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venerdì 5 maggio 2017

Una vita vera (capitolo 5)

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   Marilena s’alzò prima del solito, aveva avuto una notte agitata ed era ancora frastornata: aveva sognato una sconosciuta ragazza che le parlava come se la conoscesse da tempo.
   “Devi cercare, mi devi far giustizia!” e mentre le comunicava lo strano messaggio, sembrava svanire al di là di una porta segreta, in un luogo mai visto prima. Nel sogno, per lo stupore, era ammutolita e s’era guardata intorno, chiedendosi dove fosse. Erano seguiti attimi di angoscia e di timore di non poter più ritornare alla sua normale vita, invece s’era svegliata di soprassalto e dopo i primi istanti di smarrimento, aveva benedetto la sua realtà.
   “Ma guarda che strano sogno, tutta colpa di quella lettera del passato, che suggestione!”
   Guardò attraverso i vetri e scorse un cielo limpido, all’orizzonte s’intravedeva un delicato chiarore che lasciava presagire l’arrivo del sole. Adorava le giornate terse riscaldate dai fulgidi raggi solari, le pareva di essere ancora nella sua terra, dove il sole generoso si donava quasi per tutto l’anno: da quando era in quella terra del nord lo spettacolo naturale era ben diverso e lei a malincuore cercava di adattarsi. Era ancora confusa quando le squillò il cellulare, era la sua amica Mimma che le proponeva una cenetta a casa sua, sarebbe stata anche un’occasione per consegnarle gli appunti del giorno prima. Marilena ne fu felice, l’intimità del suo nido era preziosa ma anche la compagnia lo era altrettanto, si disse, per cui sarebbe stata gentile e avrebbe fatto una sorpresa a Mimma, portandole un dolce preparato con le sue mani. Quella telefonata le fece dimenticare il sogno inspiegabile e mentre era in macchina per raggiungere la biblioteca, accese la radio e canticchiò il motivo che stavano trasmettendo. Giunse di buon umore al posto di lavoro e cominciò a controllare la lista dei libri resi e di quelli presenti per stilare un promemoria di tutti i volumi mancanti: il lavoro le piaceva e lo faceva con impegno. Scorse un ragazzo nella sala lettura che guardava nel vuoto, poté coglierne anche le espressioni del viso: egli era in una posizione frontale alla sua. Le sopracciglia aggrottate esprimevano pensiero, perplessità, forse dubbio, o stanchezza, poi lo vide reclinare il capo e portarsi le mani alla fronte, tamburellare con le dita sul piano del tavolo e in seguito lanciarle uno sguardo infastidito, quasi a volerle dire che doveva guardare altrove. Marilena provò impaccio e si allontanò da quella sala quasi come fosse una ladra, si ricordò del romanzo latore della missiva misteriosa e lo cercò nello scaffale, sperava di poter trovare qualche interessante annotazione. Il libro era intonso, nulla, solo ingiallito dal tempo, la copertina ne portava i segni e fra le pagine della polvere sottile e un bel nastrino rosso segna libro.
   “Cosa cerchi fra quelle pagine?” disse lo sconosciuto che poc’anzi aveva attratto il suo sguardo.
   “Nulla.” rispose “E poi non sono tenuta a spiegarti alcunché!”
    “E solo che, è dall’altro giorno che mi sono accorto del tuo interesse per questo romanzo che tra l’altro ho letto anch’io come svago. L’ho restituito prima che tu cominciassi a lavorare qui.” disse il giovane che visto da vicino aveva un’espressione meno tesa.
   “Ci vediamo, bella bibliotecaria!” esclamò subito dopo e si allontanò, senza darle il tempo di replicare.
   “Ma guarda che tipo!” mormorò Marilena e proseguì con il suo lavoro, poi si sedette e aprì i suoi appunti, notò in calce la voce: “Approfondire con ricerche!” nulla di più facile per lei: in quella biblioteca vi era tutto il materiale inerente all’argomento che le interessava. Prese il volume e decise di portarlo a casa, nella tranquillità senza occhi indiscreti e libri da catalogare avrebbe trovato la giusta concentrazione. 
   Era già in macchina quando si ricordò della frase del giovane sconosciuto: “Questo romanzo l’ho letto anch’io”. Quelle parole le fecero dedurre che la lettera del passato era stata messa recentemente, per cui sicuramente non apparteneva a una lontana lei che aveva letto il libro; quindi l’unica spiegazione plausibile era che qualcun altro avesse deciso di ordirle uno strano scherzo, oppure era semplicemente una richiesta d’aiuto, quindi il sogno era frutto del suo inconscio turbato, ma perché era stata scelta lei, pensò? Notò che una stessa auto le stava dietro: mentre rifletteva, di tanto in tanto, per una guida sicura, aveva dato uno sguardo allo specchietto retrovisore e s’era accorta che quella fiat panda color crema percorreva il suo medesimo tragitto. Non riusciva a scorgere il conducente: aveva un cappellino unisex calato sulla fronte, uno di quei berretti di lana che indossano un po’ tutti. Volle allungare il tratto e fece una deviazione, proprio per studiare l’inseguitore e parcheggiò dinanzi a un centro commerciale; entrò e si fece un giro, aveva bisogno di tempo per scoraggiare quell’anonimo tallonatore. Fu attratta da un nuovo negozio di calzature, ve n’erano di carine a prezzi stracciati, volle concedersi una pausa distensiva, sembrava quasi che qualcuno le volesse avvelenare quella nuova vita. “Non ci riuscirai chiunque tu sia!” mormorò.
   “Che fai, parli da sola?” Marilena si voltò e riconobbe il giovane conosciuto alla biblioteca. Le sembrò che un santo protettore gliel’avesse mandato.
   “Che ci fai qui?” chiese con un certo sollievo.
   “Io abito di fronte, tu piuttosto?”
   “Mi hanno detto che qui si spende bene, sono venuta a dare un’occhiatina e perché no, a fare acquisti. E visto che ci sono mi concedo anche uno spuntino veloce.”
   “Ok, bellezza, allora offro io!”
   Si ritrovarono al tavolo del self-service come due amici di vecchia data.
   “Non sei di Verona, strano non si direbbe dall’accento, anche se non ne hai uno specifico!” esclamò Fulvio “Hai fatto bene a conquistarti un’indipendenza di tutto rispetto.”
   Marilena gli narrò la sua vita e le sue aspirazioni, tra un boccone e l’altro ne tracciò i punti più salienti; tacque su quell’ombra che non sapeva neanche cosa fosse, su quello strano punto oscuro che non osava neanche confessare a se stessa, non ne aveva mai parlato con nessuno: sua madre, che pur era la sua confidente, non ne era a conoscenza. E non gli disse che si trovava lì perché si era sentita minacciata da un inseguitore ipotetico: non aveva certezze e non le sembrava giusto tediare un ragazzo conosciuto da poco.

(continua)