tormentandoli. 

sabato 31 dicembre 2016

BUON ANNO!

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   Siamo alla fine di un anno ricco di eventi che hanno movimentato la nostra quotidianità, eventi dei quali avremmo fatto volentieri a meno, ma non è possibile essi ci investono: accadono punto e basta.     Non ci siamo fatti mancare nulla, dicono che la piattezza giornaliera porti alla noia, dicono chi? Forse le eccelse menti che non conoscono la corsa contro il tempo, l'affanno problematico delle famiglie, il dover perdere tutto e per forza di cose ripartire da zero senza aver il tempo di piangersi addosso? E poi trovarsi privati dell'affetto più caro, perché un folle invasato crede di essere il giustiziere senza macchia. Credere che i sacrifici di una vita possano giacere immacolati e crescere per far fronte a probabili evenienze.
    Chi occupa posti privilegiati ha il potere di elargire accattivanti sermoni, finge di calarsi nei panni sdruciti e scomodi, assume anche un'espressione di compatimento, come se la sofferenza ingiusta la provasse sulla propria pelle. La vicinanza nei momenti tragici è conforto, certamente, ed è conforto prezioso chi si prodiga nell'aiuto disperato di salvare vite umane mettendo a rischio le proprie; è conforto chi in una lotta estenuante si batte per cercare l'antidoto al male incurabile che ora sempre meno la fa da padrone, ed è conforto il sostegno di chi, pur sapendo che forse non tornerà più a casa, continua a offrire il suo aiuto nei luoghi dove la parola pace è sconosciuta. Ecco dove esiste l'assoluta inadempienza che genera sfaceli, esiste anche un'umanità preziosa che cerca di tamponare i disastri umani. E noi che ne subiamo i flussi, possiamo solo coltivare la speranza e continuare a fare nostro il motto "Sinché c'è vita, c'è speranza!"
   Buona fine, dovrei augurare ciò ma non mi piace: nella parola fine leggo un augurio di non continuità; allora Buon San Silvestro e Buon Capodanno a tutti e in gamba più che mai, altrimenti come facciamo a mettere in atto i propositi di cambiare questo mondo? AUGURI!

lunedì 19 dicembre 2016

Buon Natale

(Questo post è di qualche anno fa, ma è ancora perfetto ecco perché mi sento di condividerlo nuovamente)



   Carissimo, chi l'avrebbe detto che ti avrei scritto, alla mia età poi! Vorresti forse sapere l'età? Ma dai, lo sai che una signora è quasi sempre reticente e preferisce lasciare agli altri il calcolo della sua età: è così bello quando sottraggono anni, è come recuperare una ventata di gioventù, e noi donne non lesiniamo i complimenti mai, anche quando giovani lo siamo per davvero.
Quest'anno ho deciso di rivolgermi a te, di scomodarti, del resto non ti ho mai disturbato in passato: tu non facevi parte del mio mondo natalizio, dalle mie parti quando ero una bimba si aspettava l'Epifania per ricevere doni.
 Il natale è alle porte, carissimo, e i bambini si affrettano a consegnarti le loro letterine, sai anche i miei nipotini l'hanno fatto, che bella età è quella: non si conosce nulla del mondo torbido che ci tocca in sorte. Nell'aria l'atmosfera natalizia è malinconica e i luccichii, gli addobbi non riescono a illuminare i cuori spenti dai problemi sempre più crescenti che ci avviluppano ogni giorno e ci deprimono; e anche chi ha una vita pressoché normale, non ce la fa a restare indifferente. E poi diciamocelo francamente, è come una situazione a catena e anche chi non se la passa male potrebbe precipitare e affondare; ma anche se così non fosse, non si può gioire sapendo che intorno a noi il malcontento e la sofferenza dilagano sempre più. Famiglie che vivevano una condizione di benessere, si ritrovano oramai a combattere contro la povertà e i disagi di una vita di stenti senza sbocchi e senza futuro; un'esistenza dove la vita umana non conta quasi nulla e la si sopprime con molta facilità: ti alzi la mattina e apprendi che la tal persona stimata non c'è più e che il tal dei tali è stato ucciso per quattro spiccioli. Viviamo una vita dove la meritocrazia conta meno di niente e allora chi si è impegnato, pensa che avrebbe fatto meglio ad andare a divertirsi invece di aver sgobbato ed essersi privato della leggerezza di una giornata meno faticosa, e chi è stato sempre onesto, si dice che avrebbe fatto meglio a frodare il prossimo in quanto la trasparenza non premia. 
   Carissimo, in questo mondo da adulti i buoni non ricevono premi  e chi si comporta in maniera retta viene perseguito, a differenza di coloro che possono e assoldano chi sappiamo per farla franca; pensa che l'Italia è forse l'unico paese dove esiste la prescrizione e poiché i processi si trascinano per le lunghe con costi elevatissimi che gravano sulla traballante economia, chi dovrebbe finire in galera resta impunito. 
   Lo so che ne sei dispiaciuto e che vorresti fare man bassa di tutti i disturbatori e disonesti di questa società, lo so che vorresti, come so anche che ti è toccato in sorte di non poter intervenire perché l'uomo giunge alla comprensione attraverso i suoi errori. Però c'è qualcosa che potresti fare, per natale potresti donarci nuovamente la speranza: l'abbiamo persa e non va bene, con essa si guarda al domani con ottimismo e coraggio, quella sana voglia di fare che cerca l'impegno; voglia anche di combattere i soprusi, di emergere e di farla in barba agli uomini di potere che ci hanno privato anche dei sogni. 
   Giustizia, solo giustizia, dove chi sbaglia paga! E diamine abbiamo superato gli anni di piombo, l'austerity dovuta alla crisi petrolifera, il terrorismo e andando più indietro la famosa crisi del '29 detta anche Grande depressione: se tu ci porterai in dono la speranza, ci rialzeremo come sempre è stato!    


                                                      BUON NATALE A TUTTI!

venerdì 9 dicembre 2016

Saggia decisione

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   "Ma è lui?" Osserva tra lo stupore e l'angoscia. Una strana entità è apparsa dal nulla, come una figura evanescente avvolta da  un'aura di mistero. Sgrana gli occhi e il tutto diviene più nitido: sta tornando in sé. Contempla meglio l'ambiente e il torpore della mente fa posto alla consapevolezza di esserci e riconosce la figura misteriosa.
   Cosa gli sarà accaduto, si chiede? Il suo volto è cadaverico e pare trattenga una forte emozione. Forse deve comunicarmi qualcosa di tragico e io sto perdendo tempo in elucubrazioni, ora gli parlo e glielo chiedo. Ma perché non articolo parola e sto qui solo a pensare? E lui, perché non mi parla? Quando l'ho guardato con stupore non ha battuto ciglio, non ha mi rivolto la parola, non ho visto nessuna espressione sul suo volto. Dove sono? Comincio ad aver paura; eppure mi tasto, ci sono, mi vedo in questo letto d'ospedale. Ma guarda, è arrivato un medico; non lo conosco e sta parlando con il mio fidanzato che ha un'espressione tenera e angosciata! No... piange! Ma perché? Io sto bene, ne sono sicura: adesso gli parlerò e lo abbraccerò, gli farò tornare il sorriso sul suo volto diafano e scavato intorno agli occhi, povero caro! Ehi, guardami; guardami amore mio! 
   Lo so, sono responsabile: ora ricordo. Ho voluto percorrere quel rettilineo a tutta velocità, volevo testare il nuovo modello, volevo sentire il fruscio nelle orecchie, il sibilo del vento sulla faccia; avevo alzato anche la capote ed ero al settimo cielo. Tu mi scongiuravi di rallentare, di tenere d'occhio la carreggiata; mi hai minacciato, volevi scendere dall'auto, più volte hai cercato il pulsante sullo sportello; eri disposto a voler andar via anche con l'auto in corsa. Perdonami, amore mio, ora so di essere stata una scellerata; ho anteposto lo stupido piacere del brivido alla sicurezza, ma la vita umana conta più d'ogni cosa. Tu stai soffrendo: io ti vedo, ma sei vivo e incolume. Non andar via! 
   Che fai, mi lasci da sola? Lo sai che ho paura e qui non c'è nessuno. Come posso farti capire che ci sono e che non devi abbandonare la camera. Devo spostare qualcosa, devo darti un segnale, devo farti intuire che sono viva e che sono disposta a chiederti venia per tutta la vita. 
   Ho la sensazione di essere in un corpo che non mi appartiene, non riesco a esserne padrona. Ti vedo, ma non mi rispondi; è come quella volta che mi trovai fra il dormiveglia e non riuscivo a muovermi e a parlare, forse sono ancora in quello stadio di semi incoscienza, che sofferenza! Ma se spostassi un dito, se sollevassi appena appena un polpastrello, forse tu, tesoro mio, ti accorgeresti di me? 
   Non so forse ho dormito, vedo la luce filtrare attraverso le imposte e se ben ricordo sono rimasta da sola nella camera, sin quando non è giunta una signora con il camice bianco che ha iniettato nella flebo una sostanza, sicuramente un calmante soporifero. Mi osservo per quel posso e constato che sono legata a una macchina, chissà da quanto tempo sono qui? Non potrei dedurlo dal mutamento della natura, non so se questa struttura che mi ospita è situata in un giardino: a casa mia le prime gemme mi fanno intuire l'arrivo della primavera e i frutti sugli alberi mi indicano l'estate piena. 
   Penso e ripenso, posso solo far questo, ma sono viva e sento che ce la farò a riappropriarmi della mia vita che sarà diversa: meno sregolatezze e più saggezza, e soprattutto tanto amore da donare al mio uomo per sempre; forse non mi basterà una vita per farmi perdonare. 
   Sento dei rumori, si apre la porta, entra il mio fidanzato accompagnato dal dottore di prima, si avvicinano al mio letto mi osservano e il medico stacca il respiratore. No, sto morendo! Io sono viva, perché... Oddio soffro troppo, sento come una stretta alla gola, non ce la faccio...
   Ripose il libro terrorizzato, aveva proseguito la lettura sperando in un lieto fine e invece la storia affrontava il tema dell'eutanasia; sentiva ancora i brividi e aveva le pulsazioni accelerate: si era sentito parte integrante di quella storia, il merito era senz'altro dell'autore, bravissimo non c'è che dire! Si ricordò del suo appuntamento. Simone, suo cugino, stava per passare a prenderlo: dovevano andare in discoteca con la macchina nuova dello zio, una Porsche Cayenne. Lui e suo cugino avevano compiuto da poco diciotto anni e Simone che amava il rischio, avrebbe sottratto  l'auto a suo padre. Ebbe paura, prese il cellulare e scrisse un breve messaggio: "Ho trentanove di febbre, verresti a farmi compagnia?" Gli avrebbe parlato della storia, l'avrebbe dissuaso, chissà? Comunque ci avrebbe provato!