venerdì 29 dicembre 2017

Buon Anno


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   Ogni anno, fra l'ironico e il dolente, diciamo che non ci siamo fatti mancare nulla: fra disastri ambientali, sciagure, omicidi, truffe, soprusi, lotte di potere, carneficine familiari, anche il 2017, suo malgrado, ha visto nuovamente sorridere il male, peccato: era nato animato da buone speranze, ma si sa i nascituri nulla conoscono e vanno incontro alla vita forti della loro giovinezza e delle loro idee filantrope. Ma possiamo abbandonare quelle idee di giustizia e amore? Possiamo abbandonarci allo sconforto totale e farci avviluppare dal male che attende da tempo immemorabile di assoggettarci tutti? No, non dobbiamo dichiararci vinti, dobbiamo continuare a combattere come abbiamo sempre fatto, perché anche un solo seme d'amore potrebbe generare immense coltivazioni. Con questi presupposti predisponiamoci ad accogliere il nuovo anno; auguro a tutti Voi, amici, che il 2018 vi porti tanta serenità, salute e generosi sentimenti, a voi e ai vostri cari.
   Brindiamo al nuovo anno, Auguri!

giovedì 21 dicembre 2017

Lettera aperta a...





   Carissimo, chi l'avrebbe detto che ti avrei scritto, alla mia età poi! Vorresti forse sapere l'età? Ma dai, lo sai che una signora è quasi sempre reticente e preferisce lasciare agli altri il calcolo della sua età: è così bello quando sottraggono anni, è come recuperare una ventata di gioventù, e noi donne non lesiniamo i complimenti mai, anche quando giovani lo siamo per davvero.
Quest'anno ho deciso di rivolgermi a te, di scomodarti, del resto non ti ho mai disturbato in passato: tu non facevi parte del mio mondo natalizio, dalle mie parti quando ero una bimba si aspettava l'Epifania per ricevere doni.
 Il natale è alle porte, carissimo, e i bambini si affrettano a consegnarti le loro letterine, sai anche la mia nipotina l'ha fatto, che bella età è quella: non si conosce nulla del mondo torbido che ci tocca in sorte. Nell'aria l'atmosfera natalizia è malinconica e i luccichii, gli addobbi non riescono a illuminare i cuori spenti dai problemi sempre più crescenti che ci avviluppano ogni giorno e ci deprimono, e anche chi ha una vita pressoché normale, non ce la fa a restare indifferente. E poi diciamocelo francamente, è come una situazione a catena e anche chi non se la passa male potrebbe precipitare e affondare, ma anche se così non fosse, non si può gioire sapendo che intorno a noi il malcontento e la sofferenza dilagano sempre più. Famiglie che vivevano una condizione di benessere, si ritrovano oramai a combattere contro la povertà e i disagi di una vita di stenti senza sbocchi e senza futuro; un'esistenza dove la vita umana non conta quasi nulla e la si sopprime con molta facilità: ti alzi la mattina e apprendi che la tal persona stimata non c'è più e che il tal dei tali è stato ucciso per quattro spiccioli. Viviamo una vita dove la meritocrazia conta meno di niente e allora chi si è impegnato, pensa che avrebbe fatto meglio ad andare a divertirsi invece di aver sgobbato ed essersi privato della leggerezza di una giornata meno faticosa, e chi è stato sempre onesto, si dice che avrebbe fatto meglio a frodare il prossimo in quanto la trasparenza non premia. 
   Carissimo, in questo mondo da adulti i buoni non ricevono premi  e chi si comporta in maniera retta viene perseguito, a differenza di coloro che possono e assoldano chi sappiamo per farla franca; pensa che l'Italia è forse l'unico paese dove esiste la prescrizione e poiché i processi si trascinano per le lunghe con costi elevatissimi che gravano sulla traballante economia, chi dovrebbe finire in galera resta impunito. 
   Lo so che ne sei dispiaciuto e che vorresti fare man bassa di tutti i disturbatori e disonesti di questa società, lo so che vorresti, come so anche che ti è toccato in sorte di non poter intervenire perché l'uomo giunge alla comprensione attraverso i suoi errori. Però c'è qualcosa che potresti fare, per natale potresti donarci nuovamente la speranza: l'abbiamo persa e non va bene, con essa si guarda al domani con ottimismo e coraggio, quella sana voglia di fare che cerca l'impegno; voglia anche di combattere i soprusi, di emergere e di farla in barba agli uomini di potere che ci hanno privato anche dei sogni. 
   Giustizia, solo giustizia, dove chi sbaglia paga! E diamine abbiamo superato gli anni di piombo, l'austerity dovuta alla crisi petrolifera, il terrorismo e andando più indietro la famosa crisi del '29 detta anche Grande depressione: se tu ci porterai in dono la speranza, ci rialzeremo come sempre è stato!

                                        BUON NATALE A TUTTI!

martedì 28 novembre 2017

Esercitazione

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L’effimero

Cosa sei? Rifletto. Mi piace la tua parola in quanto armoniosa, sobria, imponente, raffinata, compita e delicata con le due effe sinuose.
Però dimmi del significato? Mi sussurra la voce che non mi lascia scampo.

Dai lo sappiamo, lo sanno, lasciamo perdere.

Ma come? Insiste il pensiero molesto.  

Ti devo rispondere

Certo: tu duri un giorno e basti per un giorno.
Non nel senso che il tuo lemma scompare, no!
Ciò che è espresso con la tua parola ha vita breve.
Tu hai il tuo bel vocabolo per sempre, ma il tuo significato è fugace.

Ci sarebbe anche la cultura dell’effimero. Mi ricorda la voce.

Ma certo, quelle attività ricreative e manifestazioni culturali organizzate dalle amministrazioni locali per lo svago della gente e della durata di un breve periodo di tempo. Quindi un vocabolo che esprime brevità e che poi ha valenza nella cultura.
Sei adorabile! Gli rispondo muta. Pardon, sei importante!  

La cultura è per sempre, resta nel tempo. Riprendo, per appagare la domanda della voce. La cultura, continuo, anche se sceglie come complemento di specificazione il vocabolo “effimero" per il suo significato intrinseco, trasmette un messaggio che può essere imperituro o temporaneo.
La cultura dell’effimero, quindi, pur essendo fuggevole, può lasciare il segno nelle menti recettive.


giovedì 23 novembre 2017

Possibile amore

 


   Quella voce... ormai viveva solo per quella, immaginava e fantasticava, altro non poteva: il lui della voce era lontano, molto lontano. Era successo per caso, una pura fatalità: stava sintonizzandosi sulla stessa emittente quando fu catturata da una voce di un'altra stazione radio, una stazione agli antipodi dal posto dove lei viveva.
   "Oggi parleremo di rapporti amorosi di vecchia data, quelli che si trascinano da troppo tempo. Ma sì,  amiche mie, quante coppie vivono una storia da quindici anni o giù di lì e non hanno voglia né di una convivenza né di un matrimonio? Parliamone, sono qui attendo le vostre telefonate."
   Era rimasta immobile al centro della stanza, poi si era lasciata andare sulla poltrona buona del salotto, quella che di solito non sfiorava se non per darle una spolveratina. Poi si era alzata, aveva aumentato il sonoro della radio e sentiva un fremito, una malia mai provata prima. C'era l'intermezzo musicale e lei attendeva che lo speaker misterioso parlasse nuovamente. E parlò, per comunicare che c'era una telefonata in linea. Fu comprensivo, garbato, lievemente ironico, abile consigliere. Senza schierarsi completamente, seppe indicare il percorso giusto, la soluzione più idonea; la telefonata terminò con un ringraziamento da parte dell'ascoltatrice. Il programma andò avanti per circa due ore, centoventi minuti di diretta condotti da lui e il pubblico delle ascoltatrici che sciorinavano i loro problemi intimi con disinvolta nonchalance. Era come se fossero dal confessore, con la differenza che la loro storia era di dominio pubblico restando nell'anonimato.      Il programma andava in onda nel pomeriggio inoltrato e Terry non perse un appuntamento, ovunque fosse si sintonizzava, in macchina poi era il massimo. I quesiti cambiavano registro ogni giorno e non erano mai banali, ma ciò che era interessante, era la conduzione del presentatore: oltre la sua voce calibrata, spiccava la capacità di valorizzare qualunque argomento con una dialettica appropriata e un'analisi perfetta, lui sapeva anche redarguire e puntare il dito sull'errore facendo riflettere, e non per questo la persona di turno si sentiva accusata, anzi accettava il consiglio elogiando la bravura dello speaker.
   Terry cominciò a fare indagini, voleva conoscere l'identità fisica del presentatore o avere notizie sulla sua vita fuori dalla sfera radiofonica; seppe il cognome ma null'altro, silenzio assoluto. Prese la decisione, avrebbe fatto chilometri pur d'incontrarlo e così giunse alla sede di quell'emittente abbastanza nota. Entrò in sala registrazione, stavano provando un programma da mandare in onda successivamente e lei udì la voce che la tormentava anche in sogno. Fece qualche passo e lo vide, non corrispondeva al suo immaginario: era goffo, sui cinquant'anni e... disabile, si spostava sulla carrozzina a motore.
   "Cercava me?"
   "Come fa a saperlo?"
   "Ne sono venute altre e così come sono entrate, sono andate via."
   "Non rientra nei miei programmi, Max, dovrai buttarmi fuori rincorrendomi con la carrozzina."
   Amiche mie, oggi voglio formularvi questo quesito: "Esiste la pietà in amore? O esiste l'amore impossibile che diventa possibile?"
   Max cercava ancora una risposta

mercoledì 8 novembre 2017

Rivoluzione


     Ricorre il centenario della Rivoluzione Russa, denominata anche Rivoluzione d'Inverno o Rivoluzione d'Ottobre; pochi studenti universitari intervistati hanno saputo rispondere in merito alla Rivoluzione Russa che soppresse la monarchia e instaurò la Repubblica sovietica a regime socialista, partito degli operai, soldati, contadini.

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   Questa ricorrenza mi ha riportato alla mia amata scrittrice: "Irene Némirovsky" di origini russe e costretta a fuggire con la sua famiglia al tempo della rivoluzione, quando i Soviet misero una taglia sulla testa del padre, ricco banchiere. La fuga, dopo varie peripezie, li portò in Francia dove lei, pur essendo stimata come scrittrice di talento, non ebbe mai la cittadinanza che l'avrebbe salvata dalla deportazione nazista.
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   Da sempre le rivoluzioni, le guerre hanno segnato la storia del mondo e ancora oggi le ribellioni cruenti esplodono dopo periodi di tartassamento e ingiustizie che producono malcontento. Ma i conflitti generano morte, miseria, dolore, e chi ne fa le spese è spesso il ceto più vessato; anche le dittature provocano sofferenze, tribolazioni, privazione dei diritti umani, pianto e sgomento, lacrime di sangue versate dagli albori della storia.
Oggi le ribellioni sono spesso manifestazioni disturbate da violenti perturbatori che distolgono dal fine stesso dell'oggetto del contendere.

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   E regnano così: insofferenza, disagio, peggioramento economico, demeritocrazia, favoritismi. Fiumi d'inchiostro sono stati versati sull'argomento in questione, la ribellione esplode anche per iscritto e le parole sanno centrare il bersaglio, eppure l'assuefazione ha fatto in modo che quelle parole fossero arginate e combattute con altrettanto parole orali carismatiche di convincimento e il magnetismo fa sciocchi adepti.
 
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   Arriverà anche per noi il giorno della riscossa, della presa del potere, del cambiamento vantaggioso per chi versa il sudore del proprio lavoro, del suo impegno e delle sue capacità? Arriveranno la riconoscenza del merito, il premio alla legalità, la salvaguardia del contesto abitativo, il recupero e rispetto dell'arte ereditata, della natura e del genere umano? O tutto resterà come un bel sogno utopistico? Possibile che siamo manovrati a tal punto che ESSI decidono per noi, il mercato decide per noi, il sistema decide per noi? Forse? Ma ciò che pavento è che arriverà un despota dal pugno di ferro che annullerà persino la libertà, se ancora possiamo chiamarla così!

giovedì 26 ottobre 2017

Il primo ricordo



                      

                                                 
                   

    Andare a ritroso nel tempo e soffermarsi nel primo ricordo che scandisce l’inizio della nostra esistenza. Tutto secondo la memoria parte da quell’evento, che assieme ad altri prendono corpo in un fotogramma a sbalzi, che diviene sempre più cronistoria di noi stessi.
   Quando nasciamo, nonostante sia un momento memorabile, non lascia traccia nella memoria: non siamo in grado di richiamarlo dai meandri celebrali, che pur conservandone il passaggio non riesce a restituircelo in immagini da rievocare. 
   L’evoluzione dei primi anni di vita contiene momenti delicati e fondamentali, ma pochi riescono a ricordare i loro primi passi, i primi sapori graditi o le prime parole espresse di senso compiuto. Ci sono degli anni bui che non ci appartengono e ne siamo a conoscenza tramite i nostri genitori o chi per loro ha fatto le veci. La vita per noi incomincia da quel primo ricordo che resta il più prezioso o il meno bello, dipende dalle situazioni vissute.
   Io non avevo ancora quattro anni, per essere precisi mancavano cinque mesi al compimento dei miei quattro anni quando nacque mio fratello, la mia vita comincia da quell’evento che ricordo con dolore e tristezza mista a una strana emozione che sento ancora tangibile.
   Abitavamo in una piccola casa e c’era luce naturale nelle camere, presumo fosse giorno, non ho mai approfondito questo particolare e ora non posso più farlo: i miei genitori sono scomparsi già da tempo.
   Nella camera, che aveva una finestra laterale, c’era un letto centrale sul quale a sinistra era adagiata la mia mamma ricoperta da un lenzuolo bianco come il suo viso, contornato da capelli neri sparsi sul cuscino. Sempre a sinistra c’era una sagoma, non so dire a chi appartenesse, quello che so è che mia madre sofferente si lamentava e reclinava il capo per la spossatezza. Io la osservavo, per quanto tempo … non ricordo, come non so come fossi vestita: ero piccina.  Ma il ricordo che percepisco ancora è la tristezza che mi pervadeva nell'osservare la mia mamma: quella sofferenza mi apparteneva e mi penetrava il cuore.
   Questo ricordo doloroso si tramuta in qualcosa di diverso: compare mio padre. Ricordo il suo sorriso e il suo richiamarmi a uscire dalla stanza, ci appartammo in cucina e ci sedemmo intorno ad un tavolino d’emergenza, una sedia, per giocare a carte: mio padre mi intrattenne con il gioco delle carte napoletane. Presumo che, anche non avendo quattro anni compiuti, sapessi riconoscere le figure e provassi interesse per quel gioco, tanto da non tornare nella camera dove stava nascendo mio fratello, proprio così: il parto avvenne in casa con l’assistenza di un’ostetrica parente.
   Di quella giornata non so più nulla, non ricordo d’aver sentito il vagito di mio fratello, né cosa successe dopo o nei giorni seguenti, quindi non posso rimembrare la crescita del fratellino o i suoi primi momenti: c’è un vuoto, uno sbalzo ad altri episodi.
   Ora riesco a rievocarlo, anzi lo faccio già da molto, ma per buona parte della mia esistenza, quell’inizio temporale della mia memoria mi disturbava e mi procurava tristezza e preoccupazione per il parto, al quale associavo il volto diafano della mia mamma.
   I ricordi che segnano, s’imprimono anche in tenerissima età: i dolori hanno la precedenza sulle gioie!  
    Il terrore del parto era radicato in me anche in seguito, la vita poi mi ha donato la gioia d’essere mamma, ma per un insorgere di complicazioni non ho goduto della partecipazione in diretta della nascita: i miei figli sono venuti al mondo con taglio cesareo, quasi che la natura temesse di farmi provare le stesse sofferenze alle quali avevo assistito in diretta … precocemente.    


venerdì 13 ottobre 2017

Fantasiosi desideri

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   Scendeva lenta come fumo avvolgente, era candida e uggiosa e si appiccicava alla pelle; rendeva umidicci gli indumenti, penetrava nelle ossa e bagnava i riccioluti capelli di Ely. Che strano diminutivo, gliel’avevano coniato da piccola per guadagnare tempo; non Eleonora, troppo lungo, cominciò con un Ele, poi si tramutò in Ely e a distanza di anni, anche ora, che di piccolo aveva solo la statura, sempre e solo per tutti Ely.
   Lei amava la campagna lucchese al sorgere del sole, non le importava che in quel periodo salisse la nebbia; il medico le aveva consigliato di restare al caldo il mattino presto: la sua artrite aveva bisogno di un ambiente caldo e l’umidità le era deleteria.
   Ma Ely soleva penetrare nella natura anche con scarsa visibilità, i fumi nebbiosi la invogliavano a immergersi nei suoi pensieri che cercava come una sorta di panacea; ecco perché usciva da sola quando tutti dormivano: desiderava scavare nella mente quel tempo passato che era solo suo e quel luogo le conciliava  le rimembranze. Immaginava, anche, che una fortuita conoscenza potesse emergere dalle dense brume per ridonarle l’entusiasmo della passata gioventù. Se l’avesse saputo suo marito, Augusto, l’avrebbe derisa. “Ma che cerchi ancora?” le avrebbe detto con aria canzonatoria “Ancora le fregole giovanili!”.
   E l’avevano assorbita tutti la sua gioventù! In primis il marito che se l’era portata via quand’era ancora un’adolescente. Oh, non le aveva mai fatto mancare nulla, d’accordo! Ma la vita coniugale, con le sue priorità e responsabilità, non le aveva donato la spensieratezza delle uscite pazze con gli amici, delle occhiate furtive al ragazzo di turno, delle cottarelle che fanno vibrare il cuore. E la musica, quei balli che lei amava, quel progettare le serate per recarsi nelle discoteche, che furoreggiavano quando lei era fuggita con Augusto che le aveva promesso, anche, una vita movimentata e mondana e, invece, di movimentato c’erano state le sue gravidanze, una dietro l’altra e la gioventù se n’era andata appresso ai figli, cinque per l’esattezza.
   Ripensava ai suoi momenti di vita che ripercorreva a ritroso in un excursus particolare: saltava da un episodio all’altro e li collegava fra loro, anche se avevano una datazione differente, lei li associava. In fin dei conti non aveva lamentele da fare, il marito era sempre stato un gran lavoratore, forse troppo: il lavoro prima di ogni cosa, quanta solerzia e attaccamento, tutto per le esigenze familiari. Erano una famiglia numerosa che assorbiva, come una spugna, i guadagni del suo capo e lui il timoniere della barca remava con più vigore. I figli crescevano in buona salute, vivacissimi marmocchi che la sfinivano da mattina a sera; lei, Ely, era uno scricciolo e le sue povere membra erano spossate per il gran da fare; la voce, poi, s’era fatta roca a furia di richiamarli al dovere. Crebbero quei rampolli, cinque figli maschi che divennero prestanti come dei bodyguard e lei li guardava dal basso in alto; la vezzeggiavano, la circondavano di coccole ma al tempo stesso erano esigenti. Una prelibatezza di qua, un’altra di là, non un pasto normale, ma richiedevano fantasia culinaria. Poi c’erano gli indumenti, sempre tanti, jeans magliette, polo, camice, ora anche abiti di rappresentanza: un paio di loro s’erano impiegati negli uffici Statali, che aveva da lamentarsi dunque?
   Era stanca, stanca di pensare sempre e solo ai suoi uomini, non aveva un suo spazio, una sua realizzazione: aveva rinunciato agli studi che amava e al desiderio di scrivere; era corsa appresso all’amore, non sapendo che l’amore in cambio esigeva delle rinunce. Da qualche tempo, però, aveva preso l’abitudine di uscire presto il mattino, proprio per non dar conto a nessuno; la sua famiglia, anche se era tutta adulta, aveva orari differenti e se la ritrovava a casa a tutte le ore.
   Si spazientì quella mattina: il suo cantuccio preferito nella radura, al riparo del leccio, era occupato da una distinta signora; dalla sua postazione la osservò minuziosamente, non potendo meditare su se stessa lo fece per la sconosciuta di classe. Abiti firmati e accessori altrettanto costosi, un portamento elegante e giovanile, forse dimostrava meno dei suoi anni e vista la cura dei particolari, convenne che non ci voleva poi molto a rendere l’insieme più gradevole. La vide sedersi all’ombra del leccio e portarsi le mani al volto per lo sconforto, la sentì piangere a singhiozzi e la disperazione che colse nei suoi gesti, le procurò sincero rincrescimento.
   All’improvviso la signora si alzò e le passò accanto, Ely la riconobbe, l’aveva vista sulle pagine della sua rivista preferita, era una giornalista-scrittrice di discreta fama, quindi una donna realizzata e di successo, niente a che vedere con i suoi problemi di donna soffocata dal proprio ruolo.
   Ripensò spesso a quella signora, a tal punto da cogliere i lati positivi della sua vita, concluse che non è il ruolo a donare la felicità. Sperava d’incontrarla ancora, le avrebbe parlato, avrebbe osato, confidava nella complicità della nebbia. E la sconosciuta era nuovamente lì, al riparo del leccio, maestoso albero a forma di ombrello; Ely si accostò e con voce dapprima stentata, poi più chiara le parlò. La donna non s’infastidì, anzi s’illuminò quando seppe che era un’assidua lettrice della sua rubrica, ma quella luce durò poco: si spense quando il bip del messaggio sul cellulare le impose di leggere il breve comunicato.
   “E’ finita!” esclamò
   “Cosa!”chiese Ely, facendosi coraggio.
   “Non ho nulla. Non ho un marito, mi ha lasciato tempo fa e l’unica figlia se n’è andata per sempre. Speravo che ci ripensasse e invece. Ho costruito un castello di carta!”
    Ely, come le piaceva ora il suo nomignolo, scordò le sue fatiche e i suoi strani desideri: lei aveva un uomo, anzi sei e tutti l’amavano e non l’abbandonavano. In una frazione brevissima di tempo, considerò i lati positivi della sua esistenza e si sentì mortificata di essere dovuta giungere alla conclusione attraverso il dolore della donna che lei stimava. Ma la vita segue strane traiettorie e strane coincidenze, quell’incontro stava per far nascere un’amicizia che avrebbe giovato a entrambe. Ciò che mancava all’una avrebbe compensato l’altra, uno scambio reciproco a fin di bene.
   Fu Ely a prendere l’iniziativa.
   “Posso invitarla a pranzo?”