BUONE VACANZE a TUTTI!
venerdì 8 luglio 2016
Buone vacanze
Ci sarebbero tanti temi da affrontare, potremmo dire che ogni giorno ci alimentano con una varietà che nutre anche lo spirito; pare che il delitto, l'uccisione, la violenza, la corruzione siano pane quotidiano per cui potrei benissimo scriverne: ho tanto materiale dal quale attingere, direi che gli argomenti non mi mancano. Ma siamo in estate perché affliggere anche questi spazi nati per un po' d'evasione, di lettura che ritempra e fa evadere; perché dare sempre lo stesso carburante a noi che già ci abbuffiamo per via satellitare, per via web e col cartaceo se ci va di acquistarlo? I racconti soft non interessano, la narrativa ha fatto il suo tempo; pensate un po' mi ha scritto un editore, quando gli ho inviato dei miei racconti, che la qualità c'è ma loro pubblicano altro genere. Bene allora è giunta l'ora di prendermi una pausa, diciamo estiva e vi auguro con tutto il cuore di ritemprarvi ovunque voi siate o andrete.
BUONE VACANZE a TUTTI!

BUONE VACANZE a TUTTI!
domenica 26 giugno 2016
La bisbetica domata
"Non ce la faccio più! Qualcuno mi
aiuti!" urlava a squarcia gola e le parole si diffondevano in tutto il
circondario. Ma nessuno prestava attenzione o perlomeno si mostrava preoccupato
o dispiaciuto. Gli abitanti del luogo continuavano la loro vita come se quelle
parole non le avessero mai udite. Ogni mattina alla stessa ora e il pomeriggio,
poco dopo l'imbrunire, le frasi accalorate viaggiavano sulle onde del suono.
Era un vasto residence costituito da dieci
palazzoni, sistemati a raggiera, che s'affacciavano sui vialetti stretti
convergenti su di un ampio viale abbellito da giardini privati degli
appartamenti a piano rialzato; quindi un flusso continuo di persone percorreva
lo stradone principale, per accedere nei vialetti secondari conducenti ai portoni
delle abitazioni. Durante la giornata il residence era attraversato da
condomini e nell'atrio principale i suoni dei residenti convergevano, rimbombando come una eco in una voragine montana.
La vita scorreva all'interno di quel residence in
una mescolanza di sensazioni, umori, dispiaceri, vocii, tutto si avvertiva e si
subodorava attraverso le finestre aperte al momento del cambiamento d'aria o
durante i mesi caldi; le vite altrui viaggiavano e penetravano altre intimità
in una mescolanza di emozioni. La tecnologia aveva anche dato un colpo di
familiarità costretta, le conversazioni al cellulare sui balconi non erano più così personali e, come in una sceneggiata da
palcoscenico, in quel complesso residenziale, per forza di cose, si viveva la
vita anche del vicino o del dirimpettaio senza farne parte.
Lei era sensibile, molto sensibile, e quel giorno
in cui le urla angosciate si diffusero maggiormente nell'aria, scese di corsa
e, ignorando la raccomandazione della sua vicina di casa, andò a suonare
all'appartamento del portone accanto che aveva l'esposizione esterna come la
sua: non aveva resistito alle urla di aiuto, di dolore, alle urla insistenti e reiterate. L'accolse una donna sui cinquant'anni stravolta e
ben vestita che non comprese il perché della sua venuta, la trattò in malo modo
e condannò il suo intervento; la giudicò invadente, non dandole nemmeno il
tempo di potersi spiegare e la spintonò verso la balaustra delle scale. La
vicina, quando la vide rientrare mestamente, scosse il capo come a volerle
ricordare il "te l'avevo detto". Ma lei non si capacitava, non tollerava
quell'insensibilità e quel disinteresse collettivo. Che strana gente viveva in
quel complesso, si chiedeva, come facevano a passare oltre, anche fosse stata
una schizofrenica andava aiutata: la persona in questione non aveva nessuno e
viveva da sola. Puntualmente la voce urlante riprese a esternare tutta la sua
rabbia, le richieste d'aiuto si fecero più sonore; la disperazione e la
sofferenza ammorbarono nuovamente quel complesso di case.
Gli abitanti erano
sempre più incuranti, giudicavano quella giovane signora una mentecatta e ne
avevano timore. I servizi sociali informati della situazione, quando
giungevano lì, non trovavano mai nessuno che gli aprisse la porta: lei non
rispondeva e fingeva di non esserci. La sensibile ragazza pensò di contattare
un amico carabiniere e gli chiese d'intervenire per disturbo alla quiete
pubblica. Le forze dell'ordine all'ora della molestia suonarono a quella porta
e la donna gentilmente, dopo averli fatti accomodare, mostrò loro un copione
teatrale ben conservato: in un passato non molto lontano era stata un'attrice
di discreta fama. Le urla erano una recita, davvero realistica, e lei una
povera attrice che non si rassegnava per non cadere in depressione.
"Ma davvero!" esclamò la ragazza
sensibile "Avrebbe potuto dirlo! Poverina, avrebbe bisogno di recitare sul
palcoscenico."
"E no!" rispose l'amico carabiniere e
attore dilettante in un teatro tenda del quartiere. "Non penserai di farla
venire da noi?"
Il complesso residenziale finalmente viveva giorni tranquilli,
solite beghe familiari, solite telefonate esterne o volumi assordanti di
televisori e stereo; si udivano anche strumenti veri che eseguivano quelle
belle evoluzioni musicali dilettantistiche o professionali, ce n'era per tutti
i gusti: era la quotidianità di una famiglia allargata.
La voce fragorosa
dell'attrice dimenticata risuonava ora nel teatro di quartiere, dove la
compagnia teatrale ottenne un discreto successo nella "Bisbetica
domata" di Shakespeare; il ruolo di Caterina, protagonista scontrosa
e irascibile fu affidato a lei, alla condomina urlante di quel ben noto
complesso residenziale.
giovedì 9 giugno 2016
Duplice ossesione
Elena era cresciuta e non si piaceva. Tutti dicevano di lei che era bellissima, ma con un carattere riottoso. Difficile starle accanto. Il malumore l'accompagnava, come anche l'insoddisfazione. Non le piaceva nulla di suo, ma ciò che apparteneva agli altri era per lei sempre migliore. Ed era per questo che le rodeva il cuore. Non era cresciuta interiormente: era rimasta allo stadio infantile, a quando apprezzava la bambola di sua sorella e la desiderava strappandogliela di mano, eppure le bambole erano simili. E la situazione non cambiò anche durante la giovinezza; la collanina, le scarpe, il golf, ogni cosa di sua sorella le piaceva, anche facendo acquisti simili desiderava ciò che indossava la sorella. Quando giunse l'amore, s'innamorò del fidanzato della sorella e poiché la situazione era delicata, preferì trasferirsi altrove. La vita, così generosa con lei sia per l'aspetto fisico che per le capacità intellettive, non fu vissuta allo stesso modo.
"Devi farti curare.", le disse un giorno una collega di lavoro che le era anche amica ed era dispiaciuta di cogliere quello sguardo carico di rabbia.
"Io non ho bisogno di cure." rispose Elena "Mi manca la comprensione."
"Vieni con me!" rispose quella collega "Ti porto in un posto speciale."
Acconsentì e si trovò in una realtà che mai avrebbe immaginato, certo si conoscono determinate verità, ma solo per sentito dire e non per contatto diretto. Un centro per disabili, giovani, tanti giovani. Chi in carrozzella, chi senza ma con andatura anchilosante, chi con una fissità sul volto e uno strano sorriso, chi si muoveva con movimenti irregolari e chi non riusciva a tenersi fermo, chi emetteva suoni gutturali e chi aveva una fisicità non propriamente umana. Ma tutti con una luce, strano a dirsi, serena, una luce lontana dal desiderio inconcepibile, una luce che non aveva nulla dell'insoddisfazione.
Ma come, si disse lei, loro avrebbero mille motivi per essere insofferenti dentro e non lo sono, loro amano la vita così come l'hanno ricevuta. Forse si è felici quando non si comprende? Ecco, convenne, il cervello umano meno comprende meglio è.
"No!" le rispose l'amica quando seppe. "Si desidera ciò che non ci appartiene. Quando esaudiscono sempre i nostri desideri: il rifiuto, il rimprovero sferzante unito alla dolcezza formano l'individuo."
E allora lei andò indietro nel tempo, a quando i suoi capricci erano esauditi, a quando le dicevano che era la più bella e la più brava e a quando era riservato un trattamento diverso a sua sorella: lei godeva di favoritismi e la sorella no. Ma perché? Doveva saperne di più, doveva comprendere.
"Tu me lo devi dire, mamma, perché mi concedevi tutto e a Monica no? Perché io ero coccolata e Monica sempre rimproverata aspramente? Ora ricordo il suo viso rigato di lacrime. Ma rammento anche come lei ostentasse sicurezza e soddisfazione, quasi una risposta al mio sguardo compiaciuto d'essere la privilegiata."
"Tu sei mia figlia, Monica non lo è." rispose la madre.
"Che vuol dire, siamo così simili, somigliamo tanto al papà."
"Tuo padre aveva una relazione con mia sorella che morì di parto, io vi ho cresciute insieme, ma non ho mai perdonato."
"Il tuo odio ha fatto di me una persona infelice."
I meccanismi della vita, quando si ottiene si finisce per essere insoddisfatti, mentre la mancanza d'attenzione e la durezza temprano lo spirito.
Che stupidità, si disse Giulia, mai letto un libro più banale, e poi chi gioisce e riceve affetto è infelice, ma valli a capire questi scrittori e noi che acquistiamo le loro scemenze; prese il libro e lo sbatté contro il muro; meno male che Gianluca non era uno scrittore di quel genere e stava per incontrarlo. L'aveva conosciuto alla presentazione del suo ultimo libro ed erano entrati subito in sintonia, era uno importante, vendeva centomila e passa copie, aveva un nome e appena pubblicava un libro, andava a ruba: la gente acquistava a scatola chiusa.
Gettò lo sguardo sul libro miseramente finito sul pavimento e vide la foto di Gianluca che spuntava dall'interno, non vi aveva fatto caso prima. Caspita, si disse, ma è lui, gli farò delle domande per comprendere il senso del libro sciocco che ho appena terminato. Non ricevette delle adeguate risposte: lui tergiversava e cercava di cambiare argomento, ma non solo tentava di essere fastidiosamente ironico, quasi a voler mettere in dubbio le sue qualità di lettrice. Giulia s'irritò e cominciò a insospettirsi, le avevano detto che tanti scrittori di successo, quando pubblicano con una certa consuetudine, hanno uno staff preposto che dopo aver preso visione del canovaccio sviluppano la storia; egli sicuramente non aveva neanche letto l'ultima stesura. Cosa fa il successo, una volta ottenuto è come una rendita in omne tempus.
Giulia era, anch'essa, una scrittrice ma anonima, aveva provato a inviare i suoi manoscritti, le rispondevano che per pubblicarli avrebbe dovuto comprarsi le copie. Figuriamoci, pagare il proprio lavoro; meglio restare in ombra e continuare a coltivare la sua passione. Un giorno lesse un brano dell' ultimo lavoro di Gianluca, col quale oramai aveva intrecciato una relazione, e lui le chiese di entrare a far parte del suo staff.
"Sai, si tratta di revisionare i miei lavori, di apportare qualche modifica o di elaborarla; servono varie riletture esterne. Tu hai stoffa da vendere e stando da noi potresti migliorare la tecnica di scrittura e imparare quegli accorgimenti necessari affinché un libro diventi appetibile."
Giulia accettò e cominciò a collaborare. Gianluca consegnava la bozza e i collaboratori la perfezionavano, lui neanche la rileggeva e il lavoro ultimato finiva alle stampe come lei aveva supposto. La cosa non le andava giù, perché doveva prendersi il merito che non gli spettava?
Nuova presentazione dell'ultimo libro di Gianluca Fortori dal titolo inquietante: "Duplice ossessione". Un folto pubblico occupava le poltroncine in plexiglass all'aperto di quella piazza rinomata, dopo i convenevoli e la recensione accattivante del critico di turno, una voce si levò dal pubblico: "Ci spieghi, signor Fortori, l'epilogo della storia e nel sesto capitolo perché quel flashback così inusuale?"
"Duplice ossessione" fece flop, e Giulia? Per ora possiamo solo immaginare: il futuro non rema sempre contro!
Giulia era, anch'essa, una scrittrice ma anonima, aveva provato a inviare i suoi manoscritti, le rispondevano che per pubblicarli avrebbe dovuto comprarsi le copie. Figuriamoci, pagare il proprio lavoro; meglio restare in ombra e continuare a coltivare la sua passione. Un giorno lesse un brano dell' ultimo lavoro di Gianluca, col quale oramai aveva intrecciato una relazione, e lui le chiese di entrare a far parte del suo staff.
"Sai, si tratta di revisionare i miei lavori, di apportare qualche modifica o di elaborarla; servono varie riletture esterne. Tu hai stoffa da vendere e stando da noi potresti migliorare la tecnica di scrittura e imparare quegli accorgimenti necessari affinché un libro diventi appetibile."
Giulia accettò e cominciò a collaborare. Gianluca consegnava la bozza e i collaboratori la perfezionavano, lui neanche la rileggeva e il lavoro ultimato finiva alle stampe come lei aveva supposto. La cosa non le andava giù, perché doveva prendersi il merito che non gli spettava?
Nuova presentazione dell'ultimo libro di Gianluca Fortori dal titolo inquietante: "Duplice ossessione". Un folto pubblico occupava le poltroncine in plexiglass all'aperto di quella piazza rinomata, dopo i convenevoli e la recensione accattivante del critico di turno, una voce si levò dal pubblico: "Ci spieghi, signor Fortori, l'epilogo della storia e nel sesto capitolo perché quel flashback così inusuale?"
"Duplice ossessione" fece flop, e Giulia? Per ora possiamo solo immaginare: il futuro non rema sempre contro!
martedì 24 maggio 2016
Pura realtà

So che è arrivato, è in compagnia della sua famiglia, la moglie e il giovane figlio; so che c'è e non nascondo ai miei la curiosità di conoscerlo. Non è il Presidente della Repubblica, né tanto meno un'illustre persona, ma è uno che facendosi da sé e sfidando la sorte, occupa ora un posto di prestigio e il che non è poco.
Entro con aria di circospezione e mi accorgo subito del nuovo arrivato, dopo i convenevoli e le presentazioni di rito mi accomodo ad una poltroncina in giardino; lui abbastanza informale prende posto di fronte a me, ha un sorriso bonario e sincero, un tipo qualunque mi dico. La conversazione prende quota, così semplicemente: a volte ci immaginiamo delle complicazioni che finiscono poi per dissolversi come bolle di sapone.
Mi guarda e mi dice: "Ti racconterò la storia della mia vita, sembra una favola, ma è la realtà."
Sono nato in un paesino che ancora oggi non offre risorse ai suoi abitanti, quella vita mi stava troppo stretta e desideravo realizzarmi, allora partii allo sbaraglio, in tasca avevo solo centomila lire ricevute da mia nonna. Raggiunsi la metropoli per eccellenza e mi adattai a fare lavoretti d'ogni genere, la voglia non mi mancava e il desiderio di farcela era più forte d'ogni cosa. Vissi un lungo periodo di privazioni, di adattamenti, di sopportazioni e di umiliazioni; mio padre venne a trovarmi e quando comprese, mi consigliò di mollare tutto e di tornare al paesello. Io non lo ascoltai e continuai a cercare la mia strada. Il caso volle che potessi essere assunto come cameriere in un noto ristorante della città, meta di uomini che contano nel mondo della finanza, dello spettacolo, della moda. Ero socievole e disinvolto, sapevo come servire ai tavoli con classe e savoir faire e quando una mattina due uomini ben vestiti chiesero chi avesse servito la sera prima il "dottore", io mi feci avanti con molta naturalezza, mentre i colleghi intimoriti s'inabissarono nelle cucine. Mi fu chiesto: "Lei sa chi ha servito ieri sera?" risposi di no e da quel momento cominciò la mia avventura.
Il "Dottore" che chiamavano tutti così per il titolo ben meritato, sia per cultura che per importanza, mi volle al suo servizio e lo osservai veramente quando attraverso la vetrata del suo studio mi fece cenno di avvicinarmi; lo osservai quella famosa mattina in cui le sue guardie del corpo mi condussero alla villa in Rolls-Royce. Divenni il suo uomo di fiducia, in breve tempo mi occupai dell'amministrazione del suo impero e imparai il mestiere di organizzatore di grandi eventi; il mio nome divenne importante e conosciuto, ma soprattutto stimato. Restai al suo servizio per un decennio e quando egli morì per cause poco chiare, nonostante la moglie volesse che io continuassi a dirigere il tutto, feci l'organizzatore grandi eventi per uno stilista di fama mondiale, poi di un altro ancora, sinché non fui notato da un imprenditore molto noto che, dopo avermi fatto frequentare un corso formativo di sei mesi, mi nominò suo uomo di fiducia e Personal Coach aziendale. In direzione, attualmente, sono all'ultimo piano nella stanza del capo e quando al mattino varco l'ingresso e prendo l'ascensore per salire in alto, penso costantemente che la vita è fatta di incontri giusti e di tanto impegno, nonché di voglia d'emergere e, nel mio caso, di tanta onestà. Io non sono mai sceso a compressi, conosco segreti che tanti farebbero carte false per venirne in possesso, in passato mi hanno anche fatto delle offerte, ma ho sempre osservato la mia etica, quella che ho ricevuto in dono da mio padre ed è quella che conta più del denaro. Chi mi ha assunto, di volta in volta, sapeva che di me si poteva fidare e che continuerà a fidarsi. Loro, i personaggi molto in vista, senza uno staff alle spalle non potrebbero muoversi ed io sono colui che tiene in piedi lo staff; come abbia imparato a farlo ancora non so.
Sono senza parole e gli dico: "La tua storia farebbe veramente gola a molti, i personaggi da te nominati sono molto in vista, ma se tu lo facessi non avresti più sul volto quel sorriso sereno."
"Proprio così!" mi risponde, allora molto semplicemente si alza e si appresta a dare una mano nell'apparecchiare la tavola: è ora di cena e la serata al fresco in giardino ha stuzzicato l'appetito.
giovedì 5 maggio 2016
Impressioni di lettura
Sotto un altro cielo
(Laurana Editore)
Le radici vanno rinnegate:
occorre salvarsi dal mostro dell’orrore, della distruzione, della miseria e
della morte. Fuggire, solo fuggire: non c’è via d’uscita! E si segue la marea,
quella massa umana che ha il volto della disperazione. Non v’è certezza di
salvezza, ma quand’anche non ce ne fosse, sarebbe peggio rinunciare e attendere
la fine. Il mare rappresenta quella salvezza. Ma nel dolore, i traghettatori di
anime hanno un unico scopo: il denaro. E caricano su mezzi di fortuna persone
come fossero scarti da gettare via. Ed è quello che accade! Il fenomeno
migrazione ha raggiunto livelli spropositati, il popolo martoriato dalle
guerre, dal regime, dal terrorismo e dalla fame fugge per non morire nella
propria terra. Famiglie intere raccolgono i loro risparmi per pagarsi a caro
prezzo il viaggio della speranza. Ogni giorno le immagini televisive ci mostrano
lo strazio di queste persone che affrontano l’impossibile: chi riesce a toccare
terra, nei luoghi del divieto, affronta il muro dell’indifferenza e del
rifiuto. Questo libro, una silloge di racconti e contributi, nasce per dare
voce a questo dolore, dieci scrittori importanti raccontano una storia sul tema
immigrazione, l’uso della scrittura per svegliare le coscienze e dare uno scossone
a coloro che credono di sapere, facile quando il dramma non si vive sulla
propria pelle, e soprattutto la scrittura come arma contro i pregiudizi e gli
avvoltoi che speculano sul dolore.
Il primo racconto, dal titolo
“Un corpo gettato via” a firma di
Dacia Maraini, ci narra la storia del bambino morto sulla spiaggia di Kos in
Grecia, di quel bambino la foto fece il giro di mezzo mondo, lasciandolo sconvolto;
un tronco approdato sulla spiaggia,
narra con dolorosa mestizia l’autrice. 5.860 dollari per scappare dalla Siria e
tentare la traversata su di un gommone affidato forzatamente all’inesperto
padre del bambino. Un padre che tenterà il tutto per tutto quando i due scafisti,
dopo aver incassato i soldi, abbandoneranno il natante. La storia troverà l’innesto con la vicenda
personale della voce narrante, la fuga dall’orrore della guerra e la fuga del
compagno della protagonista dalla mancanza di lavoro. Con scrittura lieve e
profonda possiamo vivere la sofferenza del padre siriano che cerca
disperatamente il figlio: è buio, si è scatenata una rissa, sono finiti in mare
e i falsi giubbotti non li aiutano a galleggiare. La luce del sole restituirà il
corpo esanime del bambino che pare addormentato sulla spiaggia, si chiamava
Aylan Kurdi e con i suoi genitori era diretto verso il Canada dove vive una
parente, ma occorreva passare prima dalla Grecia.
Shankar è il titolo del secondo racconto a firma di Giampiero Rossi
che ci parla delle emozioni e aspirazioni di un ragazzo indiano, un
giovanissimo uomo che sin da piccolo coltiva un sogno: “guidare un’auto e possederla
per poter viaggiare”. Shankar appartiene a una modestissima famiglia indiana,
mezzi di locomozione neanche l’ombra, solo uno zio diviene un personaggio per
essere possessore di una scalcinata auto che accende le fantasie del bambino.
Shakar con il suo impegno nello studio e nel lavoro riesce ad accantonare la
somma per prendersi la patente e sarà quest’ultima che gli darà la possibilità
di poter guidare: sarà assunto come autista al servizio mobilità del complesso
alberghiero. Su e giù in un andirivieni lento e sempre uguale, ventiquattr’ore
al giorno per caricare turisti e accompagnarli nei percorsi interni delle
strutture alberghiere; abilità di guida nell’accelerare e scalare le marce,
nulla, più che meno suonare il clacson per sentire quel suono che scandisce normalmente
il traffico nelle città indiane. Regole, solo regole e i clienti sono
importanti, per di più turisti che giungono da ogni parte del mondo. Shakar
deve ubbidire e non trasgredire: quei soldi gli servono per aiutare la
famiglia. Il ragazzo dai profondi occhi scuri non può dare prova della sua
destrezza alla guida, non può intavolare nessun tipo di discorso con i clienti,
deve solo proseguire la sua lenta marcia anche di notte, sono concesse solo due
ore di sonno, e tutto per un modesto compenso: diecimila rupie, ossia circa 150
euro. Gli occhi del ragazzo si apriranno quando conoscerà una giovane cliente
che lo farà riflettere; egli abbandonerà l’India e giungerà in Italia credendo
di trovare una condizione lavorativa migliore, invece sarà costretto a lavori
più infimi che gli faranno rimpiangere la sua terra.
“2 atmosfere” è il titolo del terzo racconto a firma di Gianfranco
Di Fiore che in un crescendo descrittivo ci narra del degrado, tormenti,
miseria, sfruttamento subiti dalla manovalanza clandestina. Il protagonista è
un giovane di vent’anni, Adil, giunto in Italia quindici anni prima, un
bracciante addetto alla raccolta dei pomodori, un ragazzo che accarezza il
sogno di poter illuminare la sua lercia e putrida baracca con un fascio di luci
colorate. L’unico suo svago è la musica e immagina di acquistare un generatore
di luci per dare vita a quella topaia dal tetto bucato trasformandola in
discoteca, un luogo ricreativo dove poter invitare la sua innamorata, Rita, una
ragazza che si occupa del distributore di benzina situato dall’altra parte
della statale, proprio di fronte al complesso di baracche occupate dai
clandestini. Due atmosfere di vita
sofferta che s’incontrano e s’innamorano: lei lavora e sostituisce il padre
nella conduzione economica familiare, lui, il ragazzo siriano, il padre è
orfano di padre e vive una condizione lavorativa pesante che non trova mai sollievo
neanche durante la breve permanenza nel ricovero. Siamo a conoscenza delle condizioni disumane
di queste persone sottoposte a uno sfruttamento che è simile allo schiavismo
del medioevo, ma leggendo questo racconto ci parrà di essere nei luoghi del
degrado, ci parrà di respirare le loro angosce, le loro prove; entreremo in
contatto con una realtà che spesso tentiamo d’ignorare oppure ne parliamo
soltanto, fingendo compassione; l’autore ci mette in contatto con questi
drammi, anzi con la sua pregiata scrittura ce li fa vivere con profonda emozione.
“L’ultima fuga” è il titolo del quarto
racconto a firma di Renato Minore che ci introduce nella Francia al tempo della
seconda guerra mondiale, quando tutti fuggono da Parigi per mettersi in salvo
dalle armate tedesche. La popolazione cerca riparo a sud e la Spagna rappresenta
la salvezza. I fuggitivi si ritrovano tutti a Lourdes e fra di loro una coppia
il cui coniuge, con appartenenza religiosa ebrea e possibilità di conversione
cristiana, fa voto di raccontare la storia di Bernadette se mai usciranno vivi
da quell’incubo. Nel gruppo dei
fuggiaschi c’è un filosofo ebreo tedesco che come gli altri cerca di sfuggire
alla cattura dei profughi. Gli ebrei sono in una lista nera e vanno consegnati
alla Gestapo. Per uscire dalla Francia occorre un’autorizzazione impossibile da
ottenere e lui decide di passare la frontiera come clandestino. Non abbandona
mai una pesante borsa nera nella quale custodisce un manoscritto, l’orologio
del nonno e una boccetta sigillata. La traversata sui monti impervi sarà
faticosa e lo porterà allo stremo delle forze. La frontiera non è più transitabile
e i clandestini devono tornare in Francia dove saranno condotti nei lager nazisti
o nei campi francesi per profughi. Il filosofo si toglierà la vita con la
morfina della sua boccetta: non ha le forze per percorrere nuovamente i
Pirenei, di lui resteranno a memoria la borsa nera e una lapide sul muro di
cinta del camposanto. La storia è narrata con ritmo incalzante e in modo
magistrale, la scrittura pregevole ci fa
riflettere sul dolore dei profughi di ogni tempo.
“Leonie” è il titolo del quinto racconto
a firma di Francesca Pansa che con struggente e mirabile narrazione ci porta a
conoscere le tribolazioni del popolo africano costretto a scappare dalle
dittature e rivolte contro l’aguzzino, scappare dalle violenze e dalla miseria,
abbandonare la propria terra non per scelta ma per costrizione. La voce
narrante avrebbe voluto conoscere la donna, Leonie, ritrovata morta sulla
spiaggia dell’Arenella tra i sassi di Pantelleria. Avrebbe voluto esserle
amica, sapere della sua infanzia, del suo innamoramento per il futuro marito,
un insegnante, e avrebbe voluto farsi raccontare della sua fuga disperata alla
ricerca del domani. Avrebbe voluto conoscerla prima per aiutarla e donarle un
futuro migliore, avrebbe voluto condividere le sue speranze e emozioni di madre
di cinque figli. Avrebbe, solo avrebbe: a causa dello scafista sciagurato che
per quattro giorni ha tenuto tra la vita e la morte più di duecento persone su
di un barcone sballottato dal mare in tempesta, quella conoscenza non c’è mai
stata. La motovedetta li avvista e tenta il salvataggio dei superstiti, se ne
parlerà con rammarico e dolore per via dell’evoluzione tragica; diversamente
sarebbe stato un ennesimo approdo, ritenuto scomodo per le pratiche da
espletare e per i costi da affrontare. Il dolore diviene una colpa per la gente
in fuga.
“Il drago di Berat”è il titolo del sesto
racconto a firma di Pierfrancesco Majorino che riaccende i riflettori
sull’esodo in massa degli albanesi nell’agosto del 1991, albanesi che all’epoca
presero d’assalto la Puglia costretta ad affrontare un’emergenza di immani
proporzioni: 27 mila profughi che fuggivano dalla dittatura comunista e dalla
crisi economica, un esodo biblico, il primo verso l’Italia. La storia mette a
confronto due importanti periodi e ci parla
di un ragazzino albanese nato in Italia, egli vive in un condominio milanese e
fa amicizia con un misantropo ragioniere del palazzo, la cui unica compagnia
sono i suoi giornali. Il ragioniere conserva i
giornali uno per uno da un tempo infinito, e proprio attraverso uno di
questi quotidiani datati il bambino, Nicolas, vedrà la foto dello sbarco
storico degli albanesi e saprà che in quella foto c’era anche suo padre giunto
in Italia con la sua storia di dolore e fierezza per quello che rappresentava la
sua famiglia prima della crisi. Ora l’Albania finge di non ricordare il suo
passato e teme l’arrivo dei profughi, quella stessa Albania, che fu profuga per
disperazione, chiude le porte agli invasori. Umanità ricevuta in cambio dona indifferenza.
Nicolas ha ora ventisette anni e accoglie i profughi a Bruxelles, ha il compito
di metterli in salvo attraverso le frontiere, lui è il drago di Berat, così
come chiamavano suo nonno, abile chitarrista nei circhi albanesi al tempo in
cui Tirana era gemellata con il grande circo di Mosca.
“Latte appena macchiato” è il settimo racconto a firma di Simone
Gambacorta che con stile fresco al passo con i tempi ci parla di una storia
intrisa di classismo e di scalata economica, una storia che punta il dito sul
conservatorismo e sull’atteggiamento dei tradizionalisti legati al mondo
elitario. Conosciamo il protagonista, Gianni, che sposando la figlia di un
industriale s’impegna a tutto tondo nella conduzione della fabbrica facendola
crescere, ma non solo: Gianni s’imbeve di tutte le abitudini del mondo bene,
circoli, viaggi esclusivi, cene e pranzi con gli amici più in vista, selezione
accurata delle frequentazioni per rispettare quel cliché del mondo di facciata
privo di sensibilità. In un crescendo di elucubrazioni da parte di Gianni convocato
da un “dottorino”, come la voce narrante lo definisce, un laureato in
giurisprudenza, apprenderemo una storia fatta di emarginazione: un amico del
gruppo frequenta una ragazza mulatta, cittadina italiana, e a quel punto lui va
allontanato, come se il colore della pelle, latte appena macchiato, fosse un
problema per i conservatori. Una storia che ben s’inserisce nel contesto di
questa silloge: fuggire da un mondo che
poggia sui valori formali ancora pregni di razzismo.
“Donne di ferro” è l’ottavo racconto a firma di Claudio Volpe che
con stile incisivo ci fa conoscere gli orrori perpetrati dalle donne
appartenenti al califfato, la narrazione in questo brano è come un fendente che
lacera il cuore. L’autore conosce l’arte della scrittura: mentre si legge, si
vive il tormento di un fondamentalismo scellerato che va al di là di ogni
immaginazione. La voce narrante, in prima persona, ci racconta del suo approccio
ed iniziazione al vero islamismo che credeva fosse amore per Allah; ci narra
delle uniforme indossate dalle donne, il burqa, e apprendiamo che a ciascuna di
loro è consegnato un Kalashnikov che dovrà vivere con loro. Veniamo a
conoscenza di come queste donne, per ordine dell’emira, preparino le bambine,
di età compresa dai nove ai tredici anni, per consegnarle ai combattenti come
premio che soddisfi i loro appetiti sessuali. Ci parrà di udire gli strazi e i
gemiti delle fanciulle e ci parrà di vedere il sangue verginale sul pavimento.
Proveremo il dolore lacerante delle donne punite per peccati non commessi: anche
mostrare il seno per allattare è un peccato; donne alle quale sarà strappato
dall’emira del califfato il capezzolo a morsi con una dentiera di ferro, la
stessa dentiera che sarà costretta a usare la protagonista per non subire la
medesima punizione. Macabre torture, corpi gettati vivi nel vuoto, acidi e
fruste tutto in nome di un falso Allah giustiziere. C’è chi si ribella alla
cruenta malvagità e per farlo deve scappare, lei, la voce narrante, ha ingoiato
quello strazio fino allo sfinimento e decide di fuggire con sua sorella,
giungeranno in Italia quando l’Isis ha colpito la Francia, quello stesso Isis
dal quale le due donne stanno scappando. Ora devono difendersi da chi crede che
il mondo islamico sia solo e sempre odio e sangue!
“L’ignoranza” è un
contributo a firma di Paolo di Paolo che affronta con competenza il tema del
razzismo, di quell’emarginazione che marca i confini dell’ignoranza:
accoglienza uguale sospetto, accettazione marchiata dal dubbio e dal convincimento
che l’origine religiosa e il luogo di provenienza facciano la differenza. Far
girare una voce, seminare il sospetto, diffondere un volantino, creare
l’atmosfera di pregiudizi, di diffidenza, condizionare le menti già accomunate
da quegli stereotipi inossidabili per ignoranza. Giudicare secondo quei cliché
e non riflettere sulle motivazioni che hanno creato e creano il costante
migrare. Paolo di Paolo cita titoli di libri che ci consiglia di leggere,
autori italiani e stranieri che parlano di quei drammi e vicissitudini, libri
di grande spessore per la qualità di scrittura. Mi ha colpito una
considerazione: “se io aiuto te, è come se tu assistessi me, e lui
venisse incontro a lei, e noi appoggiassimo voi, e loro sostenessero tutti gli altri”. Noi e loro in uno scambio di
storie, una condivisione di culture, e come accade ovunque, c’è chi percorre la
strada del bene e chi decide il contrario, sotto questo cielo siamo tutti
uguali.
“In che lingua lo ami” è un contributo a firma di Michela Marzano che
ci parla dell’amore fra due persone di diversa nazionalità. Il cuore palpita
nello stesso modo da occidente a oriente, ma la lingua, quella respirata dalla
nascita, quella che attraversa ogni cellula della conoscenza e del pensiero,
quella lingua resterà sempre la propria e sarà un marchio di identificazione.
Anche se ci si trasferisce in un luogo straniero per meriti speciali o per
intraprendere un lavoro, la lingua, poi, acquisita non sarà mai completamente
propria: sarà l’accento il bigliettino da visita e pur avendo lo stesso colore
di pelle, quell’inflessione linguistica sarà un’identificazione che porterà gli
altri a guardarti con circospezione. Ecco
che il muro della diffidenza si alzerà in talune occasioni: le radici non si
strappano, non si devono strappare ma creano barriere.
“La forza di uno scatto” ultimo contributo a firma di Alessandro Di
Meo fotoreporter dell’Agenzia Ansa che con mielata mestizia ci racconta del
naufragio a Catania di un barcone carico di migranti, il mare restituì ottocento
morti, difficile scattare foto al dolore di una morte ingiusta e di così enormi
proporzioni. Egli giunto a destinazione s’imbatte nei sopravvissuti, soltanto
27, e ne fotografa l’arrivo, successivamente s’imbarca sul pattugliatore della
Guardia di Finanza che va in perlustrazione. Constaterà che i gommoni dei
migranti sono delle zattere con un tubolare attaccato intorno: basta una
qualunque vibrazione per farle affondare. Con perizia dei soccorritori i
migranti vengono tratti in salvo, ognuno ringrazia come può, ognuno prega come
sa fare e lui, il foto reporter, preferisce conservare gli scatti più belli nel
suo cuore. Essere a contatto con le dure realtà fa comprendere sino in fondo,
guardare negli occhi il dolore fa entrare in simbiosi con la sofferenza.
In postfazione Claudio Volpe
parla del progetto di usare la scrittura come strumento e ringrazia tutti gli
autori che avendo la sua stessa sensibilità, lo hanno reso possibile.
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martedì 19 aprile 2016
Impressioni di lettura
Titolo intrigante dallo spunto
riflessivo: un titolo contiene un messaggio e anche se nello specifico si
tratta di una silloge di racconti, quindi ogni storia è a se stante, comunque
esiste un filo conduttore, un genere letterario che accomuna l’intero libro di
Grazia Giordani, scrittrice, giornalista e critico letterario. Un libro che
cattura al primo sguardo: sulla copertina primeggia la Pescatrice, opera di Giorgio
Giordani rinomato padre dell’autrice morto prematuramente, scultore di grande
talento, del quale si è ingiustamente obnubilata la memoria e la valenza
artistica.
Grazia Giordani ha ereditato l’amore per l’arte in ogni forma e
della quale ha competenza e passione che trasmette ai suoi lettori. Le sue recensioni
artistiche e letterarie sono appassionate e dettagliate, esaustive nella valutazione
e da più di vent’anni è critico letterario del quotidiano l’Arena. I libri sono
la passione primaria di Grazia Giordani, senza nulla togliere all’arte
pittorica, alla conoscenze delle lettere e alla scrittura sempre raffinata e
gentile, scrittura che denota l’essenza stessa dell’autrice.
La silloge, con il primo
racconto che porta il titolo del libro, c’introduce nell’ambiente fanciullesco,
nella rimembranza dei ricordi che partono dall’infanzia ai banchi liceali, a
quell’amicizia femminile fatta di conoscenza e osservazione da parte
dell’autrice di un comportamento strano della sua amica, una morbosità esagerata
nei confronti degli animali, morbosità che la portava a scuoiare uno sfortunato
ramarro per metterlo a nudo. Con la crescita le strade si separano e restano i
ricordi di quelle anomalie, da divenire un racconto iniziale della silloge che ha
un filo conduttore: svelare le emozioni più intime dei protagonisti.
Sono storie di vita ora reali
ora immaginate, come se i pensieri prendessero corpo e si materializzassero: in
“Dissolvenza” c’è tutta la sinestesia che procura emozioni, accompagnandoci per
mano e siamo spettatori di un irreale che pare esserci, di un immaginario
creato ad hoc perché rappresenta i desideri più riposti.
L’autrice ha origini emiliane,
ma la sua vita matrimoniale e lavorativa si svolge a Badia, zona nei pressi del
fiume Adige che porta l’eco dei monti; un fiume è pace, concentrazione e
ispirazione che prende forma nelle storie di Grazia Giordani e “nell’Eco della
Montagna” che le valse un premio, c’è tutta l’atmosfera e la consuetudine dei
gesti, della ripetitività scontata che appiattiscono i rapporti, e a farne le
spese è la protagonista Helga alla quale resta il bellissimo spettacolo montano
con i suoi rumori, odori e sensazioni. “Il
mormorio delle fronde, il sapore pastoso
delle castagne, il mistero del bosco, la musica del vento” metafore che la
scrittrice sa come dosare e creare.
Innamorarsi di una foto,
accade e molto più spesso di quanto si pensi, è la storia del protagonista del
racconto che s’intitola “La Fotografia”, l’uomo è ossessionato da quella foto
pubblicitaria e scopre che appartiene a una scrittrice che reclamizza l’ultimo
romanzo. Lui l’adora ma vorrebbe farle piegare quell’alterigia
che appare sul suo sguardo e farnetica in strane elucubrazioni; del resto è ben
avvezzo a vari deliri che cerca di arginare con sedute psichiatriche, ma al
tempo stesso giustifica il suo comportamento paragonando le sue paranoie a quelle
di Nietzsche e Schumann.
E che dire di Ginevra
protagonista del racconto “Frenesia”, Ginevra vive fra le pagine di un libro e
decide di divenire un personaggio reale uscendo dalle pagine del romanzo,
materializzare la sua entità incorporea e surreale per provare l’ebbrezza della
realtà, una frenesia appunto. Nel reale anche noi vorremmo costruirci un’altra
vita, magari nella nostra ci stiamo stretti e vorremmo uscire dalle nostre
pagine scritte di vita vera, ma non abbiamo il coraggio di farlo, di prendere
una posizione e restiamo chiusi nel nostro inciso fra due virgole.
La raffinata signora del “Mistero
a margine” pone degli interrogativi, delle riflessioni letterarie e deduzioni
psicologiche, fa accenno ai grandi letterati, poeti, filosofi dei quali ha
conoscenza e amore, ma non è ostentazione di quell’amore, è solo passione da
trasmettere ai lettori, perché lettura è arricchimento e se alla piacevolezza
si unisce la classe della conoscenza, un libro è un giardino di magnificenze
per lo spirito e per la mente.
La scrittura di Grazia
Giordani non è solo storia raccontata è molto di più: nell’eleganza delle sue parole
vi sono rimandi letterari e artistici di grande spessore e competenza.
lunedì 11 aprile 2016
Impressioni di lettura
Ho ritrovato anche in questo romanzo lo stile di Màrai, scrittore ungherese di culto, quello stile fluido e attuale, quello stile che incatena e non lascia spazio ad interruzioni: l’abilità di Màrai sta nel destreggiarsi fra i vari registri dei personaggi che offrono un quadro fedele del contesto narrativo. Il tutto, di volta in volta, è raccontato sotto forma di monologo rivolto a un interlocutore privo di voce, un ascoltatore paziente che sta lì a raccogliere le confidenze senza interferire.
Il romanzo è stato scritto dagli inizi degli anni quaranta e poi ripreso nell’epilogo trent’anni dopo e riguarda una vicenda che va dagli anni venti fino all’inizio del regime comunista in Ungheria con uno scorcio sull’America degli anni sessanta. La storia è divisa in tre parti, la parte conclusiva è quella più moderna nel linguaggio e ci presenta un po’ la vita statunitense degli anni in questione quando la tecnologia aveva semplificato la vita del proletario che, ottenendo prestiti, poteva permettersi quei beni di lusso venduti dai borghesi. La vicenda, oltre che riguardare un triangolo amoroso: due donne si contendono lo stesso uomo, è incentrata sulla descrizione della classe borghese vista attraverso gli occhi di due persone appartenenti al mondo rurale ungherese.
La scena si apre in un'elegante pasticceria di Budapest, è un pomeriggio e una donna, Marika,scorgendo il suo ex marito, Peter, confida all’amica le vicende del suo infelice matrimonio e dell’assoluta dipendenza dal marito, uomo austero e affidabile legato ai formalismi e alle consuetudini. Per Marika crolleranno le certezze nei confronti del marito, quando ritroverà nel portafogli di Peter un nastro viola accuratamente riposto; un lembo di nastro, testimonianza di una passione bruciante per un’altra. In un monologo ben costruito Màrai narra la vita matrimoniale dei due borghesi, la nascita e morte del loro unico figlio, l’importante amicizia di lui con uno scrittore che non abbandonerà questa storia fino alla fine e infine la rottura del matrimonio.
Nella seconda parte è Peter a parlare, Màrai offre la possibilità al lettore di apprendere la stessa storia con gli occhi del protagonista di turno. Peter, uomo colto e raffinato, appartenente a una ricca famiglia borghese, toccherà argomenti più profondi: ricordi di famiglia, crisi della classe borghese soffocata da rigide convenzioni e tensioni fra le varie classi sociali sul rapporto uomo donna; un soliloquio che si snoda in frasi lunghe e ricercate impreziosite da eleganti metafore.
Nel terzo monologo entra in scena Judit, la proprietaria del nastro viola, colei che farà fallire il matrimonio dei due coniugi dell’alta società; lei la plebea poverissima che viveva con la sua famiglia d’origine in una fossa a contatto con i topi, lei che per sopravvivere va a servizio presso la famiglia di Peter il quale s’innamora della serva, ma sarà una passione che nulla concederà se non con il matrimonio. Judit racconta al suo innamorato del momento, un musicista, tutta la sua storia sin dagli albori; racconta la vita dei signori che poi saranno suoi suoceri, descrive ogni particolare di quell’esistenza fatta di lussi e di sprechi, di beni materiali ma non spirituali, di divari affettivi che sfociavano nell’infelicità. La lingua nella quale si esprime Judit è semplice, ma al tempo stesso colta e ironica, intrisa di quel sarcasmo mai banale frutto delle sue conoscenze borghesi: Judit imparò in fretta tutto il saper vivere.
Nell’epilogo Màrai fa parlare Ede, il musicista, colui che dopo essere sfuggito all’AVO (famigerata polizia politica del regime comunista ungherese) va in esilio a Roma, dove incontra Judit e vive con lei un’intensa storia d’amore. Da lei apprende la sua storia in una notte in cui lei si confida mettendo a nudo la sua anima; lui inizialmente credeva di aver scordato, poi la storia si ricompone come in un puzzle e gli torna in mente e la ripercorre ad un altro interlocutore mentre è in un bar di New York come barman.
Le vicende di “La donna giusta”si sviluppano dalla Budapest degli anni quaranta attraverso l’Italia fino a raggiungere gli Stati Uniti e ripercorrono le tappe della vita dello scrittore che, per sfuggire al detestabile comunismo ungherese, visse in esilio per il mondo. Màrai anche in questo romanzo si cala perfettamente nei panni dei personaggi: due donne e due uomini di estrazione sociale differente e li fa parlare con sensibilità e chiarezza, avvincendo il lettore in ogni passaggio ben costruito e altamente particolareggiato.
Il titolo ci porta a una riflessione, il compagno o la compagna è la persona giusta? Cosa è giusto: il sentimento o la passione, il matrimonio o l’amore?
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