lunedì 13 ottobre 2014

Riflessioni di lettura

                         
   

   Un tempo i matrimoni si combinavano e le famiglie approvavano l’unione ancor prima che i giovani avessero la possibilità di esprimere il loro parere. Una famiglia ricca vedeva di buon occhio un rapporto con una famiglia dello stesso rango, era impensabile che un giovane benestante si unisse in matrimonio a una ragazza di estrazione inferiore. Ma il protagonista del romanzo contravviene alle regole e rompendo il fidanzamento con la sua promessa sposa, una giovane grassa e ricca, preferisce sposarsi con la ragazza della piccola borghesia che egli ama e che lo contraccambia. La loro unione sarà fondata sul sentimento inossidabile che supererà molte traversie e resterà intatto sino alla fine. Una vicenda che attraversa trent’anni di vita francese e che va dal periodo precedente alla prima guerra mondiale sino alla seconda guerra mondiale in atto, ossia all’occupazione della Francia da parte dei tedeschi.
   I doni della vita, mi soffermo sul titolo del romanzo e da cui scaturisce il filo conduttore della storia: l’unico dono che conta è l’amore, quel sentimento autentico che lotta e combatte sino alla fine e dà la forza necessaria per vincere le battaglie. E di battaglie ne hanno da superare i due protagonisti della vicenda: subito dopo il matrimonio scoppia la prima guerra mondiale e lui partirà per compiere il suo dovere come soldato al servizio della patria, tornerà dopo quattro anni. Nel mentre sua moglie sarà costretta a vivere presso i suoceri con il frutto del loro amore, il piccolo Guy, la convivenza non sarà facile: il nonno, il capostipite di quella famiglia non ha mai accettato le nozze del nipote. La vita riprenderà il suo corso al termine della guerra, i due protagonisti potranno riunirsi e crescere il loro bimbo che diventerà un giovane volenteroso e di belle speranze, ma anch’egli come suo padre si distaccherà dalla giovane sposa e sarà impegnato nella guerra, il secondo conflitto mondiale.
   In questo libro ritroviamo il talento di una scrittrice che abbiamo imparato a conoscere e che mentre scriveva “Suite Francese” in parallelo portava avanti la storia de “I doni della vita”, una sorta di anticipazione su quelli che sarebbero stati i destini dell’umanità. Lei scrisse la storia mentre i fatti accadevano: era, infatti, la seconda metà del 1940, piena occupazione tedesca dopo l’armistizio. Il romanzo fu pubblicato nel 1941 a puntate ma non con il nome dell’autrice, essendo ebrea doveva cautelarsi, solo nel 1947 fu pubblicato l’intero romanzo e si conobbe il nome della scrittrice quando ormai lei era già morta, cinque anni prima, nel campo di concentramento nazista.  
   Una volta preso il libro tra le mani, dopo le prime righe, l’unico desiderio è quello di continuare a immergersi nella lettura, respirarne i passaggi, gli sviluppi, l’armonia lessicale e le bellissime metafore. La storia avvince per le grandi capacità narrative che non deludono neanche questa volta. E come potrebbe, se l’autrice è lei Irène Némirovsky, la scrittrice che sapeva dipingere con le parole perché creava affreschi di vita tangibile per il lettore e perché sapeva entrare nell’anima del personaggio, descrivendone profondamente stati d’animo e pensieri.
   Gli scrittori del passato propongono storie che per i lettori attuali potrebbero sembrare obsolete sia per gli argomenti superati, sia per la forma lessicale, non è il caso della Némirovsky: in lei vi è una freschezza di pensiero che non teme il decorrere del tempo. 

7 commenti:

  1. Una recensione magnifica, cara Annamaria.
    Buona notte, amica mia.

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    1. Grazie di cuore.
      con affetto
      annamaria

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  2. ciao Annamaria, brava come sempre.
    Non so se sia una coincidenza (non credo) ma ho notato che i romanzi scritti da mani ebree in quel periodo hanno tutti, o quasi, un taglio ever green, immuni allo scorrere del tempo, come tu giustamente rilevi. Come se ci fosse la volontà ragionata di trasmettere una scrittura senza scadenza, certo, questa caratteristica la si trova anche in scrittori non ebrei ma non in modo così marcato.

    TADS

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    1. Buongiorno, caro amico, ti ringrazio per l'apprezzamento alle mie considerazioni letterarie.
      La scrittura senza tempo, a prescindere se appartiene a mani ebree, è frutto, almeno credo, di capacità proprie, forse potrebbe anche essere che avessero voglia di rimanere attuali anche a distanza di tempo. La Nèmirovsky viveva a Parigi e il pensiero francese forse era più moderno rispetto a quello di altre parti d'Europa, poi lei apparteneva d'origine a una famiglia ricca, probabilmente le esperienze personali incidono anche sulla forma mentis.
      Buona giornata, un abbraccio.
      annamaria

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  3. davvero ottima recensione, chiara, completa. Ne terrà conto per la prossima visita in libreria
    Marirò

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  4. ne terrò conto
    scusa il refuso ma non riesco ancora ad abituarmi ai nuovi occhiali progressivi. col pc è un disastro

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    1. Non preoccuparti, all'inizio con le progressive non è facile, così mi hanno detto chi le ha adottate, forse lo farò anch'io: cambiare lenti è noioso.
      Grazie per l'apprezzamento.
      un bacio
      annamaria

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