martedì 20 ottobre 2015

Conoscenza casuale

                                                              

   

   Devo correre: ho il controllo annuale senologico, prima incombenza il pagamento del ticket con relativa attesa d'innumerevoli presenti e poi sosta obbligata in sala d’aspetto del reparto. Entro con circospezione guardandomi intorno e mi scelgo un posto a sedere in zona angolare che mi dà un senso di ampiezza, detesto gli spazi ristretti, mi soffocano e mi alimentano maggiormente le mie preoccupazioni. L’ambiente è surriscaldato, come buona parte degli ospedali, e mi sfilo il soprabitino che ripiego ordinatamente sulla poltroncina alla mia destra, cerco delle riviste da leggere e ne scorgo una, non è interessante, ma non posso oziare guardando per aria, mi rimprovero di aver dimenticato il libro di lettura a casa, se non avessi perso tempo nella ricerca dell’impegnativa medica, avrei avuto quel romanzo di Pavese fra le mani.
   Ho da poco aperto la pagina del quotidiano locale e mi soffermo su di una notizia, la leggo con attenzione, odo un rumore di passi ed alzo lo sguardo, incontro occhi femminili vivi e sorridenti. Ci salutiamo con cortesia, come se ci conoscessimo da tempo e noto che la mia vicina di sedia si accomoda allegramente e mi rivolge la parola con semplicità e familiarità. Mi piacciono le persone così spontanee che cercano il dialogo: la conversazione anche con persone mai viste prima, è per me gradevole e serve ad ammazzare l’attesa. Inevitabilmente il dialogo scivola sul motivo che ci ha condotto in quel luogo e sull’importanza della prevenzione, poi si affronta anche il piccolo lato doloroso della mammografia: farsi spiaccicare una parte del corpo non è una passeggiata!
   La mia vicina, nonostante l’età non giovanissima, anche se le avrei dato almeno dieci anni in meno, mi confessa di avere ancora quella parte tonda e turgida non sciupata da allattamenti. Le chiedo: “Per libera scelta?” mi risponde che non ce n’è stato bisogno, non ha voluto avere figli per idiosincrasia alla maternità. L’espansiva signora mi narra di aver fatto parte dell’epoca dell’emancipazione femminile e nonostante si fosse sposata giovanissima subito dopo il diploma, ha voluto perseguire la carriera per affermarsi e un figlio avrebbe rappresentato un intralcio, uno stress quotidiano e sicuramente il suo matrimonio non sarebbe stato così idilliaco: dopo più di trent’anni lei e suo marito tubano ancora come due fidanzatini. E poi aggiunge che tante coppie con figli si separano, mentre loro sono ancora in armonia e il marito non le aveva mai chiesto, durante il periodo fertile, di dargli un figlio,tra l’altro quando le era capitato di restare incinta, aveva abortito con il  beneplacito del consorte.
   La osservo e mi soffermo a pensare sul fatto che tante coppie con problemi di sterilità o altro, si sottopongono a cure mediche o all’inseminazione, procreazione assistita, e per ultima spiaggia l’adozione, difficile per le lungaggini burocratiche, mentre questa nuova conoscente ha rinunciato di sua sponte e non per problemi economici o di salute.  Ognuno è libero delle proprie scelte, certamente, ma fin quando un adulto vorrà essere un fanciullo non assumendosi le proprie responsabilità? Poi potremmo scivolare in un altro genere di discorso in riguardo alla procreazione: le incertezze del futuro, la società e i mille pericoli, le problematiche varie e alla fine ritrovarsi, dopo tanto affanno, ad aver speso le proprie energie per figli immeritevoli che nonostante gli sforzi compiuti, da adulti si ritorcono contro i genitori o li ignorano irrimediabilmente. Ma la vita è così, la gioia di un figlio comporta dei rischi e delle rinunce, credo che il desiderio di essere genitore sia insito in noi ed esplode in un certo periodo della vita, ma che sia quello giusto per seguirne la crescita con sprint e mentalità al passo con i tempi: un figlio ha bisogno di un genitore o non di una figura attempata che fatica a stargli dietro.  
   I tempi cambiano, ma per alcuni aspetti cambiano in peggio e le colpe non sono mai da una sola parte, soprattutto per coloro che possono e rinunciano per partito preso! 

  

sabato 10 ottobre 2015

Riflessioni di lettura

                                                        
                                                                            
                                      
                                                                      
  

   Il titolo di un libro è come un incipit adescatore: invoglia, seduce e stuzzica, poi entra in gioco il nome dello scrittore, della casa editrice, in questo caso non vi sono domande da porsi: l’autrice non ha bisogno di presentazioni e di quest’ultima creazione narrativa se n’è parlato. Nonostante ciò il titolo del libro mi ha incuriosita e mi ponevo delle domande, anche sapendo che avrei letto una saga familiare. E allora mi immaginavo che le ciliegie fossero gli avvenimenti felici appartenenti alla famiglia in questione, il cappello come grande paniere di dolcezze, di amori, di conquiste a lieto fine. Poi sono stata introdotta alla storia dalla splendida prefazione di Pierluigi Battista e apprendo che il “cappello pieno di ciliegie” era il copricapo di Caterina, l’arcavola di Oriana, che vive le sue peripezie nel settecento toscano alla vigilia della Rivoluzione Francese. E da qui parte il romanzo, una storia a ritroso che abbraccia circa due secoli, una ricerca nel tempo andato che, per la mole di lavoro, costò alla Fallaci dieci anni di fatica e sempre con lo stesso interrogativo: “Se non fosse andato/a, se non avesse preso quella decisione, se non ci fosse stato quell’evento, "IO non sarei nata?”
   Ed è tutto qui: siamo quello che siamo attraverso i cromosomi che s’intrecciano, i geni che riceviamo, per cui se un tale avo si fosse unito con un’altra persona, le nostre caratteristiche non sarebbero le stesse. Ma la storia di Oriana che scava nel tempo che fu, è un vero trattato di storia che un libro scolastico non ci racconta e il tutto legato alla famiglia Fallaci che ne ha fatto parte.
    Il romanzo, oltre che essere un’opera storica ricca di dettagli e dovizie di particolari impensabili, persino il numero dei componenti dei reggimenti che parteciparono alle varie guerre e rivolte, poi date, descrizioni degli armamenti e luoghi, parla, anche, di scienze e medicina dell’epoca, architettura, storia dell’arte, ricette culinarie. Scopriremo così abitudini e gusti, le origini di ciò che ci è giunto in eredità e cosa più triste sarà l’impatto con la crudeltà umana unita alla sete di potere che va oltre qualunque pensiero logico. Siamo abituati alle nefaste notizie d’ogni giorno, ai necrologi, alle barbarie più turpi, ma ciò che sconforta è leggere che le stesse atrocità essendo state perpetrate in passato quando la cultura era di pochi, continua a essere emulata anche oggi. In più riprese, Oriana dice, quando entra in prima persona nel personaggio familiare più crudo, avrei voluto non essere nata. Nel settecento vigevano leggi assurde e oppressive, l’Italia era una nazione ambita dall’Austria, dalla Francia e ne subì i vari governi, le varie occupazioni; ma dominava anche il potere della Chiesa feroce come un aguzzino spietato e corrotto.
   Tornando al titolo del libro, Caterina è l’arcavola trasgressiva che nel lontano settecento va al mercato con un cappello pieno di ciliegie per farsi riconoscere da Carlo, prossimo coniuge; Caterina sfida quell’epoca in cui le donne popolane non potevano indossare copricapi, ma lei ha nelle sue vene il sangue eretico di Ildebranda che fu martirizzata per aver consumato un cosciotto d’agnello durante la Quaresima. Caterina non ha timore delle spietate leggi dell’epoca e al mercato ci va anche per smerciare “tubi di decenza”, mutande femminili copiate da quelle della Regina di Francia. Nel settecento alla donna non era concessa nessuna frivolezza, trine, pizzi, nastri, fiocchi e la donna non doveva saper leggere e scrivere, meno sapeva meglio era, dicevano i più. Caterina, desiderosa di istruzione, sposa Carlo anche perché sa leggere e possiede alcuni libri importanti. Caterina detesta Napoleone e combatte per i suoi ideali, impara a leggere e a scrivere velocemente e vive un matrimonio d’amore che, se inizialmente nasce come un incontro voluto, dopo diverrà un’unione ricca di sentimento che continuerà fino alla fine dei giorni fra mille peripezie.
   Carlo fa il contadino, per meglio dire è un esperto di viticultura che avrebbe dovuto trasferirsi in Virginia per portare la sue conoscenze vinicole: all’epoca il vino toscano era già rinomato e lui riceve un’importante offerta di lavoro, ma per una casualità, che a leggerla ora parrebbe una sciocchezza, ritorna alla sua terra toscana. Oriana dice che se il suo arcavolo Carlo si fosse trasferito negli Stati Uniti, avrebbe sposato un’altra donna e lei non sarebbe nata.
   Il filo conduttore del romanzo è la cassapanca che di generazione, in generazione giunge a Oriana, cassapanca che all’interno contiene tanti pezzetti di storia sulla quale lei indagherà: consulterà archivi, si recherà in America, in Inghilterra e nelle ricerche riceverà l’aiuto dovuto; attraverso il baule, custode di frammenti di storia, Oriana potrà ricostruire la storia che le appartiene.
   Dicono che con i cromosomi ereditiamo anche i geni caratteriali ed è così, sappiamo quanto Oriana sia stata in vita una donna combattiva, amante della verità e della giustizia, una donna che sovvertiva le regole, ebbene la famiglia Fallaci era anch’essa combattiva e quasi tutti gli appartenenti portavano avanti i loro ideali a costo della vita.
   Questa non è una saga come tante e si spiega la corposità del libro che partendo da Caterina, nel lontano 1750, narra le vicende degli antenati ribelli succedutisi nell’arco di due secoli. Francesco Launaro che si ribella sgozzando venti algerini per vendicare il padre rapito vent’anni prima da pirati barbareschi: al tempo vigeva la spietata legge del mare e lui per questo scopo combatterà con il fuoco in corpo divenendo un abilissimo marinaio. Le barche erano a vela e la navigazione, quando sopraggiungeva una tempesta, era affidata alla perizia e alla forza umana.  Francesco conoscerà una bellissima antenata di Oriana, Montserrat, nata da uno stupro perpetrato da un nobile che sposa segretamente la vittima dell’abuso ma non vive mai con lei, essendo una cameriera. Il duca Grimaldi, questi era il nobile, pur occupandosi economicamente della figlia non vorrà mai conoscerla fino alla fine dei suoi giorni e quando la madre di Montserrat muore per il “mal dolent”, lei parte alla volta di Genova per conoscere il padre; il tentativo fallisce e lei s’imbarca a Livorno, dove incontra Francesco Launaro dalla bellezza intrigante, i due si sposeranno, nonostante i vent’anni di differenza, e la loro vita sarà costellata da gioie e anche da dolori che porteranno alla pazzia Montserrat.
   Giovanni e Teresa sono anch’essi arcavoli che si ribellano vivendo una notte clandestina d’amore dalla quale nascerà Giobatta che si ribella imparando a leggere e a scrivere, ma non solo diverrà uno scultore abile nelle incisioni, uno scalpellino come pochi. Giovanni è un antenato estremamente povero,per cui  conosceremo la cruda miseria del periodo, quella miseria che lo porterà ad arruolarsi nelle truppe napoleoniche e combatterà senza un addestramento; sofferenze e dolori lo tempreranno e come lui anche altri del periodo combattevano senza competenza, vestiti inizialmente dei loro stracci. Giobatta, bellissimo ragazzo, figlio di Giovanni, s’innamorerà di una ragazza goffa più grande di lui, entrambi parteciperanno alle rivolte popolari, ribelli anch’essi, condividono ideali ed esploderà l’amore che li vedrà sposi, ma la loro storia sarà molto travagliata e avrà un finale tragico.
   La saga si conclude con la storia di Anastasìa che non ha un certificato di nascita e non avrà neanche quello della sua morte suicida all’età di 40 anni, una donna bellissima e combattiva, una maliarda dalle intense avventure fra Italia e America dove giunge dopo aver affidato alla ruota il frutto del suo amore illegittimo: una bimba, Giacoma nonna di Oriana. Giacoma, il cui padre non se ne fa menzione essendo un politico troppo in vista, Giacoma dall’aspetto sgraziato, per un’atroce casualità, perderà un occhio che ne accentuerà la bruttezza.
   Il mal dolent era nei cromosomi e di generazione in generazione giunge anche ad Oriana che sapendo di dover morire, affida il suo manoscritto al nipote che ne curerà la pubblicazione.
    Ci sarebbe ancora tanto da scrivere su questo romanzo che meriterebbe una seconda lettura, infatti Oriana a più riprese si rivolge al lettore dicendo: “Ti ricordi?” e interviene sintetizzando i passaggi precedenti per rinfrescare la memoria; è come se in alcuni punti la narrazione assumesse un tono colloquiale, pur conservando la bellezza espositiva pregna di passione, frutto del grande talento di una Donna, contestata e tanto amata, una giornalista e scrittrice di grande Maestria.

















lunedì 5 ottobre 2015

Sorriso benefico

   Risultati immagini per sorriso di un bambino

   I drammi umani si tingono di sangue e di dolore per le incapacità dell'uomo, per le sue disattenzioni e per le sue nefandezze. 
   La nostra quotidianità corre con il dolore e quand'anche non ci appartenesse direttamente, sarebbe comunque un dolore che diviene nostro e che ci fa riflettere, e ci spegne quella normalità che è meravigliosa quando gli equilibri coesistono. 
   "Ciò che non distrugge, fortifica", ha detto un Grande Pensatore, e in effetti è così: dopo si è temprati a qualunque avvenimento e si ha la capacità di combattere per restare a galla nel mondo avverso dominato dai malfattori che hanno sporcato la bellezza della normalità. 
   Ma chi sa ora ne sa di più, ed è in quel di più che riponiamo le speranze. Occorreranno anni su anni per rimediare, comunque sia se ne parla, si cerca l'antidoto, la terapia d'urto, si cerca la via per un domani migliore.
  La vita attraversa cicli: la storia ci racconta e questa storia che lasceremo ai posteri non è da meno di altre pagine di storia che non avremmo voluto leggere. 
   Il sorriso innocente di un bambino vale milioni di incoraggiamenti che danno forza per scrivere pagine di vita migliore.

lunedì 28 settembre 2015

Alla ricerca della verità

   


   Non era, poi, assolutamente improbabile; forse avrebbe dovuto cercare a lungo, andando allo sbaraglio, e del resto non aveva nulla da perdere, si disse. Poteva farlo, il tempo libero l'avrebbe dedicato a quello scopo. Era pur vero che erano trascorsi vari anni: il tempo, si sa, cambia le situazioni. Ma lei voleva tentare, era come una sfida con se stessa, giusto per avere quella risposta che le era mancata.
   Gloria si mise, così, alla ricerca; tornò nel luogo dei suoi ricordi e si accorse che quel posto era solo leggermente mutato: l'edilizia l'aveva stravolto parzialmente, mentre all'epoca del suo vissuto gli spazi erano più ampi, meno parcheggi e meno stradine asfaltate che conducevano alle nuove costruzioni. Faceva fatica a scrutare la gente: sperava di trovare volti noti, i volti della sua memoria. Quella speranza risultò vana: il tempo muta le persone e le fisionomie si alterano, quindi lei cosa si auspicava? Tornò alla sua realtà con lieve rammarico: il primo tentativo era rimasto disilluso, ma alla fin fine sapeva che non sarebbe stato facile. Non si scoraggiò e non demordette: avrebbe continuato quella ricognizione, nel fine settimana non avrebbe fatto altro.
   Cominciò con il frequentare assiduamente un bar della zona centrale, in quel luogo di passaggio il gestore, o chi per lui, avrebbe dovuto conoscere quasi tutti gli abitanti, in special modo quando il borgo è a misura contenuta. Ormai si era instaurato un certo rapporto confidenziale, sembrava quasi che la proprietaria del bar l'attendesse per intavolare una conversazione amichevole all'insegna del garbato umorismo. Battute ironiche buttate lì per caso, amene constatazioni sugli accadimenti della vita, entrambe le donne finirono, nei momenti di pausa, per appartarsi al tavolino d'angolo e sorridere amabilmente. Evelina, la curatrice del bar, dal comportamento spensierato e sereno, un pomeriggio stupì Gloria quando le confidò di suo marito, giocatore incallito. Le carte avevano scavato un abisso fra loro, solo litigi e patimenti che avevano fatto franare la loro unione, il matrimonio sopravviveva per le promesse di un cambiamento. Lui si giocava tutto: pian piano le aveva dilapidato ogni bene, era rimasto solo il bar e lei temeva che da un giorno all'altro le togliessero anche quello. Malediceva il giorno in cui si era innamorata di lui, era come un maleficio che ancora la soggiogava, la sola voce persuasiva e sdolcinata le faceva credere che tutto sarebbe cambiato, non sapeva come liberarsi di lui. La sua vita era una recita, una farsa che continuava a mettere in scena per non addolorare i genitori che l'avevano messa in guardia su di lui, si diceva in paese che corresse appresso ai soldi e che provasse interesse per le ragazze ricche. Gloria seppe dalla donna che il marito si faceva vedere al bar solo il mercoledì, giorno di riposo dai sollazzi ricreativi, allora contravvenendo ai suoi principi lavorativi, chiese un giorno di permesso: la curiosità era tanta, doveva conoscere il giocatore d'azzardo.
   Mentre era in macchina per recarsi a quel borgo, distante una cinquantina di chilometri dalla sua città, le tornarono alla mente vecchi ricordi e si rivide giovane e innamorata del suo bel Tommy, un ragazzo che la travolse con il suo forte sentimento. Vissero una storia intensa, lui la circondava di premure e di affetto smisurato: nonostante la distanza che intercorreva tra loro, lui lavorava in un'altra regione, trovava il modo di essere presente ogni fine settimana. Molto spesso lui la conduceva nel suo paese d'origine e le mostrava i vicoli della sua infanzia, i luoghi che l'avevano visto crescere e che, assieme alla famiglia, aveva dovuto abbandonare per esigenza di lavoro, così diceva; in varie occasioni le aveva presentato anche degli amici. Il loro amore crebbe e facevano progetti di matrimonio, poi, Gloria notò una certa freddezza, non seppe imputarla a una qualunque ragione, tutto prese una svolta diversa quando lei dichiarò che per costruire qualcosa nella vita bisognava guadagnarselo con sacrificio: lei non viveva di rendita. Così di punto in bianco senza una spiegazione lui scomparve dalla scena della sua vita e lei non fece nulla per cercarlo, l'orgoglio ferito la fece desistere, ma a distanza di tempo ebbe l'impulso d'indagare. Non seppe perché le fosse tornato tutto in mente, come quei semi che germinano all'improvviso, ora aveva bisogno di risposte e sentiva che le avrebbe trovate in quel bar: forse il marito di Gloria conosceva il suo Tommy, anche se non viveva più lì, e lei, dal canto suo, non poteva cercarlo da nessun'altra parte in quanto lui non aveva fissa dimora lavorativa.
    Parcheggiò l'auto e, sbirciando il locale, rimase di stucco: l'uomo che parlava animatamente con Evelina era lui, il Tommy dei suoi ricordi, solo leggermente invecchiato, ma era pur sempre lui. Che carogna, ora comprendeva molte cose. Scappò come una ladra: non voleva complicazioni, e si disse che in fin dei conti era stato un bene per lei non possedere nulla.
   Il cielo le sembrò più terso, la nuvola che sembrava delinearsi all'orizzonte era scomparsa ed anche la sua anima ora era sgombra da nubi: aveva ricevuto quella risposta mancante, ma al tempo stesso si sentiva addolorata per la sua nuova amica. L'avrebbe aiutata, le avrebbe parlato e raccontato: questa volta non avrebbe lasciato nulla in sospeso.






sabato 19 settembre 2015

Macchinazione (parte quattordicesima)

                       

   Nicola cominciò a spiare l'orfanotrofio, dopo averlo individuato finì per appostarsi e cogliere i momenti di quelle uscite dei bambini che vivevano lì; non sapeva perché lo facesse e man mano che passavano i giorni, giunse a pensare che se lui avesse adottato uno qualunque di quei bambini sarebbe stato meno solo, del resto avrebbe soddisfatto l'inesaudito desiderio d'avere un figlio biologico. Ma per prima cosa doveva rivedere Fiorenza, doveva chiederle scusa, avrebbe trovato il modo di farle comprendere che lui non era una bestia e che se avesse acconsentito lui l'avrebbe sposata, le avrebbe dato una casa dignitosa, e con l'adozione la famiglia sarebbe stata perfetta.
   Un giorno tentò il tutto per tutto, doveva entrare nelle grazie delle suore e dopo essersi fatto ricevere dalla Madre Superiora, si offrì come volontario tuttofare, lavoretti sia idraulici che di altro genere: un grosso stabile necessita all'emergenza di qualche manutenzione straordinaria. Si accordarono per il pomeriggio inoltrato, momento in cui Nicola terminava il suo lavoro e ogni giorno si recava all'orfanotrofio per rendersi utile, lo faceva con gentilezza e disponibilità.
   Oramai era diventato un membro di quella comunità e poté fare quelle domande alle quali teneva; seppe così che Fiorenza era morta di parto e che il bambino viveva presso di loro in attesa di un'adozione.
   "Oh, Madre, che dispiacere! Ho conosciuto la ragazza quando era a casa del sindaco. Ma il padre non potrebbe prenderlo con sé?"
   "Impossibile," rispose la Madre Superiora "la ragazza non sapeva neanche di essere incinta quando è venuta qui. Lei non aveva una crescita intellettiva, sicuramente il lui misterioso si approfittò di lei."
   Oramai era diventato un chiodo fisso, doveva conoscere il bambino. Maschio, pensò, tanto meglio l'avrebbe aiutato nel lavoro, così come faceva suo padre anche lui si sarebbe comportato allo stesso modo, intransigente e severo, una formazione richiede un comportamento rigoroso, si disse. Per cui non avrebbe avuto remore di nessun tipo, del resto se le suore avessero acconsentito offriva al bambino un tetto. Modesto, ma pur sempre un tetto che era sempre meglio del collegio lugubre, dove vigeva una disciplina carceraria ben diversa da quella che avrebbe impartito lui, in cambio il bambino avrebbe dovuto contribuire con il lavoro e lo spazio domestico sarebbe stato tutto suo e un giorno lo avrebbe ereditato assieme al laboratorio e alla professione che gli avrebbe insegnato.    
   E lo conobbe: se lo fece indicare. Appena lo vide comprese che era suo figlio, non c'erano dubbi, stessi occhi scuri, capelli ricci e quel modo irriverente di porsi, quel comportamento misto a tanta compiacenza che serviva in più occasioni. Gli sorrise e gli porse un piccolo meccano, una scatoletta contenente barrette di ferro, viti e bulloni, era un residuato di vecchi pezzi che accantonava per avere una scorta di materiale utile per il suo lavoro.
   "Cos'è?" chiese Vittorio guardando con velata diffidenza. Piccolo ma scaltro, proprio il tipo che piaceva a lui. Buon sangue non mente, pensò.
   "E' un gioco per i maschietti intelligenti come te. Potrai costruirti un modellino o ne farai quello che vorrai."
   "Grazie, signore! Ma perché proprio a me?"
   "Mi ricordi me da piccolo, alla ricerca di giochi diversi."
   Cominciò così la frequentazione del bambino e dello stagnino, la Madre Superiora  convenne fra sé che era giunta l'ora di far firmare quelle carte a Nicola: Vittorio sarebbe divenuto suo figlio.

(continua)

giovedì 10 settembre 2015

Macchinazione (parte tredicesima)

   

   Quando la moglie di Nicola morì, nonostante tutto, lui si sentì solo: inizialmente aveva sposato Caterina per amore, era stato il percorso matrimoniale a fargli scadere dal cuore la donna e lui sapeva il perché. L'incapacità di dargli un figlio e poi la sua freddezza, a letto si negava e il più delle volte era costretto a prenderla con la forza: un uomo ha le sue esigenze, le diceva, e i doveri coniugali andavano compiuti. Col tempo Caterina divenne sempre più distante, al tutto si aggiungeva il fatto che lui le rinfacciasse la sterilità.
   "Non sei stata capace neanche di farmi un figlio, non vali niente come moglie. Un giorno o l'altro me lo farò fare dalla prima che incontro." urlava.
   Lei non rispondeva più, abbassava il capo e sgobbava, lavorava anche saltuariamente nei campi come stagionale e desiderava tanto un'altra vita; un uomo amorevole, romantico, curato. Nicola tornava a casa sporco e si lavava sommariamente, le unghie erano rigate di sporcizia che nel tempo si era solidificata e poi puzzava, quanto puzzava! Quando si coricava accanto a lei, ne avvertiva il tanfo e il disgusto le faceva rivoltare lo stomaco. Ma non diceva nulla, si voltava dall'altra parte e fingeva di dormire, tranne le volte in cui lui la prendeva con la forza e lei inerte mentalmente pregava che finisse subito e accadeva infatti che il rapporto durasse una manciata di minuti, buon per lei, poi Nicola crollava nel suo sonno e lei si alzava, si ripuliva e tornava a letto aspettando di riaddormentarsi con la morte nel cuore. Ai campi vi erano altre donne sposate che si lamentavano del loro matrimonio: all'inizio entusiasmo, amore, poi doveri, solo doveri e attenzioni zero, meno che mai romanticherie che ogni donna vorrebbe per sempre. Allora si convinse che non avrebbe dovuto sposarsi, perché tanto il matrimonio è una prigione senza via d'uscita e si augurava la morte che le fece un regalo quando contrasse il tifo, dopo aver mangiato della verdura raccolta dalla terra e non lavata.
   "Sono contenta, sai,"disse al marito febbricitante nel suo letto di morte "sono contenta perché la mia vita con te è stata un supplizio."
   Nicola si mise a riflettere su quelle parole e non trovò il motivo di tanto acredine, giunse alla convinzione che la sterilità l'aveva resa incapace di connettere. Lui era stato un marito fedele, a parte quell'unica volta che aveva violentato la minorata mentale; era stato un gran lavoratore: non le faceva mancare nulla, lei andava nei campi, ma non ce n'era bisogno e poi le aveva dato una casa confortevole, piccola ma con gli spazi giusti e ogni anno la portava alla festa patronale, persino le regalava qualche chincaglieria d'esposizione. Ah, che ingrate le donne, pensò!
   I giorni passavano e Caterina gli mancava, si sentiva solo, poi si ricordò della ragazza che aveva preso con la forza e tornò a casa della moglie del sindaco. Chiese di Fiorenza e gli fu detto che da tempo aveva lasciato la casa per stabilirsi presso l'orfanotrofio più vicino che cercava una sguattera a tempo pieno; la signora non se l'era sentita di rifiutare e aveva acconsentito: le suore non se la passavano bene e vivevano della solidarietà, Fiorenza non sarebbe costata nulla.
   Nicola era da un po' che viveva del ricordo di quella ragazza, quasi gli rimordeva la coscienza di averla stuprata: lei non aveva neanche capito, era quasi incapace d'intendere e lui ne aveva approfittato, era come se sua moglie dall'aldilà gli avesse acceso nel cuore una briciola d'umanità!

(continua)

domenica 6 settembre 2015

Rientro a casa

   


   Sono nuovamente qui con immensa gioia, le vacanze per me sono terminate, si sono succeduti avvenimenti lieti, qualche intoppo salute, per fortuna superato, condivisioni con gli amici di sempre: accade quando ci si conosce da tempo e si diviene una famiglia. Caldo, tanto caldo che ancora non dà tregua e anche bellissime giornate al mare in un clima spensierato che solo la natura può offrire: è come se si fosse lontani dal mondo con le sue tristi realtà.
   E la dimensione tempo pareva essersi allontanata, bello è uscire fuori dai canoni della normale quotidianità, regalarsi momenti di relax mentale e parlare, comunicare, confrontarsi, partecipare, essere una comunità che interagisce, certamente non tralasciando le problematiche che ci attanagliano e guardarle attraverso uno schermo che in quel momento sembrava renderci spettatori.
   Si partecipa agli eventi vacanzieri, una sorta di programma a scelta il tutto innaffiato da passeggiate sul lungomare, ascoltare le orchestrine di turno e osservare la merce multicolore esposta nei vari box che ravvivano il viale di passaggio.
   E la domenica, partecipare alla celebrazione eucaristica all'aperto, al fresco dei pini in una condivisione totale, in uno slancio sincero senza fronzoli o atteggiamenti tipici dei luoghi di culto al coperto, quella condivisione concessa anche ai fedeli amici dell'uomo.
   Poi arrivano le partenze, i saluti e l'arrivederci, a Dio piacendo, all'anno prossimo.
   Giunge il rientro e si torna alla vita di sempre, a quella che in definitiva vive nel nostro cuore per gli affetti, per i luoghi che ci hanno visto crescere: sono le nostre radici. E pur notando difetti del luogo che ci ospita, è il posto del cuore, dei nostalgici ricordi, è la nostra terra e il richiamo è sempre forte!  


(Cari amici con calma passerò a leggervi, il mio caro pc bloccato finalmente è dal mio tecnico di fiducia: dove mi trovavo sono incappata in un incompetente che ha peggiorato il tutto e per non sbagliare ancora non mi sono cimentata nell'acquisto di uno nuovo, mi avrebbero rifilato qualcosa di obsoleto. Per scrivere questo comunicato sto adoperando un computer che avevo messo in pensione da un bel po', comunque anche se è una lumachina fa il suo dovere. Un saluto a tutti)