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giovedì 7 settembre 2017

Evento magico

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Ho preso una pausa: in estate, almeno per me, è più giusto così; anche perché impegni familiari hanno reso necessario un allontanamento momentaneo. Ora devo ritrovare i pensieri, riannodarli, renderli interessanti. Il blog, secondo me, non è una vetrina dove buttare giù due frasi oppure pubblicare solo foto: questo spazio è uno scambio dove interagire con argomenti che suscitino interesse, o proporre scritti frutto del proprio estro creativo.
In questi mesi di tanto in tanto buttavo un occhio sulla blogosfera, ma mentre tentavo tutto il resto mi richiamava come per dirmi: non ti appartare, ci siamo noi, il mare, i contatti quotidiani. E poi, un evento molto importante ha deconcentrato la mia mente: mentalmente era sempre in cima ai miei pensieri. Un evento che credevo accantonato e invece si è realizzato, e si è svolto con tutti i crismi. E' stato bello! Quando dicono che il matrimonio non è più di moda, si sbagliano: è vero che la convivenza va alla grande, ma quando si prende coscienza della bellezza del rito celebrativo, dell'importanza, della magia del giorno e del fatto che si dona la magia anche a chi se lo aspetta e non desidera altro, allora i preparativi fervono e coinvolgono.
 Amici non mi riferisco a me, io sono sposata da tempo e tornando indietro rifarei lo stesso percorso, invece parlo di mio figlio minore, assolutamente contrario al rito matrimoniale con tutto l'ambaradan che ne consegue e che lui riteneva solo uno spreco. Mio figlio ultimogenito che riteneva giusta la convivenza e mai, a suo parere, si sarebbe imbarcato nel matrimonio con tutti gli svantaggi che si ritorcono contro nel caso di separazione. E invece proprio lui, dopo un certo percorso, è capitolato con gioia e mai, dico mai, ho visto sposo più radioso e con una luce speciale in volto.
La convivenza è una sorta di tagliando, è come un rodaggio della vita a due nella quotidianità. Tante convivenze franano dinanzi agli ostacoli, al modus vivendi, al carattere di ciascuno dei due: non è facile collimare nella temuta quotidianità e scoprire lati comportamentali che non emergevano durante il fidanzamento, pur viaggiando assieme e vivendo gomito a gomito ogni giorno.
Ora cosa faccia scattare la molla di voler regolarizzare l'unione? Capita spesso che lo si faccia per un figlio, oppure quando accade un evento che ti fa comprendere la precarietà della vita e di come i progetti a lungo termine non abbiano valenza: non siamo padroni del nostro tempo. Ed è qui che scatta il desiderio di voler vivere il sogno, la magia celebrativa che rende ancora più speciale quella convivenza già collaudata.
Nietzsche diceva che ciò che non uccide fortifica: le prove della vita, anche quelle non strettamente personali, quando si superano, rendono forti e offrono un'altra visione della nostra esistenza travagliata da varie difficoltà; esistenza in cui cogliere l'attimo è gioia, in quanto tutto potrebbe accadere a posteriori. Gli eventi importanti restano in noi e perdurano nel tempo, la magia non si spegne quando si chiude il sipario: quella magia è un dono che appaga e non lascia spazio al possibile rammarico di aver troppo atteso!

(con calma passerò a leggervi)

venerdì 12 maggio 2017

Una vita vera (capitolo sei)


                         Risultati immagini per vita
                                                                                


   “Sei ancora lì?” mormorava Ernesto, attraverso la porta del bagno. Lui era lì che attendeva già da un bel pezzo: erano entrati in quella camera d’albergo da circa una mezz’ora, quando lei si era allontanata per andare in bagno a rinfrescarsi un po’, così gli aveva detto, e lui a malincuore s’era sciolto da quell’abbraccio di fuoco. Si erano sposati quella mattina, un matrimonio in grande stile, tutto in regola, cerimonia in chiesa con più di cento invitati e poi al termine dei festeggiamenti erano partiti per il viaggio di nozze; non avevano mai viaggiato da soli, quanto avevano fantasticato su quel momento! Erano occorsi cinque anni di fidanzamento per compiere il grande passo, lei aveva dovuto completare gli studi, s’era anche iscritta alla facoltà di architettura, ma lui premeva: non voleva più viverle lontano, la voleva tutta per sé, temeva che qualcun altro gliela portasse via. 
   Ernesto aveva trovato lavoro in un’altra cittadina, da giovane scriteriato, per amor di lei, era divenuto un ragazzo retto e gran lavoratore. Dopo la laurea in ingegneria era entrato nelle grazie di un costruttore importante che gli aveva affidato la direzione dei lavori, e lui si faceva in quattro per adempiere al suo dovere, per non essere scavalcato da altri giovani laureati che si affacciavano in quel cantiere rinomato in tutta la città: il tal imprenditore aveva costruito residences importanti che erano un vanto per la zona. Partiva la mattina presto, la località aveva una distanza di un’ora di macchina, ma lui voleva tenersi stretto quel lavoro, lo faceva anche per Giovanna: lei gli aveva detto che se non si realizzava e non la smetteva di vivere alle spalle del padre, non l’avrebbe mai sposato. Eppure ne avrebbe potuto avere altre cento come lei, erano quasi tutte pronte a cascargli fra le braccia, non badavano al fatto che facesse il perdigiorno, anzi questa figura gli donava più fascino, eccetto al delicato passerotto dai capelli color del sole, gli stessi capelli ramati di sua figlia Marilena. Per conquistare Giovanna aveva ripreso gli studi e andava avanti come un treno, neanche una deviazione, tutte fermate in perfetto orario: s’era laureato con il massimo dei voti e non aveva perso un esame.  Quando andava a far visita alla sua fidanzata entrava trionfante con il libretto universitario fra le mani e glielo sventolava come un trofeo. I genitori di lui stavano vivendo uno stato di grazia: avevano passato momenti di seria preoccupazione per quel figlio, quando conduceva soltanto una vita di stravizi. Essi avevano provato a minacciarlo di tagliarli i viveri, se non avesse ripreso a studiare o perlomeno impegnarsi nella ricerca di un lavoro, visto che non avrebbe mai fatto il farmacista e non desiderava raccogliere l’eredità paterna: sembrava quasi che godesse a farli soffrire e loro, per non perderlo del tutto, attendevano che lui maturasse o che per amore si compisse il miracolo. E quel miracolo fu la dolce Giovanna, ragazza educata con la testa sulle spalle.
   “Allora che ti sembra?” esclamò lei, dopo essere uscita silenziosamente dal bagno. Lui le rispose stringendola forte a sé: dopo cinque anni di fidanzamento, lei lo turbava ancor di più  della prima volta in cui montò in sella sulla sua moto.
   Ernesto si fermò un attimo: quella prima notte sembrava andare diversamente dalle sue aspettative. Giovanna non si rilassava, sembrava quasi che dovesse andare al patibolo; appena lui tentava l’approccio, lei si poneva in uno stato di agitazione e si lamentava di un dolore inesistente: lui non l’aveva ancora penetrata. Giunse a pensare che avesse subito violenza e che non ne avesse voluto mai parlargliene; invece, poi, seppe che aveva ascoltato storie di mogli che, durante il primo rapporto, erano state vittime di lacerazioni emorragiche, quindi lei aveva sempre creduto che la prima volta fosse sempre un’immolazione al dolore.
  “E me lo dici ora?” chiese lui frastornato. “Tante volte ti ho parlato della bellezza dell’amore e del piacere che si prova. Avrei voluto farlo prima con te, ma poi ti ho rispettato quando ti ritraevi, adducendo il fatto che non eravamo sposati.”
   “Non potevo confessartelo, mi vergognavo e ancora è una fatica per me parlartene. Perciò ora che sai, aspetta, io non voglio soffrire.”
   “Ma cara, l’amore non è sofferenza, vedrai. Quelle signore hanno raccontato il falso. Appena avvertirai dolore, io ti lascerò stare, non potrei diversamente, mi sembrerebbe di usare violenza.”
   Giovanna era ostinata e si irrigidiva, lui perseverò in dolcezza e preliminari che alla fine stancarono la sposa; era esausta e stordita quando lui la fece sua e lei raggiunse le vette del piacere, non voleva smettere e alla terza notte divenne un’amante straordinaria che spontaneamente imparò l’arte dell’amore. Ernesto ancora oggi la cercava con passione e lei gli rispondeva con altrettanto desiderio.

(continua)

giovedì 5 febbraio 2015

Sfortunato amore

  

 (Anche se siamo nel terzo millennio, una storia vintage realmente accaduta è sempre interessante da raccontare, è come fare un tuffo in un passato ormai lontano. Di passi avanti ne sono stati compiuti, alcuni positivi e altri meno, ma ciò che conta è aver conquistato la libertà di amare la persona che riteniamo giusta per noi, o anche di non abbandonare il frutto di quell'amore.) 

    Lisia, dal nome altisonante, non ebbe una vita al pari del suo nome: fu obbligata dai genitori a rinunciare al grande amore della sua vita e costretta a legarsi in matrimonio ad un uomo invalido che la rese infelice da subito. Lisia era una bella ragazza dai capelli rossi, lunghi ed ondulati, raccolti lateralmente all’altezza delle tempie ornate con pettini e nastrini di raso; era anche una sempliciotta di bassa statura, ma con un corpicino niente male. All'età di diciassette anni, la madre le dette il permesso di frequentare il laboratorio da modista di una boutique di prestigio e, con impegno e passione, imparò a confezionare i cappellini di quell’epoca, siamo nel 1935. 
   Lisia si recava puntualmente ogni giorno al laboratorio e sicuramente non passava inosservata: un giorno accadde che un ragazzo di buona famiglia, un certo Pietro, si accorgesse di lei e da allora prese l’abitudine di aspettarla ogni giorno, solo per vederla passare. Lisia gli piaceva e spinto dal bisogno di parlarle, trovò un giorno il coraggio di raggiungerla e fermarla. Alla ragazza non dispiacque quell'incontro, così quotidianamente  presero l'abitudine di percorrere un bel pezzo di strada insieme e chiacchierando del più e del meno, nacque un'attrazione e un forte sentimento. Pietro e Lisia iniziarono ad appartarsi nei portoni poco frequentati, parlavano, si confidavano segreti, si scambiavano tenerezze e facevano progetti per il futuro; purtroppo i genitori di entrambi i ragazzi vennero a conoscenza di quello che stava accadendo e ambedue le famiglie convocarono separatamente la fanciulla.
   La madre di Pietro fu molto schietta con Lisia e, anche se la conosceva ben poco, le parlò sinceramente:
   “Vedi, cara, anche se non so molto di te, si vede chiaramente che sei una brava ragazza e che sei fatta per il matrimonio e per vivere un futuro felice, un futuro che, figlia mia, te lo dico come se fossi tua madre, Pietro non potrà mai offrirti! Egli non lavora, è un ragazzo viziato e se è così è tutta colpa mia." La donna era sinceramente accorata e se per il figlio non nutriva speranze di una buona riuscita, voleva mettere in guardia la sfortunata ragazza. "Io ho esaudito sempre tutte le sue richieste, i soldi non ci mancavano,  gestiamo un ristorante che ci ha permesso una vita più che dignitosa. Pietro, purtroppo, ci sta consumando tutto, ora siamo quasi sul lastrico e noi non possiamo più finanziarlo. Sai cosa fa Pietro ora per vivere? Il borseggiatore e un giorno o l’altro lo arresteranno, la nostra famiglia sarà del tutto infangata e io non so se avrò la forza di accettare un figlio tanto disgraziato!" lo disse con le lacrime agli occhi e tanta tristezza "Rassegnati, cara... lascialo perdere, tipi come lui non cambiano!”
   Lisia era sconvolta, lasciò quella casa con il cuore a pezzi, consapevole del fatto che amava Pietro e che per stare con lui era andata contro le regole del tempo: gli si era concessa e questo segreto, che non aveva raccontato a nessuno, neppure alla sua nipote-amica, ora le pesava come un macigno sul cuore.
   La madre di Lisia fu ancora più diretta e dura con la figlia.
   “Devi dimenticarlo, cancellarlo del tutto dai tuoi pensieri! Sappiamo bene chi è, cosa fa e quanto fa disperare quella povera donna di sua madre che avrebbe dovuto castigarlo al momento opportuno! Noi ti vogliamo bene, Lisia, ed è per il tuo bene che abbiamo deciso di darti in sposa a quella degna persona che l’altro giorno ci ha chiesto la tua mano! Oronzo ha solo un piccolo difetto fisico, non ha un udito eccezionale, ma in compenso ha un ottimo lavoro, fa il rilegatore di libri per una rinomata congregazione dei salesiani. Vedrai,ti farà felice!”
   Lisia ascoltò senza interrompere le parole della madre: non poteva opporsi alle regole del tempo e tra l'altro sapeva ormai di aspettare un bambino. Quella notizia non l'aveva ancora comunicata a Pietro che sicuramente sarebbe stato felice e le avrebbe chiesto di sposarlo. Ma dopo le parole della madre capì di non avere scelta, avrebbe rischiato, avrebbe sposato il non udente, anzi avrebbe dovuto farlo al più presto, prima che si fossero notate le sue rotondità.
   Quando Pietro apprese la notizia del matrimonio della sua “adorata fidanzata” andò su tutte le furie! Ogni giorno si appostava nell’attesa di vederla passare: era diventato difficile incontrarla da sola, Lisia non andava neanche più in laboratorio, non stava bene e la gravidanza taciuta incominciava a procurarle problemi di salute. Un giorno però Pietro esasperato avvicinò la giovane anche se era in compagnia  della madre e pur sapendo di non entrare nelle grazie della famiglia di lei, non poteva più attendere.
   “ Ma cosa ti ho fatto? Dovevamo sposarci, tutti i nostri progetti per il futuro! Il nostro amore! “ la incalzò disperato "Cosa ti è successo all’improvviso, hai smesso di amarmi?"
   Lisia, a testa bassa, non riusciva a guardarlo. Intervenne prontamente la madre che senza mezzi termini gli intimò di sparire per sempre: sua figlia stava per sposarsi con un brav’uomo al quale era stata già promessa.
   Il matrimonio ebbe luogo e Lisia iniziò la sua vita da moglie accanto a un uomo che non amava. Oronzo inizialmente fu gentile e comprensivo e seppe attendere che la bella moglie fosse pronta al proprio dovere di sposa. Quando giunse il momento l’uomo non si accorse di non essere il primo, in quanto scambiò la sofferenza di Lisia, che lo detestava, per patimento fisico d’altro tipo.
   Con il passare delle settimane la pancia divenne sempre più evidente e in famiglia, marito compreso, si pensava che sarebbe stato un parto gemellare per la crescita della pancia in così breve tempo, (all’epoca non esisteva l’ecografia e si procedeva per congetture). Lisia portava quel segreto nel cuore e sperava che alla nascita nessuno se ne sarebbe accorto: voleva far credere a tutti che il bambino veniva al mondo prematuro, ossia di sette mesi.
   Cominciarono le doglie, fu convocata l’ostetrica e fu preparato il necessario per il parto in casa; tutto avvenne senza complicazioni e venne alla luce un sano maschietto che l’ostetrica pose nelle mani del presunto padre felice attorniato dai nonni esultanti.
   “Complimenti! Auguri a tutti voi! È nato un bimbo sano e vispo!
   La madre di Lisia sollevata rispose:
   “Oh, per fortuna! Temevamo che fosse sotto peso, essendo un settimino!”
   “Ma quale settimino?" esclamò l’ostetrica, ignara del danno che stava per arrecare "Il bambino è al nono mese, perfetto per la nascita!”
   Tutti si guardarono in silenzio per lo stupore e in un attimo compresero che Lisia li aveva raggirati: quel bambino era il frutto del precedente e peccaminoso amore della donna.
   Nella casa salì l’agitazione, si udirono le urla e in pochi minuti cominciarono ad arrivare altri parenti informati dell’accaduto. Incuranti delle condizioni della partoriente, ognuno urlava contro di lei e qualcuno cercò di picchiarla. Lisia comprendendo la gravità della situazione, in preda al panico e ancora stordita dal parto, balzò fuori dal letto e cercò di raggiungere la porta della stanza con il sangue e i residui di placenta che le sporcavano le gambe. In camicia da notte corse a rifugiarsi nel cortiletto retrostante la casa. Il fratello, i suoceri e i genitori la chiamavano a gran voce, urlavano richiamando l’attenzione dei passanti e dei vicini sempre più incuriositi.
   “Venite, venite pure, entrate, c’è qui una puttana, una furba puttana!”
   Volevano picchiarla, ma non riuscivano a trovarla e si indispettivano ancora di più! Alla fine furono messi alla porta dal marito, tradito e umiliato! Da quel giorno ebbe inizio per Lisia una vita tormentata. Oronzo, il marito, non la perdonò per il resto della sua vita e poiché il suo udito non era un granché, fraintendeva ogni parola e gesto della moglie e tutto alla fine si ripercuoteva sulla poveretta che ebbe solo la sventura di incappare in un precedente amore sbagliato.
   Il bambino per i primi anni fu affidato ad una coppia di parenti senza figli e quel bambino Lisia lo vedeva sempre poco e di nascosto: il marito vigilava e controllava, proibendole ogni incontro.
   Storie di altri tempi, le ragazze madri erano una  vergogna per la famiglia, per cui o si sposavano con costrizione e conducevano tutta la vita nell’amarezza più nera, oppure cedevano il bambino ad una famiglia senza figli in cambio della più assoluta omertà. 

lunedì 13 ottobre 2014

Riflessioni di lettura

                         
   

   Un tempo i matrimoni si combinavano e le famiglie approvavano l’unione ancor prima che i giovani avessero la possibilità di esprimere il loro parere. Una famiglia ricca vedeva di buon occhio un rapporto con una famiglia dello stesso rango, era impensabile che un giovane benestante si unisse in matrimonio a una ragazza di estrazione inferiore. Ma il protagonista del romanzo contravviene alle regole e rompendo il fidanzamento con la sua promessa sposa, una giovane grassa e ricca, preferisce sposarsi con la ragazza della piccola borghesia che egli ama e che lo contraccambia. La loro unione sarà fondata sul sentimento inossidabile che supererà molte traversie e resterà intatto sino alla fine. Una vicenda che attraversa trent’anni di vita francese e che va dal periodo precedente alla prima guerra mondiale sino alla seconda guerra mondiale in atto, ossia all’occupazione della Francia da parte dei tedeschi.
   I doni della vita, mi soffermo sul titolo del romanzo e da cui scaturisce il filo conduttore della storia: l’unico dono che conta è l’amore, quel sentimento autentico che lotta e combatte sino alla fine e dà la forza necessaria per vincere le battaglie. E di battaglie ne hanno da superare i due protagonisti della vicenda: subito dopo il matrimonio scoppia la prima guerra mondiale e lui partirà per compiere il suo dovere come soldato al servizio della patria, tornerà dopo quattro anni. Nel mentre sua moglie sarà costretta a vivere presso i suoceri con il frutto del loro amore, il piccolo Guy, la convivenza non sarà facile: il nonno, il capostipite di quella famiglia non ha mai accettato le nozze del nipote. La vita riprenderà il suo corso al termine della guerra, i due protagonisti potranno riunirsi e crescere il loro bimbo che diventerà un giovane volenteroso e di belle speranze, ma anch’egli come suo padre si distaccherà dalla giovane sposa e sarà impegnato nella guerra, il secondo conflitto mondiale.
   In questo libro ritroviamo il talento di una scrittrice che abbiamo imparato a conoscere e che mentre scriveva “Suite Francese” in parallelo portava avanti la storia de “I doni della vita”, una sorta di anticipazione su quelli che sarebbero stati i destini dell’umanità. Lei scrisse la storia mentre i fatti accadevano: era, infatti, la seconda metà del 1940, piena occupazione tedesca dopo l’armistizio. Il romanzo fu pubblicato nel 1941 a puntate ma non con il nome dell’autrice, essendo ebrea doveva cautelarsi, solo nel 1947 fu pubblicato l’intero romanzo e si conobbe il nome della scrittrice quando ormai lei era già morta, cinque anni prima, nel campo di concentramento nazista.  
   Una volta preso il libro tra le mani, dopo le prime righe, l’unico desiderio è quello di continuare a immergersi nella lettura, respirarne i passaggi, gli sviluppi, l’armonia lessicale e le bellissime metafore. La storia avvince per le grandi capacità narrative che non deludono neanche questa volta. E come potrebbe, se l’autrice è lei Irène Némirovsky, la scrittrice che sapeva dipingere con le parole perché creava affreschi di vita tangibile per il lettore e perché sapeva entrare nell’anima del personaggio, descrivendone profondamente stati d’animo e pensieri.
   Gli scrittori del passato propongono storie che per i lettori attuali potrebbero sembrare obsolete sia per gli argomenti superati, sia per la forma lessicale, non è il caso della Némirovsky: in lei vi è una freschezza di pensiero che non teme il decorrere del tempo. 

lunedì 15 settembre 2014

Impressioni di lettura

                                     L' ultimo molo

  " L'ultimo molo" di Helena Marques è un libro che giaceva da qualche tempo sulla mia scrivania, i libri si acquistano, altri si ricevono e capita che prima di essere letti passi del tempo. Sono contenta di averlo scoperto e di essermi immersa nella lettura di una storia passata che narra di una famiglia di origini italiane, i Villa, trasferitasi a Madera per volontà del nonno del personaggio chiave della vicenda. 
   L'autrice, dapprima giornalista e poi scrittrice, pur raccontando una storia imperniata sull'amore e sui sentimenti, non scivola nel melenso e ci presenta una saga famigliare che abbraccia quasi un secolo. Tutto parte da un diario di bordo ritrovato in un cassetto di una scrivania ricevuta in dono da una parente, Carlota; una scrivania che era appartenuta a Raquel, nonna della donatrice, una scrivania risalente a duecento anni prima: Raquel l'aveva ereditata da suo nonno. 
   La narratrice di questa storia si aggira per le camere della casa e osserva i ritratti dell'epoca, è pervasa dal silenzio delle camere oramai in uno stato d'abbandono e si sofferma a pensare a come doveva essere stata la vita fra quelle mura, allo sfarzo che aveva conosciuto. Carlota  le aveva narrato le storie di quella famiglia che, poi, era anche la sua d'origine; tutto era finito nel dimenticatoio, sino al ritrovamento del diario appartenuto al protagonista, Marcos, medico chirurgo su navi da guerra con destinazione Mozambico, con il compito di impedire il traffico degli schiavi. 
   A Madera la vita scorreva ordinatamente nell'ultimo quarto del diciannovesimo secolo, gli isolani erano lontani dagli avvenimenti che si succedevano nelle altri parti del mondo ed erano come in attesa che qualche evento giungesse da fuori a rompere quella monotonia, quello scandire del tempo sempre uguale. Ecco perché Marcos, nonostante amasse sua moglie Raquel che gli aveva dato due figli, spesso si offriva volontario come medico di bordo e la moglie fedelmente lo attendeva; una Penelope fiera di appartenere al suo uomo che amava. 
   In questa saga troviamo storie di altre donne facenti parte della famiglia: la zia Costanza che trascorrerà la sua vita in ricordo dell'unico amore, un marito che le aveva taciuto di essere già sposato, un uomo che nel giro di breve tempo non rivedrà più. Quella storia di bigamia divenne l'argomento preferito durante le conversazioni da salotto, poi cadde nell'oblio e Costanza visse con la tristezza stampata sul volto, ma con la fierezza di aver conosciuto l'amore e di essere scampata a quei matrimoni combinati dell'epoca. 
   Un'altra donna di nome Catarina Isabel fa parte della schiera di donne di questa saga, lei è un medico e al tempo della sua decisione di studiare medicina i suoi progetti avevano sconvolto la città, era stata infatti una donna ardita e ferma, grande amica di Benedita, figlia di Raquel e Marcos. Catarina era una ribelle che dovette imporsi per conquistarsi un posto in ospedale e per i turni di servizio, ma ebbe la sventura di ammalarsi di cancro e di seguire la sua malattia passo, passo; giunse alla morte con la consapevolezza di chi sa. 
   Al tempo vi erano anche le signorine attempate, quelle che non hanno età, coloro che per aver accudito i genitori sino alla loro morte o per una verginità persa in circostanze taciute, finivano per trascorrere la loro vita senza marito; queste erano Maria Vaz e  Marta, vecchie cugine votate a una vita austera e monacale, vecchie signorine che comparivano a casa dei parenti in tarda mattinata con la speranza di ricevere un invito a pranzo. 
   Fra tutte spicca la figura di Raquel, moglie del bel medico chirurgo, donna raffinata e paziente, amante della natura, della conduzione della casa e dell'educazione dei suoi due figli, un maschio e una femmina di nome Benedicta, così somigliante alla madre. Raquel era un irriverente con libertà di spirito e indipendenza d'opinione alimentata dal nonno che si era occupato della sua educazione, essendone morti i genitori. Raquel era agile nel ragionamento e notevole nelle lingue, passava ore a capire La Divina Commedia sulla quale faceva molte domande; ma ciò che brillava in lei era quella gioia interiore che le dava la capacità di essere felice d'ogni cosa. Era anche attraente e in vent'anni di matrimonio, nonostante il grande amore che univa la coppia, visse un rapporto tiepido che mutò in un giorno di dicembre, quando il suo Marcos tornò dopo un lungo viaggio; scoprì quella notte il piacere carnale, coinvolgendo il suo uomo che l'adorò come non mai. Tutta la famiglia s'accorse di quel legame più saldo e così romantico. Raquel successivamente diverrà un mito per tutti e aleggerà su quella famiglia in una sacralità rispettosa: lei morrà di parto nel mettere al mondo Clara, frutto di quella notte d'amore, e morrà in terra lontana in quanto nell'ultimo viaggio del suo uomo, lascerà la casa di Madera per seguire il marito che l'adorerà sino alla fine dei suoi giorni. 
   Marcos troverà conforto nella crescita della bambina che sarà seguita da una balia conosciuta in Guyana, in quel periodo felice con la moglie, una balia che porterà con sé a Madera; e troverà conforto nel lavoro sull'isola come medico in ambulatorio: egli non partirà più, nonostante gli inviti a farlo.  Marcos non si risposerà, ma riceverà dedizione amorevole da una vedova che conoscerà dopo sei anni dalla morte di sua moglie. 
   Altri personaggi ruotano attorno a questa storia, personaggi importanti vissuti alla fine dell'ottocento a Madera, isola portoghese bagnata da uno splendido mare e accarezzata da una natura rigogliosa; gente dalle origini italiane, persone coraggiose e fragili ma dotate di grande sentimento. Tre generazioni che si avvicendano in una saga familiare narrata con semplicità e forza, e con tanta seducente bellezza. 

sabato 8 marzo 2014

Riflessioni di lettura

                                                                
                                                                  
                                    

   Quando una poetessa decide di scrivere di sé lo fa con una sensibilità diversa, anche perché raccontarsi, è come denudare la propria anima. Ma Cristina sceglie un tipo di narrazione a volte ironico che non stanca il lettore e soprattutto non tenta d’intenerirlo con patetiche sdolcinature. Una narrazione non consequenziale e il ricorso a flashback danno vita alla struttura di questo romanzo autobiografico.
   L’uomo nero, il carbonaio, apre il romanzo, è colui che è rimasto impresso nella memoria della bambina autrice, è quella figura che incuriosiva e forse atterriva; la moglie di costui, anch’essa dall’aspetto poco consolatorio, vendeva il ghiaccio e la bimba Cristina vi si recava per acquistarne: al tempo non esistevano i moderni frigoriferi e  le bambine svolgevano mansioni che non penseremmo mai ai giorni nostri. Il primo capitolo è dedicato all’infanzia vissuta anche con i nonni e ci fa conoscere le abitudini dell’epoca in cui l’aggregazione familiare era la normalità: tutte le mansioni si svolgevano nella medesima stanza ove poco arredo assolveva al compito. E sarebbe stato bello se fosse continuato: il collegio divenne il nuovo habitat di Cristina che conobbe il disagio delle camere fredde e buie e la sofferenza delle ingiuste punizioni. Sua madre quando seppe la trasferì in un altro collegio che non potette frequentare sino al compimento degli studi nei quali brillava: doveva occuparsi del fratellino appena nato. E poi a diciotto anni la violenza subita e non compresa, dicevano di lei che se l’era cercata. Allora il volo dal quarto piano e restare in coma, risvegliarsi e affrontare i dolori di un corpo fratturato, lunga fu la ripresa nel corpo e nello spirito. 
   Il matrimonio, la nascita di quattro figli, viva per miracolo ancora una volta in seguito a interventi importanti e la rinuncia alla proposta di realizzarsi nel campo dell’arte. L’amore per la lettura sarà l’appagamento consolatorio che le donerà quelle risposte cercate e quella sete del sapere. Tutti momenti che hanno caratterizzato la vita dell’autrice, momenti di vita sofferta che ha imposto dei sacrifici, ma anche pagine di aneddoti godibili di vita familiare e amicale. In seguito la gioia di poter esternare le emozioni attraverso la scrittura che diviene sinfonia poetica alta: sarà la poesia a far apprezzare le doti creative di Cristina, il web le donerà quelle soddisfazioni meritorie e gratificanti.
   Le parole sono per Cristina come le note di un pentagramma che si stampa nel cuore e nella mente con i suoi ritmi e le sue melodie, e in questo libro ritroviamo la purezza della sua scrittura, la sua armoniosità che ripercorre il passato sino al presente, storia di una vita che non va dimenticata.

  

domenica 3 febbraio 2013

La donna giusta


                                       

 

   Ho ritrovato anche in questo romanzo lo stile di Màrai, scrittore ungherese di culto, quello stile fluido e attuale, quello stile che incatena e non lascia spazio ad interruzioni: l’abilità di Màrai sta nel destreggiarsi fra i vari registri dei personaggi che offrono un quadro fedele del contesto narrativo. Il tutto, di volta in volta, è raccontato sotto forma di monologo rivolto a un interlocutore privo di voce, un ascoltatore paziente che sta lì a raccogliere le confidenze senza interferire.
   Il romanzo è stato scritto dagli inizi degli anni quaranta e poi ripreso nell’epilogo trent’anni dopo e riguarda una vicenda che va dagli anni venti fino all’inizio del regime comunista in Ungheria con uno scorcio sull’America degli anni sessanta. La storia è divisa in tre parti, la parte conclusiva è quella più moderna nel linguaggio e ci presenta un po’ la vita statunitense degli anni in questione quando la tecnologia aveva semplificato la vita del proletario che, ottenendo prestiti, poteva permettersi quei beni di lusso venduti dai borghesi. La vicenda, oltre che riguardare un triangolo amoroso: due donne si contendono lo stesso uomo, è incentrata sulla descrizione della classe borghese vista attraverso gli occhi di due persone appartenenti al mondo rurale ungherese.
   La scena si apre in un'elegante pasticceria di Budapest, è un pomeriggio e una donna, Marika,scorgendo il suo ex marito, Peter, confida all’amica le vicende del suo infelice matrimonio e dell’assoluta dipendenza dal marito, uomo austero e affidabile legato ai formalismi e alle consuetudini. Per Marika crolleranno le certezze nei confronti del marito, quando ritroverà nel portafogli di Peter un nastro viola accuratamente riposto; un lembo di nastro, testimonianza di una passione bruciante per un’altra. In un monologo ben costruito Màrai narra la vita matrimoniale dei due borghesi, la nascita e morte del loro unico figlio, l’importante amicizia di lui con uno scrittore che non abbandonerà questa storia fino alla fine e infine la rottura del matrimonio.
   Nella seconda parte è Peter a parlare, Màrai offre la possibilità al lettore di apprendere la stessa storia con gli occhi del protagonista di turno. Peter, uomo colto e raffinato, appartenente a una ricca famiglia borghese, toccherà argomenti più profondi: ricordi di famiglia, crisi della classe borghese soffocata da rigide convenzioni e tensioni fra le varie classi sociali sul rapporto uomo donna; un soliloquio che si snoda in frasi lunghe e ricercate impreziosite da eleganti metafore.
   Nel terzo monologo entra in scena Judit, la proprietaria del nastro viola, colei che farà fallire il matrimonio dei due coniugi dell’alta società; lei la plebea poverissima che viveva con la sua famiglia d’origine in una fossa a contatto con i topi, lei che per sopravvivere va a servizio presso la famiglia di Peter il quale s’innamora della serva, ma sarà una passione che nulla concederà se non con il matrimonio. Judit racconta al suo innamorato del momento, un musicista, tutta la sua storia sin dagli albori; racconta la vita dei signori che poi saranno suoi suoceri, descrive ogni particolare di quell’esistenza fatta di lussi e di sprechi, di beni materiali ma non spirituali, di divari affettivi che sfociavano nell’infelicità.  La lingua nella quale si esprime Judit è semplice, ma al tempo stesso colta e ironica, intrisa di quel sarcasmo mai banale frutto delle sue conoscenze borghesi: Judit imparò in fretta tutto il saper vivere.     
   Nell’epilogo Màrai fa parlare Ede, il musicista, colui che dopo essere sfuggito all’AVO (famigerata polizia politica del regime comunista ungherese) va in esilio a Roma, dove incontra Judit e vive con lei un’intensa storia d’amore. Da lei apprende la sua storia in una notte in cui lei si confida mettendo a nudo la sua anima; lui inizialmente credeva di aver scordato, poi la storia si ricompone come in un puzzle e gli torna in mente e la ripercorre ad un altro interlocutore mentre è in un bar di New York come barman.
   Le vicende di “La donna giusta”si sviluppano dalla Budapest degli anni quaranta attraverso l’Italia fino a raggiungere gli Stati Uniti e ripercorrono le tappe della vita dello scrittore che, per sfuggire al detestabile comunismo ungherese, visse in esilio per il mondo. Màrai anche in questo romanzo si cala perfettamente nei panni dei personaggi: due donne e due uomini di estrazione sociale differente e li fa parlare con sensibilità e chiarezza, avvincendo il lettore in ogni passaggio ben costruito e altamente particolareggiato.
   Il titolo ci porta a una riflessione, il compagno o la compagna è la persona giusta? Cosa è giusto: il sentimento o la passione, il matrimonio o l’amore?