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venerdì 6 settembre 2013

Un rito




   Le emozioni mutano: solo ciò che si sperimenta per la prima volta ha il sapore dell'attesa. Il discorso è vago e non sempre le attese si rivelano emozionanti: vi sono situazioni, infatti, che procurano delusioni. Eppure anche ciò che ci ha entusiasmato, alla lunga non sortisce l'effetto iniziale. Una determinata emozione potrebbe anche appassionarci per molto tempo, ma finisce comunque che mutando noi stessi cambi la sensazione. 
   Un rito... quanti ne conosciamo, molti; ecco prendo in considerazione quello dei fuochi pirotecnici, bellissimi, fantasmagorici, abbaglianti, artistici, creativi, hanno il potere di calamitare sguardi in attesa rivolti all'insù, eppure anche quei variopinti fuochi in molte persone finiscono per non suscitare più interesse. 
   Una serata di ferragosto, un classico: i fuochi che nascono dal mare e s'innalzano fino al cielo, l'effetto è emozionante; tutti che s'apprestano a raggiungere la postazione migliore. La calca della gente, lo sciabordio delle acque, la luna che si riflette sullo specchio d'acqua, il vociare in attesa. I giovani che alla mezzanotte si spogliano ed entrano in acqua felici, euforici e i bimbi con il nasino rivolto al cielo. L'aggregazione con chi non si conosce e che condivide con noi il rito di ferragosto, quand'anche fosse ripetitivo è comunque un momento che si rinnova anche per quel calore umano che vorremmo avere forse più spesso. 
   E loro non si fanno attendere: prorompenti, roboanti, caleidoscopici, salgono alti in cielo illuminandolo. Una cascata, girandole in festa che ebbero il loro esordio nell'ottavo secolo in Cina; è tutto come allora: gli effetti sono simili, solo che gli spettatori del passato erano forse più estatici e meno esigenti. 
   Il rito termina e ci si appresta al ritorno, si condividono emozioni del dopo rito, si è felici. Comunque sia andata, è stato un motivo di festa essere ancora insieme su questa terra che ne ha viste tante e ne continua a vedere a malincuore: vi sono luoghi dove quei botti hanno qualcosa di diverso e i cieli illuminano a morte gente innocente vittima del potere. Nei luoghi di pace vi sono purtroppo gli insoddisfatti che non apprezzano la sana ripetitività dei riti gioiosi e assistono solo per accompagnare chi invece continua ad emozionarsi. Allora ci si sente dire: "Ma son sempre uguali, cosa c'è di diverso?" 
   Anche l'amore è sempre uguale, eppure è sempre bellissimo. Anche il mare, i fiumi, i boschi, lo sguardo di un bimbo, l'affetto delle persone care, eppure ogni volta procurano emozioni nuove. 
   I riti ripetitivi fanno parte del nostro vissuto e come tali non vanno disprezzati: regalano attimi di gioia condivisa. Poi ci sarebbe il discorso nello specifico della pericolosità dell'operatore e della fabbrica dei fuochi, ma questa è un'altra storia.

mercoledì 3 aprile 2013

Reazione a catena

           
   


   Uscì a grandi passi: era in ritardo; aveva riposato male durante la notte e ormai da qualche tempo le accadeva sempre più spesso. Entrò trafelata e indossò il camice da lavoro, bianco e immacolato, simile a quello medico con la differenza che lei era dietro al bancone - reparto salumeria del supermercato “Più –Gusto”, sicuramente più in molte cose.
   Concetta all’anagrafe, Tina per tutti, aveva conseguito la laurea in medicina: era il suo sogno, la sua passione. In tanti avevano cercato di dissuaderla.
   “Non ci sono opportunità.” le ricordavano “I medici, ormai, sono come gli avvocati. Lascia perdere, tenta un’altra strada!” Lei era convinta, invece, che con i meriti e l’impegno avrebbe svolto la professione di pediatra, avrebbe curato amorevolmente i bambini dalla nascita in poi.
   Si era sposata con un rappresentante di commercio, un amore all’unisono. Lui addolorato e comprensivo la confortava, cercando di mitigare la sua frustrazione: la professione non ancora esercitata.
   “Vedrai che ti chiameranno, amore mio; non ci manca nulla, siamo felici lo stesso.”
   Le parole di Pasquale blandivano soltanto le delusioni della donna.
   “Mi chiameranno?” rispondeva mestamente “Lo faranno quando avrò dimenticato i miei studi! Senza la pratica i sacrifici si vanificano!”
   L’amore non era più sufficiente a colmare le disattese aspettative, tra l’altro non poteva mettere al servizio le sue competenze neanche con bambini suoi, dopo cinque anni di matrimonio non era ancora rimasta incinta: il concepimento non avveniva per problemi patologici, ma per cause emotive.
   Smise di pensare a se stessa il giorno in cui suo marito, furente, tornò a casa pieno di rancore.
   “Mi hanno licenziato, riassetto del personale - hanno detto, ed io che faccio? Dove lo trovo un altro lavoro?” esclamò singhiozzando e tempestando di pugni il cuscino del divano.
   “Amore!” proruppe Tina “Io che ci sto a fare qui, ho fatto la signora troppo a lungo. Hanno aperto un nuovo supermercato nel capoluogo, andrò a chiedere lavoro!”
   “Ma tu sei un medico, vorrai umiliarti per colpa mia!” rispose lui accorato e lacrimevole.
   “Uniti nella buona e cattiva sorte, ora tocca a me governare la barca.” disse determinata, mostrando una grinta che non sapeva di possedere.
   Al negozio nessuno sapeva della competenza medica di Tina e lei con modestia lavorava alacremente, sempre efficiente e corretta, cordiale e disponibile con i clienti che preferivano farsi servire da lei. Sembrava quasi che con quell’occupazione, avesse messo da parte le sue insoddisfazioni: ora era lei a confortare il marito e a ricordargli di non disperare, sarebbe giunta anche per lui un’altra opportunità.
   Le saracinesche si erano aperte da poco al Supermercato “Più - Gusto”, Tina stava indossando il camice, quando udì all’altoparlante la voce angosciata della cassiera: “Abbiamo un cliente svenuto sul pavimento, se c’è un medico che si faccia avanti!”
   Concetta non ci pensò due volte e percorse a grandi balzi il corridoio, si chinò sull’uomo, gli ascoltò il cuore, lo esaminò velocemente e gli praticò la compressione del torace, un massaggio cardiaco in perfetta sincronia. Quando il malcapitato si ridestò, lo rassicurò e gli disse di non muoversi, mentre gli poneva un cuscino sotto i piedi. Si era fatto un capannello di persone, tutti la osservavano stupiti.
   “Forza, un’ambulanza!”esortò lei “Allontanatevi, il paziente ha bisogno di aria!”
   La vita sa come intrecciare i fili del destino, tesse un ordito che completa la trama. Il tessuto ormai era pronto: quel signore sconosciuto salvato in extremis, era un Primario rinomato che ricambiò il favore assumendo Tina. A volte la vita è anche questo!

domenica 3 febbraio 2013

La donna giusta


                                       

 

   Ho ritrovato anche in questo romanzo lo stile di Màrai, scrittore ungherese di culto, quello stile fluido e attuale, quello stile che incatena e non lascia spazio ad interruzioni: l’abilità di Màrai sta nel destreggiarsi fra i vari registri dei personaggi che offrono un quadro fedele del contesto narrativo. Il tutto, di volta in volta, è raccontato sotto forma di monologo rivolto a un interlocutore privo di voce, un ascoltatore paziente che sta lì a raccogliere le confidenze senza interferire.
   Il romanzo è stato scritto dagli inizi degli anni quaranta e poi ripreso nell’epilogo trent’anni dopo e riguarda una vicenda che va dagli anni venti fino all’inizio del regime comunista in Ungheria con uno scorcio sull’America degli anni sessanta. La storia è divisa in tre parti, la parte conclusiva è quella più moderna nel linguaggio e ci presenta un po’ la vita statunitense degli anni in questione quando la tecnologia aveva semplificato la vita del proletario che, ottenendo prestiti, poteva permettersi quei beni di lusso venduti dai borghesi. La vicenda, oltre che riguardare un triangolo amoroso: due donne si contendono lo stesso uomo, è incentrata sulla descrizione della classe borghese vista attraverso gli occhi di due persone appartenenti al mondo rurale ungherese.
   La scena si apre in un'elegante pasticceria di Budapest, è un pomeriggio e una donna, Marika,scorgendo il suo ex marito, Peter, confida all’amica le vicende del suo infelice matrimonio e dell’assoluta dipendenza dal marito, uomo austero e affidabile legato ai formalismi e alle consuetudini. Per Marika crolleranno le certezze nei confronti del marito, quando ritroverà nel portafogli di Peter un nastro viola accuratamente riposto; un lembo di nastro, testimonianza di una passione bruciante per un’altra. In un monologo ben costruito Màrai narra la vita matrimoniale dei due borghesi, la nascita e morte del loro unico figlio, l’importante amicizia di lui con uno scrittore che non abbandonerà questa storia fino alla fine e infine la rottura del matrimonio.
   Nella seconda parte è Peter a parlare, Màrai offre la possibilità al lettore di apprendere la stessa storia con gli occhi del protagonista di turno. Peter, uomo colto e raffinato, appartenente a una ricca famiglia borghese, toccherà argomenti più profondi: ricordi di famiglia, crisi della classe borghese soffocata da rigide convenzioni e tensioni fra le varie classi sociali sul rapporto uomo donna; un soliloquio che si snoda in frasi lunghe e ricercate impreziosite da eleganti metafore.
   Nel terzo monologo entra in scena Judit, la proprietaria del nastro viola, colei che farà fallire il matrimonio dei due coniugi dell’alta società; lei la plebea poverissima che viveva con la sua famiglia d’origine in una fossa a contatto con i topi, lei che per sopravvivere va a servizio presso la famiglia di Peter il quale s’innamora della serva, ma sarà una passione che nulla concederà se non con il matrimonio. Judit racconta al suo innamorato del momento, un musicista, tutta la sua storia sin dagli albori; racconta la vita dei signori che poi saranno suoi suoceri, descrive ogni particolare di quell’esistenza fatta di lussi e di sprechi, di beni materiali ma non spirituali, di divari affettivi che sfociavano nell’infelicità.  La lingua nella quale si esprime Judit è semplice, ma al tempo stesso colta e ironica, intrisa di quel sarcasmo mai banale frutto delle sue conoscenze borghesi: Judit imparò in fretta tutto il saper vivere.     
   Nell’epilogo Màrai fa parlare Ede, il musicista, colui che dopo essere sfuggito all’AVO (famigerata polizia politica del regime comunista ungherese) va in esilio a Roma, dove incontra Judit e vive con lei un’intensa storia d’amore. Da lei apprende la sua storia in una notte in cui lei si confida mettendo a nudo la sua anima; lui inizialmente credeva di aver scordato, poi la storia si ricompone come in un puzzle e gli torna in mente e la ripercorre ad un altro interlocutore mentre è in un bar di New York come barman.
   Le vicende di “La donna giusta”si sviluppano dalla Budapest degli anni quaranta attraverso l’Italia fino a raggiungere gli Stati Uniti e ripercorrono le tappe della vita dello scrittore che, per sfuggire al detestabile comunismo ungherese, visse in esilio per il mondo. Màrai anche in questo romanzo si cala perfettamente nei panni dei personaggi: due donne e due uomini di estrazione sociale differente e li fa parlare con sensibilità e chiarezza, avvincendo il lettore in ogni passaggio ben costruito e altamente particolareggiato.
   Il titolo ci porta a una riflessione, il compagno o la compagna è la persona giusta? Cosa è giusto: il sentimento o la passione, il matrimonio o l’amore?

mercoledì 12 settembre 2012

Riflessioni di lettura


                            



            “Mani Calde” di Giovanna Zucca (Fazi Editore, 2011)


   Un titolo dal significato importante: “Mani calde”. Un titolo di un libro d’esordio, un titolo che analizzato fa pensare ai sentimenti che trasmettono: il contatto tattile caloroso è sinonimo d’amore e in questo libro scopriamo che l’umanità è nascosta anche nei cuori che fingono un’algida distanza.
   La storia unisce un bambino colpito dal tragico destino di un incidente che vorrà condurlo nel baratro della morte; morte che, per caparbia volontà e grande professionalità, verrà strappata da un chirurgo ritenuto da molti un burbero senza cuore che si crede il Padreterno. La storia porta sul parallelo due esseri umani bisognosi l’uno dell’altro.
   Davide ha soli nove anni quando, nel breve tratto che lo separa dall’abitazione al negozio, finisce in coma a causa di un incidente stradale, la sua vita è appesa ad un filo, ma egli trova la forza di comunicare mentalmente col dottore burbero, soprannominato “cafone” per via del suo gergo triviale e il più delle volte crudele con i suoi colleghi di lavoro. Davide stabilisce il contatto mentale con il primario che  avverte la sua presenza: il bambino riesce persino a stringergli una mano e a guardarlo con un solo occhio. Il medico diviene così pian piano una persona umana che si scioglie alle tenerezze della vita. Nasce un innamoramento reciproco fra ragazzino e medico, un rapporto speciale che va al di là del verosimile. Il dottor Bozzi, da sempre ostile ai sentimenti, perché privato degli stessi durante l’infanzia, cambia atteggiamento e segue gli insegnamenti del piccolo che con la mente gli dice come comportarsi. Il dottore, stacanovista e irriconoscente con la sua equipe, si addolcisce e cambia il suo modus vivendi anche con la sua donna, una prostituta, che lascerà il mestiere per amor suo; ma non solo il dottor Bozzi, che rifiutava di conoscere l’unica figlia avuta durante un rapporto occasionale, scoprirà l’amore paterno. Il miracolo si compie durante il dialogo silenzioso fra il medico e il ragazzino che dopo una serie di interventi straordinari tornerà alla vita.
   Una storia narrata con una fluidità avvincente, con un’abilità appassionante, un libro in cui i personaggi parlano in prima persona e per ognuno di loro il linguaggio corrispondente. Questa è una tecnica narrativa molto interessante che fa calare il lettore nella storia senza stancarlo, ma lo prende per mano e lo conduce sino alla fine.  

lunedì 10 settembre 2012

La vita continua

                 


   Non si penserebbe mai di dover andare incontro a emozioni tanto diverse, non si penserebbe mai di dover conoscere momenti del tutto inaspettati che potrebbero coglierci impreparati, facendoci crollare il mondo addosso. 
   Diamo tutto per scontato, come se la vita dovesse scorrere nello stesso letto placido, irrorato da una sorgente d'acqua fresca; invece tutto accade o potrebbe accadere e quella vita che ci sembrava smorta, proprio perchè scontata, vorremmo riaverla con tutti i suoi colori spenti che ora sarebbero vivi. 
   Dove mi porta questo elucubrare, dove? Siamo lì e viviamo di progettualità, ci pesano, chissà? Ci muoviamo, siamo reattivi per quanto lo desideriamo, vorremmo alleggerirci di quelle progettualità che incombono e ci diciamo che ci piacerebbe fare altro: sempre la stessa musica. Poi... giunge una notizia inaspettata, mai avremmo pensato, mai avremmo voluto pensarla e perché avremmo dovuto? E a quel punto il mondo che ci appariva ingombrante, perché vedi caso ci tocca sempre farcene carico, diviene un macigno che opprime il cuore e quel cuore fa fatica a pompare sangue, quasi vorrebbe smettere di farlo.
   Ci guardiamo intorno e ci chiediamo dove sia la giustizia soprannaturale, perché tocca sempre ai giusti, ai mansueti, ai timorati di Dio, scomparire assurdamente e atrocemente dalla scena della vita, perché? Perché le carogne umane sopravvivono? Poi... si fa strada una voce, una flebile voce che ci ricorda che anche chi avrebbe potuto scegliere ebbe, invece, un epilogo drammatico e crudele. Secondo queste conoscenze il passaggio doloroso è riservato ai migliori, come una sorta di privilegio per conquistarsi un posto speciale per sempre. Difficile da comprendere, molto difficile. Chi vive intorno e soffre non ce la fa, non ce la fa ad assistere impotente e le domande si accaniscono e sfibrano fino all'inverosimile: la rassegnazione dilania il cuore.
    Forse un giorno avremo le risposte, per ora ci tocca ogni volta rialzarci e proseguire il cammino: chi nasce e chi c'è, ripone le speranze in noi che per quanto provati non possiamo ignorare quella vita che continua!

mercoledì 29 febbraio 2012

Saggia decisione

           

   "Ma è lui?" osserva tra il meravigliato e l'angosciato. Una strana entità è apparsa dal nulla, come una figura evanescente avvolta da  un'aura di mistero. Sgrana gli occhi e il tutto diviene più nitido: sta tornando in sé. Contempla meglio l'ambiente e il torpore della mente fa posto alla consapevolezza di esserci e riconosce la figura misteriosa.
   Cosa gli sarà accaduto - si chiede? Il suo volto è cadaverico e pare trattenga una forte emozione. Forse deve comunicarmi qualcosa di tragico ed io sto perdendo tempo in elucubrazioni, ora gli parlo e glielo chiedo. Ma perché non articolo parola e sto qui solo a pensare? E lui, perché non mi parla? Quando l'ho guardato con stupore non ha battuto ciglio, non ha mi rivolto la parola, non ho visto nessuna espressione sul suo volto. Dove sono? Comincio ad aver paura, eppure mi tasto, ci sono, mi vedo in questo letto d'ospedale. Ma guarda, è arrivato un medico, non lo conosco e sta parlando con il mio fidanzato che ha un'espressione tenera e angosciata! No... piange! Ma perché? Io sto bene, ne sono sicura: adesso gli parlerò e lo abbraccerò, gli farò tornare il sorriso sul suo volto diafano scavato intorno agli occhi, povero caro! Ehi, guardami, guardami amore mio! Lo so, sono responsabile, ora ricordo. Ho voluto percorrere quel rettilineo a tutta velocità, volevo testare il nuovo modello, volevo sentire il fruscio nelle orecchie, il sibilo del vento sulla faccia, avevo alzato anche la capote ed ero al settimo cielo. Tu mi scongiuravi di rallentare, di tenere d'occhio la carreggiata, mi hai minacciato, volevi scendere dall'auto, più volte hai cercato il pulsante sullo sportello: eri disposto a voler andar via anche con l'auto in corsa. Perdonami amore mio, ora so di essere stata una scellerata, ho anteposto lo stupido piacere del brivido alla sicurezza, ma la vita umana conta più d'ogni cosa. Tu stai soffrendo: io ti vedo, ma sei vivo ed incolume. Non andar via! Che fai, mi lasci da sola? Lo sai che ho paura e qui non c'è nessuno. Come posso farti capire che ci sono e che non devi abbandonare la camera. Devo spostare qualcosa, devo darti un segnale, devo farti intuire che sono viva e che sono disposta a chiederti venia per tutta la vita. Ho la sensazione di essere in un corpo che non mi appartiene, non riesco ad esserne padrona. Ti vedo, ma non mi rispondi: è come quella volta che mi trovai fra il dormiveglia e non riuscivo a muovermi e a parlare, forse sono ancora in quello stadio di semi incoscienza, che sofferenza! Ma se spostassi un dito, se sollevassi appena appena un polpastrello, forse tu, tesoro mio, ti accorgeresti di me. 
   Non so forse ho dormito, vedo la luce filtrare attraverso le imposte e se ben ricordo sono rimasta da sola nella camera, sin quando non è giunta una signora con il camice bianco che ha iniettato nella flebo una sostanza, sicuramente un calmante soporifero. Mi osservo per quel posso e constato che sono legata ad una macchina, chissà da quanto tempo sono qui? Non potrei dedurlo dal mutamento della natura, non so se questa struttura che mi ospita è situata in un giardino: a casa mia le prime gemme mi fanno intuire l'arrivo della primavera e i frutti sugli alberi mi indicano l'estate piena. Penso e ripenso, posso solo far questo, ma sono viva e sento che ce la farò a riappropriarmi della mia vita che sarà diversa: meno sregolatezze e più saggezza, e soprattutto tanto amore da donare al mio uomo per sempre; forse non mi basterà una vita per farmi perdonare. Sento dei rumori, si apre la porta, entra il mio fidanzato accompagnato dal dottore di prima, si avvicinano al mio letto mi osservano e il medico stacca il respiratore. No, sto morendo! Io sono viva, perché... Oddio soffro troppo, sento come una stretta alla gola, non ce la faccio...
   Ripose il libro terrorizzato, aveva proseguito la lettura sperando in un lieto fine ed invece la storia affrontava il tema dell'eutanasia, sentiva ancora i brividi e aveva le pulsazioni accelerate: si era sentito parte integrante di quella storia, il merito era senz'altro dell'autore, bravissimo non c'è che dire! Si ricordò del suo appuntamento. Simone, suo cugino, stava per passare a prenderlo: dovevano andare in discoteca con la macchina nuova dello zio, una Porsche Cayenne. Lui e suo cugino avevano compiuto da poco diciotto anni e Simone che amava il rischio avrebbe sottratto  l'auto a suo padre. Ebbe paura, prese il cellulare e scrisse un breve messaggio: "Ho trentanove di febbre, verresti a farmi compagnia?" Gli avrebbe parlato della storia, l'avrebbe dissuaso, chissà? Comunque ci avrebbe provato!

giovedì 19 gennaio 2012

Riflessioni di lettura

   Quando un libro mi colpisce per bravura e per doti scrittorie, amo scrivere delle riflessioni personali, è come mettere nero su bianco le mie emozioni per fissarle nella memoria. Coloro che mi conoscono sanno che mi cimento in considerazioni riguardanti la trama e l'autore del testo. 
   Qui parlo di un romanzo breve che ha tutti i requisiti sopraindicati. 

giovedì 29 dicembre 2011

Notte di capodanno

              

   C'era stata una nevicata che aveva imbiancato ogni cosa, il battente della finestra era incastrato, occorreva uscire fuori per scostare la neve, ma anche la porta non scorreva, pareva sigillata. La legna stava per terminare, tutta la notte le braci erano arse nel caminetto e Poldo non l'aveva spente: sua moglie era febbricitante nel letto sistemato lì in soggiorno. Valeria e Massimo, i due figli adolescenti, si erano addormentati sul divano, mentre lui era rimasto a vigilare e a pensare. 
   Aveva avuto una vita ricca: non gli era mancato mai nulla, un lavoro fiorente e una bella famiglia che ora apprezzava. S'era dato ai bagordi, allo sperpero e concedeva fin troppo ai figli che crescendo senza freni avevano creduto che la vita fosse facile. Sua moglie di origini umili, gli ricordava che non sempre la ruota gira nel verso giusto e che un buon genitore deve anche saper negare. Lui, Poldo, che strano nome sembrava uscito da una favola, era un tipo che non accettava consigli: la vita doveva essere godereccia per essere felice. Quanto lo annoiava quella moglie previdente e saggia, finiva per sfogare la monotonia di casa nel privè di un amico, poker e belle donne. 
   "Papà, per questo natale mi regali il nuovo modello Nokia, tutte le mie amiche ce l'hanno. "
   "Papà, il motorino dell'anno scorso è passato di moda, per natale mi regali l'ultimo nato."
   Richieste solo richieste, lui era per i figli una fabbrica di soldi. Perché non aveva dato retta a sua moglie, perché aveva sempre speso tutto senza pensare al domani? 
   Guardava sua moglie, com'era bella e pura, nulla a che vedere con le balorde di quel locale privato, lui non si meritava quella fortuna ed ora la vita gli presentava il conto: aveva perso il lavoro e la sua preziosa compagna forse non ce l'avrebbe fatta, la febbre non calava ormai da una settimana. Pensieri, su pensieri, riflessioni che mai l'avevano sfiorato, ora lo stavano avvilendo. 
   Era la notte di San Silvestro, in lontananza il cielo era tornato scuro: i bagliori dei botti erano cessati. Lui aveva dovuto improvvisare una parca cena di fine anno, in casa non c'erano provviste: non aveva provveduto e s'era inventato la scusa che non sapeva dell'arrivo della burrasca ed invece ne era informato, e non solo gli ultimi soldi li aveva spesi in frivolezze per se stesso. Irresponsabile e immaturo, ecco cos'era, ora lo riconosceva; allora pianse, lo fece di nascosto e s'inginocchiò dinanzi alla grotta che sua moglie ogni anno allestiva e chiese perdono, in cambio avrebbe mutato vita se sua moglie fosse guarita, con lei ce l'avrebbe fatta e non solo, lui l'amava.
   Era la mattina di capodanno, il sole splendeva nel cielo, la neve cominciava a sciogliersi e Poldo poté aprire l'uscio, almeno avrebbe recuperato la legna che era sotto il porticato. Entrò in casa con le braccia cariche e con gioia vide sua moglie seduta al letto, i figli gli sorridevano augurandogli "buon anno", non mostravano malumore e non chiedevano dove fosse la strenna che lui ogni anno lasciava davanti al caminetto. Cosa era successo, non riusciva a spiegarselo, poi si ricordò della sua promessa e comprese che quella era la vera felicità; a tutto il resto avrebbe trovato una soluzione, era ancora in tempo per rimediare.   

                                                              BUON
                           
                                                                  A TUTTI!
                                     

venerdì 23 dicembre 2011

AUGURI

  
                                     

    AUGURO UN SERENO E FELICE NATALE A TUTTI VOI, AMICI NOTI, NUOVI AMICI E VIANDANTI OCCASIONALI. A CHIUNQUE PASSERA' DI QUI AUSPICO DI TRASCORRERE       MOMENTI LIETI CHE PORTINO LUCE E SPERANZA PER LA NASCITA DI UN MONDO MIGLIORE. SARA' UNA COSTRUZIONE LENTA, MA STRAORDINARIA: 
DOPO UN PERCORSO DIFFICILE, CIO' CHE SCATURISCE, E' SEMPRE MIGLIORE.

                                                       "BUON NATALE A TUTTI"

mercoledì 14 dicembre 2011

Romanzo


                      


   Lo sguardo di Osvaldo si soffermò sul mare che s’intravedeva attraverso la finestra, su quelle acque azzurre che luccicavano per i bagliori del sole, e fu in quel momento che gli balenò il nome da dare alla piccola.
   “Flora," rivelò lui "quando sono venuto da te la prima volta e le successive, ciò che mi ha colpito di questa casa è l’azzurro del mare che sembra entrare attraverso i vetri. Io sono nato in questo paese, ho trascorso anche la mia infanzia, ma con la mia famiglia abitavo al lato nord e di là si scorgono solo le case; vedevo il mare in estate, quando mi accompagnavano i miei genitori, mentre qui lo si ammira tutto l’anno, ecco perché questo posto mi affascina tanto! Bene, la bambina si chiamerà ‘Azzurra’, come il nostro mare. Che ne pensi cara?”
 “Come vuoi tu,” replicò Flora “se ti rende felice questa scelta, lo sono anch’io!”

   Questo piccolo brano l'ho estrapolato dal mio secondo romanzo, "Un addio senza ritorno", che giace in un cassetto ormai da tempo, mi capita di rileggerlo e di apportare nuove modifiche: è come se la mia precedente scrittura avesse bisogno di diverse rielaborazioni. 
   Sicuramente nel tempo si diviene più esigenti, un po' per la pratica, un po' per la maturità che va di pari passo con il tempo che scorre, e allora si ha voglia di crescere e di guardare oltre con un'ottica nuova.
   Avrei potuto proporvi un altro brano: il romanzo è abbastanza corposo e abbraccia quasi un secolo di una storia familiare, una saga che consta di due protagonisti principali, uno consequenziale all'altro e tutto ci riporta al capofamiglia in questione, militare retto e ferreo, che esercita la sua disciplina anche all'interno delle mura domestiche. 
   Il romanzo traccia la vita non solo dell'ufficiale ma anche dei personaggi che gli ruotano intorno, moglie, figli, parenti: tutto si riconduce a lui che segnerà il destino dei suoi cari e del secondo protagonista principale a cui il titolo del romanzo è dedicato.

giovedì 8 dicembre 2011

L'amore rende l'uomo eterno?


                                                        
     

   Sono catturata da questo titolo, che leggo con interesse, e rifletto sulla profondità del suo valore.
   L’uomo in quanto creatura mortale, lascerà il suo corpo, materia corruttibile, mentre l’essenza interiore, l’anima, si staccherà dal suo corpo e troverà la sua collocazione attraverso la purificazione della stessa. Della creatura umana non resterà traccia e questo è imprescindibile, ma della stessa resteranno le sue orme, il suo operato, il suo vissuto.
   Cosa rende eterno l’uomo sulla terra? Se guardiamo ai grandi della storia, le loro imprese sono testimonianza della loro esistenza, sia che abbiano operato nel bene o nel male di loro restano tracce memorabili. Come non fermarsi dinanzi ad un dipinto che racconta la maestria del suo esecutore? Come non ammirare un’opera architettonica che nei tempi sancisce la grandiosità dell’artista? Come non riconoscere l’immortalità di uno scrittore o di un poeta, attraverso il suo scritto che per i posteri sarà oggetto di lettura e di studio?
   Non soltanto l’arte rende l’uomo memorabile, ci sono anche altre imprese che restano negli annali e rendono eterno nella memoria il suo esecutore.
   Ma l’amore, perché dovrebbe donare eternità all’uomo? Domanda che a prima vista sembrerebbe non avere una risposta soddisfacente, invece analizzando la frase con attenzione, ci sarebbe, a mio avviso, un’interpretazione che forse potrebbe essere ritenuta accettabile.
   L’amore è un seme che ancora tanti spandono generosamente, sembrerebbe un paradosso in tempi in cui impera la malvagità, l’opportunismo, la criminalità, invece l’amore vero, quello puro e generoso, esiste ancora oggi e radicando, sviluppa altri nobili sentimenti più duraturi delle querce centenarie. L’albero dell’amore non è corruttibile, essendo etereo non muore e non conosce intemperie; è così prosperoso che continuerà a diffondersi e a germogliare nei cuori, e si rinnoverà in eterno.
   L’uomo, che semina amore, farà parte dell’albero immortale le cui verdi fronde saranno colme di frutti copiosi che porteranno nutrimento ai nuovi cuori.