domenica 27 marzo 2016
giovedì 17 marzo 2016
Lettori o non lettori?


Ci troviamo in uno spazio dedicato alla lettura, se si scrive qualcuno dovrà leggere e se si legge si deduce che vi sia l'inclinazione a leggere anche libri, soprattutto libri. Invece capita che in questo spazio vengano letti articoli su argomenti vari e racconti, per l'amor di Dio sono letti perché sono letture di qualità e a molti blogger bisogna fare tanto di cappello alla loro bravura, capacità di sintesi, di critica e di splendida narrazione, per questo sostengo che i blog di scrittura sono uno spazio veramente culturale.
Ora se si legge con interesse quello che viene scritto perché non succede altrettanto quando si consiglia il tal libro? E badate bene che non parlo solo di me, io sono l'ultimo fanalino di coda, ho notato che anche in altri blog di un certo spessore quando si pubblica una recensione, quest'ultima non riscuote successo e i commentatori si defilano, ossia appena vedono che si tratta di un consiglio letterario anche fatto con eccellenza, fingono di non essere passati, vanno via in tutta fretta.
Allora scriviamo e non leggiamo? E come facciamo a essere letti se non leggiamo? Sarebbe un boomerang, un rovinoso boomerang. Oppure non ci servono consigli, presentazioni varie, le riteniamo inutili, una perdita di tempo: tanto se si decide si va in libreria e amen, cerchiamo d'istinto e non per consiglio di chi ha già letto e lontano dalle pressioni commerciali esprime il suo trasparente pensiero.
Ci basta questo spazio per approvvigionarci di cultura? Ci basta il web per essere informati o soltanto appagati, oppure il tempo è talmente succhiato dalla rete che non possiamo trovarlo per prendere fra le mani un libro o un ebook? Attenti perché se cadiamo nelle maglie di questo circuito finisce che i lettori dei blog, che comunque impegnano più dei social, finiranno per disamorarsi del luogo più impegnato e preferiranno la velocità di scrittura e lettura dei vari network, velocità tutta in un clic!
lunedì 7 marzo 2016
Riflessioni di lettura
Il titolo esplicativo ci introduce in una storia che ci riguarda e della
quale siamo spettatori non più ignari ma consapevoli e riluttanti. Una storia
scritta con capacità descrittiva e narrativa, una vicenda che accende i
riflettori sulla corruzione che non risparmia gli affetti; un romanzo che si è
aggiudicato il LXIX Premio Strega. Stiamo parlando del romanzo intitolato: “La
Ferocia”, scritto da Nicola Lagioia, nato a Bari nel 1973. Per Einaudi ha
pubblicato “Occidente per principianti” e “Riportando tutto a casa”.
Siamo agli inizi anni settanta, la scalata al benessere è un passepartout per l’elevazione sociale, per approdare nel
mondo dei notabili della città. Si procede per astuzia, si raggirano gli
ostacoli con quell’intuito tipico di chi considera il potere dei soldi, l’unico
modo per ottenere considerazione e rispetto.
E allora, cosa c’è di meglio se
l’arricchimento può giungere velocemente, ottenendo ciò che avrebbe avuto
bisogno di tempi più lunghi o di rifiuti se ci fossero state trasparenza e
correttezza? Dilaga la corruzione, si chiude un occhio sulle gravità che potrebbero
nascere dai permessi illegali in ogni campo e il valore umano è messo in
secondo piano: l’obiettivo è arricchirsi per concedersi lussi e considerazioni
nell’ambiente che conta.
La famiglia Salvemini ha come capostipite un costruttore in vista che
farà largo uso di quella corruzione, comincerà il suo esordio nella scalata
sociale acquistando come dimora una villa adiacente al circolo più “in” della
città. Una villa appartenuta sotto la dinastia borbonica a un proprietario
terriero, in seguito a un podestà, poi era toccata a un senatore. Per Vittorio
Salvemini vivere accanto al luogo frequentato dalla gente più in vista, è una
sorta di trampolino di lancio per appartenere a quel mondo tanto ambito. Uno
stratagemma, un astuto stratagemma per poter entrare nella lista dei soci del
circolo tennis, ove l’ingresso è consentito a coloro che abbiano almeno cinque
amici iscritti. In seguito Vittorio vincerà la prima gara d’appalto, farà la
spola fra la Sardegna e la Costa Brava e la sua famiglia composta dalla moglie
e quattro figli si potrà permettere ogni sorta di lusso e circoli esclusivi. Tutto
è lecito per l’imprenditore barese che
corromperà alti vertici e ne resterà avviluppato sino alla fine, in un turbinio
di eventi difficili da disinnescare.
La moglie, Annamaria, è ben contenta di
beneficiare di cotanta ricchezza e poco conta tutto il resto; e per assicurarsi
tutto ciò, si fingerà generosa nei confronti di Michele, figlio illegittimo del
marito, allevandolo. Figlio che invece percepirà la mancanza d’affetto della
matrigna, ma stabilirà un contatto con Clara, sorella maggiore, il personaggio
chiave della storia che poi si tingerà di noir.
Nella famiglia protagonista vi sono altri due figli, un maschio e una
femmina; il primogenito diverrà un oncologo e Clara, la maggiore, anche essendo
sposata, passerà da un tradimento all’altro col tacito assenso del marito.
Clara è una ragazza sensibile che stabilirà un legame con il fratellastro, il
quale a causa delle distanze affettive avrà seri problemi psichici e passerà la
sua esistenza da giovane ragazzo nelle case di cura psichiatriche trasferendosi
a Roma, dove cercherà anche di coltivare la passione del giornalismo. Il vuoto
familiare si ripercuoterà su Clara che trascinerà la sua giovane vita fra
tradimenti e cocaina.
Nel frattempo i genitori impegnati nei loro affari di denaro per lui e
di come spenderli per lei, porteranno Clara all’atto finale, fulcro di questa
storia: Clara muore all’età di trentasei anni, l’ultima volta che è stata vista
viva stava percorrendo la statale Bari-Taranto con il corpo nudo ricoperto di
sangue e lividi. A questo punto della storia entra in scena Michele molto
legato alla sorella deceduta, egli indagherà su quella morte e scoprirà gli
scuri rapporti della sua famiglia con il mondo politico, economico e
accademico. Nonostante gli avvertimenti, Il figlio incompreso e non completamente
amato farà pulizia e chiuderà così un capitolo sulle corruzioni, trasgressioni,
connivenze sospette.
La vita alla fine porta il conto e per Salvemini senior sarà il male
incurabile, mentre per il resto della famiglia il fango della denuncia
scoperchierà un pentolone d'intrighi a catena che farà crollare l’impero economico
dell’imprenditore più in vista della città.
La scrittura è coinvolgente ma in alcuni tratti ampollosa e nella parte
iniziale, per quanto ci introduca nel dramma del ritrovamento del corpo di
Clara, si perde il filo conduttore della storia per il ritmo complesso e
incrociato. Ma quando entra in scena il personaggio scomodo, il figlio
illegittimo, lo stile cambia struttura con frasi brevi, punteggiatura
sincronizzata, dialoghi secchi il tutto in linea con Michele, ragazzo rancoroso
e sensibile, amante della verità priva di fronzoli.
I flashback, con l’alternanza del presente, rendono la narrazione
interessante: Nicola Lagioia, con intensità, affonda la penna nei mali di
questa società!
martedì 1 marzo 2016
Il primo ricordo
Andare a ritroso nel tempo e soffermarsi nel primo ricordo che scandisce
l’inizio della nostra esistenza. Tutto secondo la memoria parte da
quell’evento, che assieme ad altri prendono corpo in un fotogramma a sbalzi,
che diviene sempre più cronistoria di noi stessi.
Quando nasciamo, nonostante sia un momento memorabile, non lascia
traccia nella memoria: non siamo in grado di richiamarlo dai meandri celebrali,
che pur conservandone il passaggio non riesce a restituircelo in immagini da
rievocare.
L’evoluzione dei primi anni di vita contiene momenti delicati e
fondamentali, ma pochi riescono a ricordare i loro primi passi, i primi sapori
graditi o le prime parole espresse di senso compiuto. Ci sono degli anni bui
che non ci appartengono e ne siamo a conoscenza tramite i nostri genitori o chi
per loro ha fatto le veci. La vita per noi incomincia da quel primo ricordo che
resta il più prezioso o il meno bello, dipende dalle situazioni vissute.
Io non avevo ancora quattro anni, per essere precisi mancavano cinque
mesi al compimento dei miei quattro anni quando nacque mio fratello, la mia
vita comincia da quell’evento che ricordo con dolore e tristezza mista a una strana
emozione che sento ancora tangibile.
Abitavamo in una piccola casa e c’era luce naturale nelle camere,
presumo fosse giorno, non ho mai approfondito questo particolare e ora non posso
più farlo: i miei genitori sono scomparsi già da tempo.
Nella camera, che aveva una finestra laterale, c’era un letto centrale
sul quale a sinistra era adagiata la mia mamma ricoperta da un lenzuolo bianco
come il suo viso, contornato da capelli neri sparsi sul cuscino. Sempre a
sinistra c’era una sagoma, non so dire a chi appartenesse, quello che so è che
mia madre sofferente si lamentava e reclinava il capo per la spossatezza. Io la
osservavo, per quanto tempo … non ricordo, come non so come fossi vestita: ero
piccina. Ma il ricordo che percepisco ancora è la tristezza che mi pervadeva nell'osservare la mia mamma: quella sofferenza mi apparteneva e mi penetrava
il cuore.
Questo ricordo doloroso si tramuta in qualcosa di diverso: compare mio
padre. Ricordo il suo sorriso e il suo richiamarmi a uscire dalla stanza, ci
appartammo in cucina e ci sedemmo intorno ad un tavolino d’emergenza, una
sedia, per giocare a carte: mio padre mi intrattenne con il gioco delle carte
napoletane. Presumo
che, anche non avendo quattro anni compiuti, sapessi riconoscere le figure e provassi
interesse per quel gioco, tanto da non tornare nella camera dove stava nascendo
mio fratello, proprio così: il parto avvenne in casa con l’assistenza di
un’ostetrica parente.
Di quella giornata non so più nulla, non ricordo d’aver sentito il
vagito di mio fratello, né cosa successe dopo o nei giorni seguenti, quindi non
posso rimembrare la crescita del fratellino o i suoi primi momenti: c’è un
vuoto, uno sbalzo ad altri episodi.
Ora riesco a rievocarlo, anzi lo faccio già da molto, ma per buona parte
della mia esistenza, quell’inizio temporale della mia memoria mi disturbava e
mi procurava tristezza e preoccupazione per il parto, al quale associavo il
volto diafano della mia mamma.
I ricordi che segnano, s’imprimono anche in tenerissima età: i dolori
hanno la precedenza sulle gioie!
Il terrore del parto era radicato
in me anche in seguito, la vita poi mi ha donato la gioia d’essere mamma, ma per un insorgere di
complicazioni non ho goduto della partecipazione in diretta della nascita: i
miei figli sono venuti al mondo con taglio cesareo, quasi che la natura temesse
di farmi provare le stesse sofferenze alle quali avevo assistito in diretta … precocemente.
venerdì 19 febbraio 2016
Enigma

Edmondo era davanti
alla sua tazza da latte colorata di caffè nero, sicuramente molto più caffè che
latte: gli serviva per ridestarsi dal torpore mattutino che all’alba annebbiava
la sua mente. Conduceva quel ritmo ormai da cinque anni con levatacce alle
cinque del mattino: lavorava in una cittadina diversa dalla sua e per
raggiungere quella destinazione ci impiegava due ore. Ma lui se lo teneva
stretto quel lavoro, con i tempi che correvano, un’occupazione era una
conquista che non a tutti capitava.
Entrò in bagno e
fece scorrere l’acqua calda dal soffione per riscaldare la cabina doccia,
l’acqua sul corpo aveva un che di magico, una vera sferzata corroborante. Era
pronto, vestito di tutto punto, l’abito gessato gli piaceva in particolar modo
e quella mattina lo indossò con maggior soddisfazione. Avrebbe dovuto
incontrare il suo capo area che chissà… gli avrebbe comunicato quella promozione
agognata che gli avrebbe permesso di trasferirsi in una sede più vicina alla
sua città e, soprattutto, avrebbe ricevuto l’aumento di stipendio a lungo
atteso. Sonia, la sua amata Sonia, non vedeva l’ora di stabilirsi da lui e di
convolare a nozze, desiderava un figlio e solo con un margine di soldi in più i
loro progetti sarebbero divenuti realtà.
Scese le scale
velocemente, l’ascensore era bloccato al primo piano, era leggermente in
ritardo sulla sua tabella di marcia: la ricerca della cravatta gli aveva fatto
perdere cinque minuti preziosi. Si aprì la porta della signora del terzo piano,
una simpatica vecchietta che all’età di novant’anni, vivendo da sola, gli chiedeva
a volte dei piccoli favori che ricambiava con prelibatezze culinarie preparate
con le sue mani.
“Mi scusi, signor
Edmondo, so che ha fretta, ma la prego può versare questo danaro sul mio conto?”
gli chiese, porgendogli una busta.
“Certamente, cara
Luisa. Non si preoccupi, è il mio lavoro. Buona giornata!” aggiunse, accelerando
il passo e sorridendo tra sé teneramente: quella vecchina gli ricordava la sua compianta
nonna che gli aveva voluto bene più di un figlio, facendo le veci dei genitori
quando l’avevano abbandonato da piccolo per rincorrere i loro ideali.
Era a metà giornata
di lavoro, faceva il consulente investimenti, allorquando si ricordò del denaro
di Luisa, lo estrasse dalla tasca e si apprestò a compiere l’operazione di
versamento. La somma era abbastanza considerevole, più delle altre volte, e pensò
che il figlio della vecchina avesse concesso alla madre una somma maggiore di
denaro per far fronte a un periodo più lungo. Altre volte aveva ottemperato all’accredito
sul conto della signora: lui era delegato dalla stessa; non si era sentito di
rifiutarle quella cortesia, non gli costava nulla: era come farlo alla sua
adorabile nonna.
Mise la ricevuta
del versamento in tasca e si diresse allegramente all’ufficio del capo che lo
attendeva, mentre mentalmente si augurava di ricevere la sospirata promozione.
Lavorava in quella banca da svariato tempo e si era distinto per
professionalità, correttezza e puntualità, nonché onestà e passione. Egli
credeva in quel lavoro che aveva amato da subito e nonostante non si sentisse
gratificato dal lato economico, sperava in un miglioramento. Il più delle volte
si tratteneva in banca sino a tarda sera per non avere arretrati e per
programmare il lavoro del giorno successivo, ma anche per studiarsi tutte le
circolari. Giungeva a casa molto tardi e stanco, durante la settimana quasi non
aveva vita sociale, solo nel weekend incontrava la fidanzata e, fortuitamente,
la cara condomina Luisa.
“Molto zelante e
puntuale!” esordì il funzionario che era in compagnia di alcuni finanzieri “Prego
s’accomodi! Lei è una persona capace e meritevole, ha sempre svolto bene il suo
lavoro, i clienti sono soddisfatti. Peccato, lei abbia provveduto a illeciti
versamenti.”
“Non
capisco”rispose Edmondo disorientato.
“Non c’è nulla da
capire. Lei è in arresto per riciclaggio di denaro sporco!”
All’improvviso la
vita di Edmondo cambiò, si ritrovò agli arresti domiciliari in attesa di
processo e sospeso dal lavoro con possibilità di revoca e licenziamento. Sonia
era scomparsa e si faceva negare al telefono; lui riceveva solo la visita di
un'affezionata amica che neanche per un attimo aveva dubitato di lui.
“Ce la farai
Edmondo!” gli diceva “Io ti difenderò!”
Lara era un
avvocato, alle prime armi, il cui aspetto sprovveduto e candido, purtroppo, non
faceva presagire un’arringa incisiva e professionale. La ragazza invece era
determinata e desiderava tirar fuori dall’impiccio l’innocente amico.
La discreta
vecchietta, che aveva cacciato Edmondo in quell’equivoco, si era trasferita e
Lara avrebbe voluto interrogarla. La giovane non si scoraggiò e, poiché “il
diavolo fa le pentole e non i coperchi”, riuscì a farsi rivelare l’indirizzo
del figlio della nonnina dal giovane custode del palazzo: i portieri sono informati,
basta una qualunque esigenza per essere a conoscenza dei recapiti dei parenti
più prossimi .
Ormai era appostata
davanti all’abitazione di Emilio, il figlio di Luisa, era divenuta la sua ombra:
Lara sperava che lui l’avrebbe condotta alla nuova casa della madre e così fu.
Una mattina vide Emilio uscire da un’abitazione in periferia, nella quale era
entrato, al braccio della madre; essi entrarono nell’auto e si
allontanarono; lei aspettò con calma che ritornassero. Li vide giungere,
infatti, dopo un paio d’ore; Emilio parcheggiò e scaricò dall’auto buste di
vettovaglie e, dopo aver aiutato la madre a rientrare in casa, ripartì. Lara
attese nuovamente e citofonò a Luisa, spacciandosi per una lettrice del contatore
dell’acqua.
“Venga, credo sia
sul balcone della cucina. Sa, abito da poco qui, mio figlio ha voluto che mi trasferissi
per via dello smog!”
“Ha fatto bene! Era
in città prima?”
“In pieno centro,
peccato… lì conoscevo un giovane tanto gentile. Come vorrei dargli il mio nuovo
indirizzo, non ho il suo numero di cellulare.”
Lara con il suo
savoir faire fece scrivere una lettera che avrebbe consegnato lei stessa al
ragazzo in questione: dopo un giro di domande fece intendere che lei abitava da
quelle parti e che non le sarebbe costato nulla, farlo.
Edmondo leggeva e
rileggeva la lettera e giunse alla conclusione che la cara Luisa ignorava ogni
cosa e che sicuramente il figlio si serviva della madre per depositare denaro
sporco, frutto di illeciti raggiri.
“Lara, dobbiamo
avvertire la polizia, non devi appostarti più. Questa lettera li convincerà.”
“No, ci penserò
io!”
Era notte fonda e
Edmondo dopo aver indossato un lungo impermeabile e calato sulla fronte una
visiera di un vecchio cappello di suo nonno, uscì dal portone di casa per
recarsi da Luisa. Era stanco di quell’equivoco che aveva mutato la sua vita,
voleva parlare con la signora, voleva convincerla a deporre in suo favore: a
quell’ora il figlio non poteva nuocere e Lara per quanto avesse svolto delle
ottime indagini, ora stava tirando troppo la corda e lui temeva che le
accadesse qualcosa di spiacevole.
Suonò il
campanello, pigiò nuovamente, nulla, stava per andar via quando la porta
lentamente si spalancò; l’interno della casa era immerso nel buio, solo una
striscia luminosa si rifletteva sul pavimento e Edmondo entrando percorse quel
fascio di luce e quasi inciampò sul corpo di una persona. Il giovane atterrito
cercò un interruttore e con sangue freddo scostò il lenzuolo che era stato posto
sul volto del corpo esanime. Che orrore, che macabra scoperta! Era Luisa
cianotica e ormai deceduta che riportava ecchimosi sulla faccia e profonde
striature bluastre sul collo. Si fece coraggio e rimise ogni cosa al suo posto:
doveva andar via, doveva mettersi in salvo, forse l’assassino era ancora in
quella casa, forse…
Una botta in testa
e il giovane smise di pensare, cadde e batté la tempia sullo spigolo di un vecchio
cassettone.
“Oh, signora Luisa,
allora, è viva? Ho preso uno spavento!”
“Caro ragazzo,
siamo entrambi nello stesso posto.”
Edmondo si guardò
intorno e vide un mondo pregno di luce e soavità delicata, un profumo mai
avvertito giunse a lui e i colori, i colori di quel luogo avevano qualcosa di
magico.
“Ma dove siamo,
Luisa?”
“Abbiamo lasciato
la terra entrambi per lo stesso motivo.”
“Siamo morti? Ma
se mi sento così bene!”
“Io sono morta, lei
è in uno stato di transizione.”
Edmondo vide il
suo corpo che giaceva immobile e scorse il suo capo-aerea che conversava con
Emilio, chi l’avrebbe detto, pensò.
“E’ fatta! Ci
siamo tolti questo sciocco dai piedi. Lo accuseranno della morte di tua madre
che aveva scoperto ogni cosa e non ci vorrà nulla a fare due più due. Tutto
secondo i nostri piani. Facciamo quella telefonata anonima alla polizia.
Smetteranno, ora, d’indagare e potremo goderci i nostri soldi all’estero!”
Ma Lara, sopraggiunta
poco prima, era nascosta e registrò quella conversazione.
Stesso abito
gessato, stesso piglio giulivo, era cambiata solo la locazione e il ruolo,
Edmondo ora era un “Q di quadro” in Direzione che aveva affidato all’avvocato
Lara l’ufficio legale. L’amicizia fra i due giovani si era tramutata in amore e
puntualmente si recavano assieme al cimitero per deporre fiori alla cara Luisa,
vittima e artefice della loro felice unione.
lunedì 8 febbraio 2016
Verso la libertà

Avvoltoi neri, come la pece, stavano divorando la sua materia grigia, fagocitavano i pensieri, fieri di quel pasto fresco. La sua vita bruciata sull’altare della quotidianità divenuta, ormai, spettro lontano. Fanciulla perbene del tempo che fu, cresciuta con sani valori purtroppo sepolti.
Era partita dal suo distante paese, rischiando la vita: la sua povera famiglia non aveva i mezzi per il sostentamento e il fratellino ammalato richiedeva cure, doveva andare; con la sua volontà e determinazione avrebbe lavorato per dare ossigeno a loro e cure mediche a Igor.
S’imbarcò su quel natante della speranza, affrontando il viaggio estenuante, stipata assieme ad altri come bestie; giorni di navigazione fra flutti impetuosi e insidiosi, rischiando il naufragio. Luba approdò, fra varie peripezie, sporca e disidratata; toccò la terra straniera e tutto il resto non contava. La attendeva un amico conosciuto al suo paese, un tipo cordiale e gentile che si era offerto di trovarle un lavoro e una sistemazione in incognita. Buone prospettive e inserimento in un paese straniero, in quella nazione che spesso aveva guardato con interesse attraverso il video di una vicina più danarosa.
Il giorno dello sbarco fu accompagnata in un posto sperduto in collina, un casolare dalle persiane rosse circondato da alberi di frutta; un suggestivo paesaggio che acquietò l’ansiosa Luba: temeva di non risultare gradita ai signori, ai datori di lavoro, per via della sua mancata conoscenza della lingua. Il volto ameno del caro amico, che le rivolgeva sorrisi rassicuranti, la confortò. La bella Luba dalla pelle di luna e occhi cristallini come il mare entrò timidamente e fu fatta accomodare in una stanza spoglia e disadorna, dalle pareti grezze macchiate di sudiciume incrostato. Un’unica finestra con una cancellata richiamò l’attenzione di Luba che, restando in piedi, sbirciò con preoccupazione la porta chiusa a chiave dal di fuori: nel silenzio aveva udito il cigolio della serratura e anche lo scalpiccio dei passi che si allontanavano.
Le ore passavano e dal sole splendente fece capolino la luna, la stanza divenne buia e lei ebbe paura, allora cominciò a urlare per richiamare l’attenzione. Era seduta per terra, non c’erano sedie in quella stanza, le mancavano le forze e si sdraiò sfinita: era a digiuno, non mangiava dalla sera della partenza. Sentì aprire la porta e vide un rozzo uomo dal passo sicuro che, senza rivolgerle la parola, le piombò addosso fulmineo, mentre il suo degno compare la immobilizzava, serrandole la bocca con un cerotto. Fu violentata crudelmente e bestialmente in tutte le posizioni, mentre lacrime di dolore sgorgavano copiose dai suoi occhi puri. La mattina dopo fu trascinata a forza in un’altra camera e l’uomo becero sogghignando, tuonò:
“Tu sei cosa mia, io ti faccio lavorare e tu vivi!”
Giorno e sera con uomini diversi, la violenza continuò non più nella stanza spoglia, ma in una camera con il letto a baldacchino, sinché un pomeriggio in cui, per distrazione la porta d’entrata era rimasta incustodita, Luba corse fuori a perdifiato e con il fiatone in gola giunse sull’orlo del dirupo di quell’incantevole collina. Il cuore furiosamente le rimbalzò nel petto obnubilandole la mente, una voce interiore divenne sempre più insistente.
“Spogliati solo per te e vai verso la libertà!”, e si lasciò andare.
mercoledì 3 febbraio 2016
Affittopoli e non solo
Oggi un breve comunicato, lo prendo pari- pari dalla mia pagina facebook, anch'io sono su facebook; non volevo, non ci credevo, lo snobbavo e poi visto l'afflusso anche di persone di un certo calibro mentale, sono entrata nel giro. Questo è accaduto un paio d'anni fa, dapprima a rilento con un certo distacco, uno gettare lo sguardo quando mi andava, ora da quando posseggo uno smartphone, un regalo, le comunicazioni in presa diretta mi giungono tramite telefonino, il brr-brr è lì, costante, non smette; se volessi, potrei mettere il silenziatore e non mi disturberebbe, se disturbo diverrebbe in talune circostanze. Leggo, quindi, quando posso e se ritengo utile rispondo. I nostri blog restano una bella vetrina di qualità, un posto per amanti di un certo tipo di prodotto, un posto dove diamo spazio all'informazione di qualità e a quegli scritti interessanti che non si trovano neanche sui libri al primo posto delle vendite: sui blog faccio letture di pregio. Ora tornando al discorso comunicato su facebook, ho puntato il dito sulle truffe, sui dolori e difficoltà di gente provata dalla miseria che prima non gli apparteneva, su quel lucrare tipico dei codardi parassiti.
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Affittopoli, città degli affitti facili, aggiungo io, e sappiamo di cosa sto parlando. Come sappiamo che c'è chi, non possedendo i soldi per l'affitto, e qui si parla di affitti spropositati, finisce per non farcela e viene sfrattato e si ritrova sotto i ponti o sulle panchine di una stazione, se le panchine sono libere. Mentre chi ha denaro, chi è un professionista di un certo calibro, può occupare un appartamento in una zona di prestigio e versare un piccolo obolo. Ma si sa siamo una nazione degli ECCESSI: noi facciamo le cose in grande, o tutto o niente. Noi doniamo ai ricchi e togliamo ai poveri, il modello Robin Hood è per noi superato. Pensate che per avvallare quest'idea, una Onlus ritirava prodotti ortofrutticoli a costo zero da aziende che donano alle associazioni umanitarie e anziché distribuire quei prodotti alle associazioni, li vendeva a utile pieno, nel senso che era tutto guadagno, quattro milioni d'euro complessivi.
Lucrare sui dolori, lucrare sulle miserie, lucrare sulle difficoltà: BEH, CHI RIESCE A FARE QUESTO NON E' DEGNO D'APPARTENERE A QUESTO MONDO! Un momento, un momento: è degno di trovarsi nel mondo dei pusillanimi dalle ore contate, spero! E anche non fossero contate, la ruota gira!
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