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venerdì 9 dicembre 2016

Saggia decisione

           Risultati immagini per eutanasia

   "Ma è lui?" Osserva tra lo stupore e l'angoscia. Una strana entità è apparsa dal nulla, come una figura evanescente avvolta da  un'aura di mistero. Sgrana gli occhi e il tutto diviene più nitido: sta tornando in sé. Contempla meglio l'ambiente e il torpore della mente fa posto alla consapevolezza di esserci e riconosce la figura misteriosa.
   Cosa gli sarà accaduto, si chiede? Il suo volto è cadaverico e pare trattenga una forte emozione. Forse deve comunicarmi qualcosa di tragico e io sto perdendo tempo in elucubrazioni, ora gli parlo e glielo chiedo. Ma perché non articolo parola e sto qui solo a pensare? E lui, perché non mi parla? Quando l'ho guardato con stupore non ha battuto ciglio, non ha mi rivolto la parola, non ho visto nessuna espressione sul suo volto. Dove sono? Comincio ad aver paura; eppure mi tasto, ci sono, mi vedo in questo letto d'ospedale. Ma guarda, è arrivato un medico; non lo conosco e sta parlando con il mio fidanzato che ha un'espressione tenera e angosciata! No... piange! Ma perché? Io sto bene, ne sono sicura: adesso gli parlerò e lo abbraccerò, gli farò tornare il sorriso sul suo volto diafano e scavato intorno agli occhi, povero caro! Ehi, guardami; guardami amore mio! 
   Lo so, sono responsabile: ora ricordo. Ho voluto percorrere quel rettilineo a tutta velocità, volevo testare il nuovo modello, volevo sentire il fruscio nelle orecchie, il sibilo del vento sulla faccia; avevo alzato anche la capote ed ero al settimo cielo. Tu mi scongiuravi di rallentare, di tenere d'occhio la carreggiata; mi hai minacciato, volevi scendere dall'auto, più volte hai cercato il pulsante sullo sportello; eri disposto a voler andar via anche con l'auto in corsa. Perdonami, amore mio, ora so di essere stata una scellerata; ho anteposto lo stupido piacere del brivido alla sicurezza, ma la vita umana conta più d'ogni cosa. Tu stai soffrendo: io ti vedo, ma sei vivo e incolume. Non andar via! 
   Che fai, mi lasci da sola? Lo sai che ho paura e qui non c'è nessuno. Come posso farti capire che ci sono e che non devi abbandonare la camera. Devo spostare qualcosa, devo darti un segnale, devo farti intuire che sono viva e che sono disposta a chiederti venia per tutta la vita. 
   Ho la sensazione di essere in un corpo che non mi appartiene, non riesco a esserne padrona. Ti vedo, ma non mi rispondi; è come quella volta che mi trovai fra il dormiveglia e non riuscivo a muovermi e a parlare, forse sono ancora in quello stadio di semi incoscienza, che sofferenza! Ma se spostassi un dito, se sollevassi appena appena un polpastrello, forse tu, tesoro mio, ti accorgeresti di me? 
   Non so forse ho dormito, vedo la luce filtrare attraverso le imposte e se ben ricordo sono rimasta da sola nella camera, sin quando non è giunta una signora con il camice bianco che ha iniettato nella flebo una sostanza, sicuramente un calmante soporifero. Mi osservo per quel posso e constato che sono legata a una macchina, chissà da quanto tempo sono qui? Non potrei dedurlo dal mutamento della natura, non so se questa struttura che mi ospita è situata in un giardino: a casa mia le prime gemme mi fanno intuire l'arrivo della primavera e i frutti sugli alberi mi indicano l'estate piena. 
   Penso e ripenso, posso solo far questo, ma sono viva e sento che ce la farò a riappropriarmi della mia vita che sarà diversa: meno sregolatezze e più saggezza, e soprattutto tanto amore da donare al mio uomo per sempre; forse non mi basterà una vita per farmi perdonare. 
   Sento dei rumori, si apre la porta, entra il mio fidanzato accompagnato dal dottore di prima, si avvicinano al mio letto mi osservano e il medico stacca il respiratore. No, sto morendo! Io sono viva, perché... Oddio soffro troppo, sento come una stretta alla gola, non ce la faccio...
   Ripose il libro terrorizzato, aveva proseguito la lettura sperando in un lieto fine e invece la storia affrontava il tema dell'eutanasia; sentiva ancora i brividi e aveva le pulsazioni accelerate: si era sentito parte integrante di quella storia, il merito era senz'altro dell'autore, bravissimo non c'è che dire! Si ricordò del suo appuntamento. Simone, suo cugino, stava per passare a prenderlo: dovevano andare in discoteca con la macchina nuova dello zio, una Porsche Cayenne. Lui e suo cugino avevano compiuto da poco diciotto anni e Simone che amava il rischio, avrebbe sottratto  l'auto a suo padre. Ebbe paura, prese il cellulare e scrisse un breve messaggio: "Ho trentanove di febbre, verresti a farmi compagnia?" Gli avrebbe parlato della storia, l'avrebbe dissuaso, chissà? Comunque ci avrebbe provato!

lunedì 2 novembre 2015

Gelée alla fragola

                                                       
                          


   Umettavo con la lingua le labbra e quel gusto nauseante era l’unico contatto con la realtà che percepivo distante. Ero in una dimensione che non coglievo, mentre annaspavo nei meandri della memoria cercando di emergere dal limbo oscuro dal quale stavo risalendo. Pian piano giungevano a me suoni ovattati e confusi, voci fastidiose che non riconoscevo; l’unica certezza era quell’intenso sapore di fragola che mi riportò indietro facendomi riappropriare dei miei ricordi.
   “Francesca, mi sposo!” annunciò con gioia stentata Valentina, la mia amica preferita.
   “E quando l’hai conosciuto?” le chiesi meravigliata. Eravamo sempre insieme, tranne i fine settimana, quando io tornavo al paese dai miei, come studentessa fuori sede iscritta alla facoltà di Medicina.
   “L’ho incontrato un sabato pomeriggio all’ingresso del cinema. Lui era lì per la prima visione e poi… ci siamo ritrovati seduti accanto, alla fine del film eravamo amici. Così è nata la nostra storia!”
   “Valentina,” rimarcai “noi ci confidiamo tutto, perché mi hai taciuto un evento così importante? Viviamo insieme da sei anni, sai tutto di me!”
   “Non potevo.” mi confidò a testa bassa “Lui è Alfonso, il tuo Alfonso! Lo so che lo ami ancora.”
Alfonso, lo conoscevo dall’infanzia, era il più bello del nostro paese prospiciente il mare. Ci s'incontrava quasi tutti i giorni e io sentivo il cuore in gola ogni qual volta lo incrociavo, ma fingevo di nulla, quel sentimento che s’affacciava l’avevo taciuto persino alle mie compagne di classe che morivano per lui. Crescendo Alfonso, studente liceale, prosperò anche in bellezza: da adolescente carino ma acerbo, divenne un giovane dal fascino alla Brad Pitt.    
   Io e lui ci incontravamo tutti i giorni, abitavamo nella stessa zona ed eravamo amici fraterni, ma una mattina mentre mi recavo a scuola, lui mi sbarrò la strada ed azzardò: “Andiamocene al mare, per un giorno saltiamo la scuola!”
   Anch’io frequentavo l’istituto di Alfonso, ci separavano tre anni di età, io ero al quinto ginnasio e lui al terzo liceo.
   “Scherzi”, gli risposi sbarrando gli occhi!
   “No! Ho voglia di stare con te!”
   Mi ritrovai al mare, eravamo all’inizio di ottobre e il clima era ancora estivo, non mi preoccupai di nulla e dimenticai i miei, i professori e il mondo intero. Se lui era bello, di me dicevano in giro che ero una brunetta niente male, solo che… io ero una quindicenne insicura che non si piaceva. Con Alfonso, scoprii di essere bella e mi amai come amai lui profondamente, quella mattina nacque una nuova Francesca. Per un anno intero fummo sempre insieme, ma dopo qualche mese dopo la maturità, Alfonso lasciò il paese e si trasferì per frequentare l’università.
   “Non ci saranno problemi, amore.” mi rivelò “Verrò i fine settimana, poi ci sentiremo per telefono, abbiamo la tariffa “You and me”, vedrai… sarà ancora più bello!”
   Pian piano non ci sentimmo più e io non potetti contattarlo, seppi in seguito da amici comuni che aveva cambiato scheda telefonica, non voleva più saperne di me: cambiava ragazza come si cambiano i calzini.
   Dopo aver rivangato, mi rivolsi a Valentina fingendo indifferenza: “Ti sbagli cara, ero innamorata di lui, lui è il passato. Verrò al vostro matrimonio e se vuoi farò anche la testimone!”
   Me lo ritrovai al paese una domenica mattina, mi si parò davanti con nonchalance, come se ci fossimo lasciati il giorno prima.
   “Francesca tu sei stata l’unica per me”, mi confessò con foga. “Avevo paura del sentimento vero che si stava impossessando di me. Ho dovuto farlo… Valentina rappresenta la certezza economica, lo sai quanto è influente suo padre nel mondo politico.”
   “Ma davvero?” sbottai. “Sei solo un arrivista senza sentimenti. Ho perso tempo con te, coltivando quest' amore che mi brucia ancora! Sparisci Alfonso, non preoccuparti ci sarò alle tue nozze, voglio guardarti in faccia quando pronuncerai il ‘si’ per godermi la scena!”
   Ero sull’altare accanto all’altro testimone e non ce la feci. Scappai via, raggiunsi la mia auto e mi sedetti al posto di guida, aprii istintivamente lo sportellino del vano oggetti e presi una gelee alla fragola, continuavo a mangiarne ancora da quando me le aveva offerte Alfonso, durante i nostri passati incontri. Mi pareva di udire la sua voce morbida che mi diceva: “Voglio che i nostri baci sappiano di fragola… frutto afrodisiaco.”
   “Brutto schifoso!” urlai, mentre afferrai la morbida caramella per addentarla con rabbia.
   Partii all’impazzata, svoltando alla prima curva e con un testacoda dopo aver urtato violentemente il guardrail, precipitai nel burrone sottostante.
   Riaprii gli occhi. Quanto tempo è passato, mi chiesi guardandomi intorno? Scorsi i volti dei miei genitori che mi sorridevano paradisiaci e io ciancicai a fior di labbra: “Sono viva?”, mentre quel sapore di fragola non mi lasciava.
   “Bentornata fra noi, cara!” annuì mia madre col volto impastato di lacrime.
   Sibilai un ‘grazie’, volgendo gli occhi al cielo che s’intravedeva attraverso la vetrata di quella camera asettica d’ospedale.



      

lunedì 28 gennaio 2013

Ma quale giustizia?

                
   
   
   Premetto che non sono dalla parte di un tizio che per vivere si apposta come un ladruncolo e coglie i momenti di privacy della persona influente, della tal persona nota e mettendo a fuoco quei momenti li immortala come prova e poi li esibisce al malcapitato di turno chiedendo un pagamento in cambio del silenzio, un ricatto in piena regola. Inutile dirvi di chi sto parlando: lo sapete, lo sappiamo, per cui farne il nome è irrilevante. Ma ciò che mi procura rabbia è il sistema: per lui si scatena la giustizia, la quale fa il suo corso. Perfetto, nulla da eccepire, fosse così la legge vivremmo in un Paese giusto: chi sbaglia paga, questo dovrebbe essere, anche il ricatto è illegale e non bisogna farla franca. Ma il nostro sistema non funziona sempre così: chi compie misfatti orrendi, chi stupra, ad esempio, vive ai domiciliari, sconta la pena fra le comodità di casa sua, continua a dormire nel suo letto, a cibarsi alla sua tavola assieme alla sua famiglia, che se ne facessi parte me ne guarderei bene dal vivergli accanto; quindi lui non va in galera e quand'anche ci andasse, ne uscirebbe dopo un po'. 
   Vogliamo paragonare lo stupro al ricatto? Vogliamo mettere sullo stesso piatto della bilancia, l'omicidio colposo di chi passando a tutta velocità e toglie la vita ad un bambino, ad una famiglia, ad una coppia che per una fortuita coincidenza stava transitando di lì in quel preciso momento? Vogliamo paragonare un'imprudenza di chi ha in mano le sorti di un folto numero di persone, una leggerezza che costa vite umane e causa un disastro non solo economico? 
   Non ho a cuore la sorte del tal menzionato, figuriamoci i suoi trascorsi non sono propriamente trasparenti e anche quell'aria da bulletto di quartiere non mi sta particolarmente simpatica, è solo il paradosso che m'infastidisce. Una scritta famosa recita che la legge è uguale per tutti, ma quale mi chiedo? Sono giunta ad una conclusione che ricattare i potenti smuove la giustizia, mentre stuprare un'anonima donna o togliere la vita ad un'anonima persona non riceve la stessa attenzione. 
   In definitiva la legge chiude un occhio, anzi due quando lo decide "Lei". Poveri noi!

domenica 30 dicembre 2012

Adorabile, piatta vita.

              

   Come le sarebbe piaciuto riappropriarsi della precedente banalità, di quella vita sempre uguale scandita dai soliti ritmi. Un'esistenza scontata, lei l'aveva denominata, un'esistenza blanda alla quale non bisognava chiedere il come e il quando o il che si farà: la progettualità non c'era e si conosceva anzitempo quello che andava fatto. Le feste ogni anno finivano per accentuarle quel senso di grigiore e per quanto in definitiva non aveva nulla che non andasse, un marito fedele e innamorato, dei figli sani e diligenti, lei era stanca della mancanza di quell'organizzazione imprevista e imprevedibile, ovvero sia avrebbe voluto vivere le festività all'insegna dell'innovazione, rispettare le tradizioni certamente, ma vivere i giorni speciali tutti insieme sotto una luce diversa, una luce dallo sfavillio nuovo. Allora sapendo che andava incontro alla solita programmazione scontata, ogni anno le prendeva l'insoddisfazione e ne sentiva il peso; cercava di mostrarsi serena e appagata ma dentro di sé covava quel senso di frustrazione, di malinconia che la sviliva, oh quanto la sviliva! Poi al termine dei rituali, quando riprendeva la normalità, le si alleggeriva il cuore e adorava la quotidianità recuperata, quella dei giorni normali in cui non doveva dar conto a nessuno, di quei giorni in cui decideva per sé: marito e figli erano alle loro occupazioni e lei viveva il tempo secondo i suoi canoni. 
   La vita è strana, tanti vivono il disagio dell'emarginazione sofferta, di quella povertà che non permette di godere di un'esistenza normale e a volte scontata, ma pur sempre un'esistenza fatta di rituali vissuti al riparo della propria casa con gli affetti più cari, e per quanto la situazione sia ripetitiva e quindi forse non stimolante, è una situazione di privilegio apprezzabile: questo Silvana se lo diceva ora in quel letto d'ospedale, nell'assoluta immobilità rifletteva sulla sua precedente vita che avrebbe voluto tale e quale, non una differenza, la sua vita uguale, scontata ma viva, viva nel senso della totale e splendida autonomia che fino a ieri le apparteneva. 
   Era successo tutto all'improvviso, era l'antivigilia di San Silvestro e sapeva già che l'indomani avrebbe trascorso a casa il fine d'anno, mai un fuori onda veglione di mezzanotte in uno dei tanti locali della città, l'attendeva il solito cenone a base di pesce e contorni vari, per finire zampone e lenticchie. Come odiava l'odore di lenticchie: era così nauseante! Era stufa anche della bottiglia di spumante stappata alla mezzanotte in attesa davanti al televisore che trasmetteva i rintocchi dei secondi mancanti all'anno nuovo; loro, i protagonisti dello spettacolo in ghingheri parati a festa, lei col solito pulloverino rosso e quell'aria stanca da factotum tuttofare. Poi gli auguri sempre uguali, abbracci e baci a profusione, un accenno di degustazione del piatto propiziatorio di buona sorte, un'ulteriore scorsa al programma in onda sulla tv di stato e dopo una mezzora di sosta sul divano, teneramente stretta al marito che non la lasciava un attimo: dopo vent'anni era ancora innamorato come il primo giorno, andava a dormire mentre fuori il roboante festeggiamento giungeva sonoro e comunicava l'esistenza di vitalità celebrativa del nuovo anno. Lei sapeva che, a poco meno di ventiquattro ore, ancora una volta si sarebbe ripetuta la solita commemorazione di fine anno e sapeva anche che quest'anno sarebbero stati in due: i figli avevano deciso di cambiare atmosfera, beati loro si diceva. Allora le era presa una rabbia, avrebbe voluto gridarla al mondo intero, ma lei no: era una persona controllata, sopportava tutto per il bene dell'unità familiare. I primi tempi aveva provato a ribellarsi, ma non era accaduto nulla: suo marito aveva trovato il modo per condurre l'acqua al suo mulino e con il passare degli anni le proteste di Silvana si annullavano sul nascere e la vita scorreva precisamente come la voleva lui, il consorte. Ricordava con chiarezza come si era svolta l'ultima giornata da persona sana, anziché infuriarsi e urlare, era scesa velocemente da casa e stava per andare in stazione, voleva sparire e non farsi ritrovare neanche da "chi l'ha visto", come odiava quel programma che suo marito guardava con assiduità, odiava la sua totale metodicità: giungeva a casa sempre alla stessa ora, non sgarrava mai. Doveva fare in fretta, perché non ci aveva pensato prima, stupida si diceva, stupida e tollerante. Farneticava e gesticolava, mormorava persino; mise un piede in fallo e inciampò all'incrocio, mentre sopraggiungeva un motorino che la scaraventò per aria, poi il nulla e quest'odore di disinfettante. Quest'odore e il volto di suo marito distrutto dal dolore, a capo chino appoggiato al suo cuscino non l'aveva lasciata un attimo dal momento del ricovero d'urgenza, la corsa in ospedale e l'intervento. Suo marito era rimasto con lei, sempre e solo con lei, seduto ad una sedia non l'aveva abbandonata tutta la notte e ne spiava le mosse. Le asciugava il volto cosparso di goccioline, le sussurrava tenere parole, le diceva che sarebbe tornata normale, solo un po' di pazienza; la riabilitazione certamente, ma poi normale, e a stento tratteneva le lacrime. Povero caro, lui l'amava; ora lo comprendeva, lui semplicemente l'amava. Le sue amiche erano in angoscia per i loro mariti che rientravano tardi e ne spiavano i movimenti controllando ogni cosa perché non si sentivano amate e considerate. Le sue amiche festeggiavano alla grande nei locali "in" della città, cambiavano atmosfera, ma si lamentavano perché non ricevevano un gesto di tenerezza e d'amore, e a letto erano anni che il dovere era diventato solo un dovere sporadico, mentre suo marito era appassionato come il primo giorno e lei, Silvana, doveva tenerlo a bada. Dio com'era stata ingrata!
   Lo guardò negli occhi, mancava solo un'ora alla mezzanotte, e gli disse: "Desidero tanto le lenticchie, amore mio!"

                                                           BUON 2013 A TUTTI!