venerdì 19 febbraio 2016

Enigma

       
                                                                   


   Edmondo era davanti alla sua tazza da latte colorata di caffè nero, sicuramente molto più caffè che latte: gli serviva per ridestarsi dal torpore mattutino che all’alba annebbiava la sua mente. Conduceva quel ritmo ormai da cinque anni con levatacce alle cinque del mattino: lavorava in una cittadina diversa dalla sua e per raggiungere quella destinazione ci impiegava due ore. Ma lui se lo teneva stretto quel lavoro, con i tempi che correvano, un’occupazione era una conquista che non a tutti capitava.  
   Entrò in bagno e fece scorrere l’acqua calda dal soffione per riscaldare la cabina doccia, l’acqua sul corpo aveva un che di magico, una vera sferzata corroborante. Era pronto, vestito di tutto punto, l’abito gessato gli piaceva in particolar modo e quella mattina lo indossò con maggior soddisfazione. Avrebbe dovuto incontrare il suo capo area che chissà… gli avrebbe comunicato quella promozione agognata che gli avrebbe permesso di trasferirsi in una sede più vicina alla sua città e, soprattutto, avrebbe ricevuto l’aumento di stipendio a lungo atteso. Sonia, la sua amata Sonia, non vedeva l’ora di stabilirsi da lui e di convolare a nozze, desiderava un figlio e solo con un margine di soldi in più i loro progetti sarebbero divenuti realtà.
   Scese le scale velocemente, l’ascensore era bloccato al primo piano, era leggermente in ritardo sulla sua tabella di marcia: la ricerca della cravatta gli aveva fatto perdere cinque minuti preziosi. Si aprì la porta della signora del terzo piano, una simpatica vecchietta che all’età di novant’anni, vivendo da sola, gli chiedeva a volte dei piccoli favori che ricambiava con prelibatezze culinarie preparate con le sue mani.
  “Mi scusi, signor Edmondo, so che ha fretta, ma la prego può versare questo danaro sul mio conto?” gli chiese, porgendogli una busta.
   “Certamente, cara Luisa. Non si preoccupi, è il mio lavoro. Buona giornata!” aggiunse, accelerando il passo e sorridendo tra sé teneramente: quella vecchina gli ricordava la sua compianta nonna che gli aveva voluto bene più di un figlio, facendo le veci dei genitori quando l’avevano abbandonato da piccolo per rincorrere i loro ideali.
   Era a metà giornata di lavoro, faceva il consulente investimenti, allorquando si ricordò del denaro di Luisa, lo estrasse dalla tasca e si apprestò a compiere l’operazione di versamento. La somma era abbastanza considerevole, più delle altre volte, e pensò che il figlio della vecchina avesse concesso alla madre una somma maggiore di denaro per far fronte a un periodo più lungo. Altre volte aveva ottemperato all’accredito sul conto della signora: lui era delegato dalla stessa; non si era sentito di rifiutarle quella cortesia, non gli costava nulla: era come farlo alla sua adorabile nonna.
   Mise la ricevuta del versamento in tasca e si diresse allegramente all’ufficio del capo che lo attendeva, mentre mentalmente si augurava di ricevere la sospirata promozione. Lavorava in quella banca da svariato tempo e si era distinto per professionalità, correttezza e puntualità, nonché onestà e passione. Egli credeva in quel lavoro che aveva amato da subito e nonostante non si sentisse gratificato dal lato economico, sperava in un miglioramento. Il più delle volte si tratteneva in banca sino a tarda sera per non avere arretrati e per programmare il lavoro del giorno successivo, ma anche per studiarsi tutte le circolari. Giungeva a casa molto tardi e stanco, durante la settimana quasi non aveva vita sociale, solo nel weekend incontrava la fidanzata e, fortuitamente, la cara condomina Luisa.
   “Molto zelante e puntuale!” esordì il funzionario che era in compagnia di alcuni finanzieri “Prego s’accomodi! Lei è una persona capace e meritevole, ha sempre svolto bene il suo lavoro, i clienti sono soddisfatti. Peccato, lei abbia provveduto a illeciti versamenti.”
   “Non capisco”rispose Edmondo disorientato.
   “Non c’è nulla da capire. Lei è in arresto per riciclaggio di denaro sporco!”
   All’improvviso la vita di Edmondo cambiò, si ritrovò agli arresti domiciliari in attesa di processo e sospeso dal lavoro con possibilità di revoca e licenziamento. Sonia era scomparsa e si faceva negare al telefono; lui riceveva solo la visita di un'affezionata amica che neanche per un attimo aveva dubitato di lui.
   “Ce la farai Edmondo!” gli diceva “Io ti difenderò!”
   Lara era un avvocato, alle prime armi, il cui aspetto sprovveduto e candido, purtroppo, non faceva presagire un’arringa incisiva e professionale. La ragazza invece era determinata e desiderava tirar fuori dall’impiccio l’innocente amico.
    La discreta vecchietta, che aveva cacciato Edmondo in quell’equivoco, si era trasferita e Lara avrebbe voluto interrogarla. La giovane non si scoraggiò e, poiché “il diavolo fa le pentole e non i coperchi”, riuscì a farsi rivelare l’indirizzo del figlio della nonnina dal giovane custode del palazzo: i portieri sono informati, basta una qualunque esigenza per essere a conoscenza dei recapiti dei parenti più prossimi .
  Ormai era appostata davanti all’abitazione di Emilio, il figlio di Luisa, era divenuta la sua ombra: Lara sperava che lui l’avrebbe condotta alla nuova casa della madre e così fu. Una mattina vide Emilio uscire da un’abitazione in periferia, nella quale era entrato, al braccio della madre; essi entrarono nell’auto e si allontanarono; lei aspettò con calma che ritornassero. Li vide giungere, infatti, dopo un paio d’ore; Emilio parcheggiò e scaricò dall’auto buste di vettovaglie e, dopo aver aiutato la madre a rientrare in casa, ripartì. Lara attese nuovamente e citofonò a Luisa, spacciandosi per una lettrice del contatore dell’acqua.
   “Venga, credo sia sul balcone della cucina. Sa, abito da poco qui, mio figlio ha voluto che mi trasferissi per via dello smog!”
   “Ha fatto bene! Era in città prima?”
   “In pieno centro, peccato… lì conoscevo un giovane tanto gentile. Come vorrei dargli il mio nuovo indirizzo, non ho il suo numero di cellulare.”
    Lara con il suo savoir faire fece scrivere una lettera che avrebbe consegnato lei stessa al ragazzo in questione: dopo un giro di domande fece intendere che lei abitava da quelle parti e che non le sarebbe costato nulla, farlo.
   Edmondo leggeva e rileggeva la lettera e giunse alla conclusione che la cara Luisa ignorava ogni cosa e che sicuramente il figlio si serviva della madre per depositare denaro sporco, frutto di illeciti raggiri.
   “Lara, dobbiamo avvertire la polizia, non devi appostarti più. Questa lettera li convincerà.”
   “No, ci penserò io!”
   Era notte fonda e Edmondo dopo aver indossato un lungo impermeabile e calato sulla fronte una visiera di un vecchio cappello di suo nonno, uscì dal portone di casa per recarsi da Luisa. Era stanco di quell’equivoco che aveva mutato la sua vita, voleva parlare con la signora, voleva convincerla a deporre in suo favore: a quell’ora il figlio non poteva nuocere e Lara per quanto avesse svolto delle ottime indagini, ora stava tirando troppo la corda e lui temeva che le accadesse qualcosa di spiacevole.
   Suonò il campanello, pigiò nuovamente, nulla, stava per andar via quando la porta lentamente si spalancò; l’interno della casa era immerso nel buio, solo una striscia luminosa si rifletteva sul pavimento e Edmondo entrando percorse quel fascio di luce e quasi inciampò sul corpo di una persona. Il giovane atterrito cercò un interruttore e con sangue freddo scostò il lenzuolo che era stato posto sul volto del corpo esanime. Che orrore, che macabra scoperta! Era Luisa cianotica e ormai deceduta che riportava ecchimosi sulla faccia e profonde striature bluastre sul collo. Si fece coraggio e rimise ogni cosa al suo posto: doveva andar via, doveva mettersi in salvo, forse l’assassino era ancora in quella casa, forse…
   Una botta in testa e il giovane smise di pensare, cadde e batté la tempia sullo spigolo di un vecchio cassettone.
    “Oh, signora Luisa, allora, è viva? Ho preso uno spavento!”
    “Caro ragazzo, siamo entrambi nello stesso posto.”
     Edmondo si guardò intorno e vide un mondo pregno di luce e soavità delicata, un profumo mai avvertito giunse a lui e i colori, i colori di quel luogo avevano qualcosa di magico.
     “Ma dove siamo, Luisa?”
     “Abbiamo lasciato la terra entrambi per lo stesso motivo.”
     “Siamo morti? Ma se mi sento così bene!”
     “Io sono morta, lei è in uno stato di transizione.”
     Edmondo vide il suo corpo che giaceva immobile e scorse il suo capo-aerea che conversava con Emilio, chi l’avrebbe detto, pensò.
     “E’ fatta! Ci siamo tolti questo sciocco dai piedi. Lo accuseranno della morte di tua madre che aveva scoperto ogni cosa e non ci vorrà nulla a fare due più due. Tutto secondo i nostri piani. Facciamo quella telefonata anonima alla polizia. Smetteranno, ora, d’indagare e potremo goderci i nostri soldi all’estero!”
   Ma Lara, sopraggiunta poco prima, era nascosta e registrò quella conversazione.
     Stesso abito gessato, stesso piglio giulivo, era cambiata solo la locazione e il ruolo, Edmondo ora era un “Q di quadro” in Direzione che aveva affidato all’avvocato Lara l’ufficio legale. L’amicizia fra i due giovani si era tramutata in amore e puntualmente si recavano assieme al cimitero per deporre fiori alla cara Luisa, vittima e artefice della loro felice unione. 


          

lunedì 8 febbraio 2016

Verso la libertà

            

   Avvoltoi neri, come la pece, stavano divorando la sua materia grigia, fagocitavano i pensieri, fieri di quel pasto fresco. La sua vita bruciata sull’altare della quotidianità divenuta, ormai, spettro lontano. Fanciulla perbene del tempo che fu, cresciuta con sani valori purtroppo sepolti.
   Era partita dal suo distante paese, rischiando la vita: la sua povera famiglia non aveva i mezzi per il sostentamento e il fratellino ammalato richiedeva cure,  doveva andare;  con la sua volontà e determinazione avrebbe lavorato per dare ossigeno a loro e cure mediche a Igor.
   S’imbarcò su quel natante della speranza, affrontando il viaggio estenuante, stipata assieme ad altri come bestie; giorni di navigazione fra flutti impetuosi e insidiosi, rischiando il naufragio. Luba approdò, fra varie peripezie, sporca e disidratata; toccò la terra straniera e tutto il resto non contava. La attendeva un amico conosciuto al suo paese, un tipo cordiale e gentile che si era offerto di trovarle un lavoro e una sistemazione in incognita. Buone prospettive e inserimento in un paese straniero, in quella nazione che spesso aveva guardato con interesse attraverso il video di una vicina più danarosa.
   Il giorno dello sbarco fu accompagnata in un posto sperduto in collina, un casolare dalle persiane rosse circondato da alberi di frutta; un suggestivo paesaggio che acquietò l’ansiosa Luba: temeva di non risultare gradita ai signori, ai datori di lavoro, per via della sua mancata conoscenza della lingua. Il volto ameno del caro amico, che le rivolgeva sorrisi rassicuranti, la confortò. La bella Luba dalla pelle di luna e occhi cristallini come il mare entrò timidamente e fu fatta accomodare in una stanza spoglia e disadorna, dalle pareti grezze macchiate di sudiciume incrostato. Un’unica finestra con una cancellata richiamò l’attenzione di Luba che, restando in piedi, sbirciò con preoccupazione la porta chiusa a chiave dal di fuori: nel silenzio aveva udito il cigolio della serratura e anche lo scalpiccio dei passi che si allontanavano.
   Le ore passavano e dal sole splendente fece capolino la luna, la stanza divenne buia e lei ebbe paura, allora cominciò a urlare per richiamare l’attenzione. Era seduta per terra, non c’erano sedie in quella stanza, le mancavano le forze e si sdraiò sfinita: era a digiuno, non mangiava dalla sera della partenza.  Sentì aprire la porta e vide un rozzo uomo dal passo sicuro che, senza rivolgerle la parola, le piombò addosso fulmineo, mentre il suo degno compare la immobilizzava, serrandole la bocca con un cerotto. Fu violentata crudelmente e bestialmente in tutte le posizioni, mentre lacrime di dolore sgorgavano copiose dai suoi occhi puri. La mattina dopo fu trascinata a forza in un’altra camera e l’uomo becero sogghignando, tuonò:
   “Tu sei cosa mia, io ti faccio lavorare e tu vivi!” 
   Giorno e sera con uomini diversi, la violenza continuò non più nella stanza spoglia, ma in una camera con il letto a baldacchino, sinché un pomeriggio in cui, per distrazione la porta d’entrata era rimasta incustodita, Luba corse fuori a perdifiato e con il fiatone in gola giunse sull’orlo del dirupo di quell’incantevole collina.  Il cuore furiosamente le rimbalzò nel petto obnubilandole la mente, una voce interiore divenne sempre più insistente.    
   “Spogliati solo per te e vai verso la libertà!”, e si lasciò andare.  

mercoledì 3 febbraio 2016

Affittopoli e non solo


                    



Oggi un breve comunicato, lo prendo pari- pari dalla mia pagina facebook, anch'io sono su facebook; non volevo, non ci credevo, lo snobbavo e poi visto l'afflusso anche di persone di un certo calibro mentale, sono entrata nel giro. Questo è accaduto un paio d'anni fa, dapprima a rilento con un certo distacco, uno gettare lo sguardo quando mi andava, ora da quando posseggo uno smartphone, un regalo, le comunicazioni in presa diretta mi giungono tramite telefonino, il brr-brr è lì, costante, non smette; se volessi, potrei mettere il silenziatore e non mi disturberebbe, se disturbo diverrebbe in talune circostanze. Leggo, quindi, quando posso e se ritengo utile rispondo. I nostri blog restano una bella vetrina di qualità, un posto per amanti di un certo tipo di prodotto, un posto dove diamo spazio all'informazione di qualità e a quegli scritti interessanti che non si trovano neanche sui libri al primo posto delle vendite: sui blog faccio letture di pregio. Ora tornando al discorso comunicato su facebook, ho puntato il dito sulle truffe, sui dolori e difficoltà di gente provata dalla miseria che prima non gli apparteneva, su quel lucrare tipico dei codardi parassiti.

                                           

Post su facebook

Affittopoli, città degli affitti facili, aggiungo io, e sappiamo di cosa sto parlando. Come sappiamo che c'è chi, non possedendo i soldi per l'affitto, e qui si parla di affitti spropositati, finisce per non farcela e viene sfrattato e si ritrova sotto i ponti o sulle panchine di una stazione, se le panchine sono libere. Mentre chi ha denaro, chi è un professionista di un certo calibro, può occupare un appartamento in una zona di prestigio e versare un piccolo obolo. Ma si sa siamo una nazione degli ECCESSI: noi facciamo le cose in grande, o tutto o niente. Noi doniamo ai ricchi e togliamo ai poveri, il modello Robin Hood è per noi superato. Pensate che per avvallare quest'idea, una Onlus ritirava prodotti ortofrutticoli a costo zero da aziende che donano alle associazioni umanitarie e anziché distribuire quei prodotti alle associazioni, li vendeva a utile pieno, nel senso che era tutto guadagno, quattro milioni d'euro complessivi. 
Lucrare sui dolori, lucrare sulle miserie, lucrare sulle difficoltà: BEH, CHI RIESCE A FARE QUESTO NON E' DEGNO D'APPARTENERE A QUESTO MONDO! Un momento, un momento: è degno di trovarsi nel mondo dei pusillanimi dalle ore contate, spero! E anche non fossero contate, la ruota gira!

lunedì 25 gennaio 2016

La gratitudine

                                                                        

   La gratitudine è ancora un sentimento di riconoscenza, di apprezzamento? Siamo in grado di mostrare un qualunque segno di affetto, di gratitudine per il bene ricevuto?
   L’umanità è imperversata da atti cruenti, da escalation di violenza volti a minare la stabilità umana: sovvertire l’ordine per creare il caos e la regressione dei popoli, con conseguente assoggettamento al di lui orchestratore del machiavellico piano.  La sete di potere, il fanatismo religioso, la mancanza di una Costituzione negli stati islamici destabilizzano la pace, la quotidiana vita che già arranca fra mille problemi e cerca disperatamente di trovare un giusto equilibrio. Gli stati in lotta hanno perso di vista ogni forma di apprezzamento a quei valori e sentimenti che rendono la vita uno splendido dono. I popoli perseguitati fuggono da quel caos che mettono al primo posto l’atroce violenza, l’oppressione, l’esaltazione di interpretazioni religiose errate. L’amore per un’idea religiosa non si manifesta andando contro l’amore stesso, in quanto la soppressione di un essere umano non è gradito a Colui che si vorrebbe amare.
   Tornando al discorso gratitudine, là dove esiste carneficina non c’è riconoscenza e non può manifestarsi un qualunque sentimento di apprezzamento: in quegli animi si coltiva l’odio che sedimenta in rabbia la quale genera altra violenza. Ma è possibile comunicare con chi ha la mente impastata da falsi ideali, da concetti atavici fuorvianti? E’ possibile entrare in quei meandri intellettivi, stabilire una sinapsi che faccia comprendere la luce della verità?
   Occorrerebbe andare a ritroso nel tempo a quando la religione, la stessa religione, ebbe una spaccatura creando due fazioni antagoniste, una rivalità e incomprensione che non ha seguito l’evoluzione dei tempi: la tecnologia ha reso facile architettare i piani, ma non ha fatto chiarezza in quelle radicate convinzioni.  A tutto questo si è aggiunto il rancore per il subito colonialismo, per il dominio altrui su terre da depredare delle loro risorse naturali e l’aggregazione coatta di luoghi un tempo indipendenti. I problemi mai risolti ricadono su tutti e se ci troviamo ad affrontare una situazione ostica, difficile da gestire, se viviamo nell’angoscia di possibili ripercussioni, un po’ di domande dovremmo farcele. Anche noi, con il nostro Credo, affrontammo battaglie sanguinarie che crearono culti diversi, ma noi dopo abbiamo avuto una marcia in più: la Costituzione e non la legge esclusiva dell’interpretazione dei testi sacri.
   I popoli che scappano lo sanno, quei popoli perseguitati vivevano un tempo nella pace, nella crescita, nella modernità, nel progresso, nel benessere. I volti dei fuggitivi manifestano paura, angoscia, terrore, ma manifestano gioia, gratitudine quando riescono a farsi accogliere e a lasciarsi alle spalle i promotori della morte.
   La gratitudine ha il volto dell’accoglienza ricevuta, dell’attenzione, della solidarietà, dell’umanità, ecco chi vive situazioni estreme sa manifestare la gratitudine e lo fa con uno sguardo, con un sorriso, diversamente da chi vivendo una situazione di normalità non sempre esprime gratitudine alla vita e a chi si prodiga per essa, come se il dolore aprisse il varco alla riconoscenza.

martedì 12 gennaio 2016

Mani, croce e delizia.

                       

   Mani da vera pianista, ne era incantato. Andava in quello "spazio aperto" tutte le volte che poteva: aveva i suoi impegni di lavoro, la famiglia e poi doveva far coincidere il giorno in cui non lasciare l'auto alla moglie. Lavoravano entrambi, erano una famiglia a doppio reddito, ma le entrate sommate fra loro non riuscivano a raggiungere la somma di un discreto stipendio, per cui non potevano permettersi una seconda auto e facevano i turni secondo le esigenze e le priorità avevano la precedenza. Lui, esigenza a parte, desiderava recarsi in quel luogo, osservare le mani del piacere; si era fatto un calendario personale e considerando le necessità della moglie, restavano libere solo alcune giornate, per cui si faceva in quattro affinché non subentrassero cambiamenti al suo piano organizzativo. Un giorno la moglie insospettita gli chiese, perché puntualmente ogni martedì sera e venerdì pomeriggio volesse la macchina tutta per sé? Giunse a pensare che avesse un'altra relazione e lui la guardò rassicurante, spiegandole che sarebbe stata una sorpresa molto gradita: lui si adoperava per il bene altrui, ma al momento non poteva svelarle nulla. 
   E le osservava quelle mani, si metteva in un cantuccio isolato e, nonostante l'assembramento di ragazzini, aveva trovato una postazione felice che lo metteva in ombra e gli dava la gioia della vista indisturbata. Tutto era cominciato un giorno quando, passando per caso dinanzi a un vecchio capannone in periferia, fu attratto da un suono melodioso, entrò e vide collocato in un angolo di quell'open space pubblico un pianoforte suonato dalle mani divine di una donna.  Danzavano quelle mani, erano affusolate, sinuose, eleganti, seguivano il ritmo della raffinatezza, quanto si deliziava! Era solo quel particolare a mandarlo in visibilio, non si era mai preoccupato di guardare il volto della persona a cui appartenevano quelle mani di velluto. Lui era fatto così, amava i particolari, mentre altri osservavano la totalità di una figura, lui amava il dettaglio e si concentrava su quello. Aveva cominciato da bambino: della prima automobilina ricevuta lui focalizzò il volante e tutto il resto lo ignorò; ogni automobilina era puntualmente privata del volante, custodiva una bella collezione di sterzi in miniatura. Crescendo l'attenzione si era spostata su altri dettagli e ne faceva collezione, era capace a scuola di appostarsi e far sparire oggetti personali delle sue compagne di classe: penne, gommine, carte di merendine; nella sua camera aveva una nicchia segreta che custodiva oggetti strani, tutti ben riposti e con l'anno di appartenenza. Ma durante l'adolescenza il fenomeno "dettaglio" subì un cambiamento, non desiderava più gli oggetti ma osservava i particolari corporei delle persone femminili, quando si appartava in camera sua raggiungeva alti livelli di eccitazione al pensiero di quel dettaglio. Nessuno mai si accorse di questa sua predilezione e continuò la crescita intellettiva e fisica con quel segreto, con quella ossessione.  Saziava la sua voglia di particolari sottraendo bambole per accarezzarne le mani, palparle, leccarle, bambole di ogni genere, l'importante era che avessero delle belle manine e intanto la sua inconsueta collezione cresceva. 
   La sua vita era stata costellata da menzogne, si era sposato per adempiere a una promessa che aveva fatto a sua madre in punto di morte e come moglie si era scelto una donna dalle mani rozze e tozze, meno tentazioni e tra l'altro non voleva che fosse a conoscenza del suo segreto: in lei vedeva la donna che gli sarebbe stato accanto nei momenti di necessità, quindi una persona preposta al compito di compagna, futura madre, infermiera. Sesso normale no: solo pochi rapporti occasionali per non dare adito a supposizioni; gli altri giorni lui godeva in bagno con le mani della bambola di turno che prelevava dal suo posto inaccessibile: era riuscito a trovare un nascondiglio perfetto per tutti i suoi feticci .
   Ma ora era stanco di mani artificiali, doveva toccare quelle in carne per sentirne il contatto, accarezzarne la pelle, per sentirne il calore; doveva esporsi, e dopo giorni di appostamenti in quel luogo abbastanza frequentato, mise a puntino un piano. Avrebbe avvicinato quella donna, si sarebbe presentato come profondo estimatore della musica da pianoforte, le avrebbe stretto inizialmente la mano e poi chissà? Forse sarebbe riuscito a privarla almeno di una mano, un incidente, un fatale incidente; dopo l'avrebbe anche accompagnata in ospedale, avrebbero creato una protesi per lei, facevano miracoli al giorno d'oggi, tutto sarebbe tornato a posto e lui avrebbe avuto la vera mano, messa in un barattolo con un liquido speciale per evitarne il disfacimento. Tutte queste elucubrazioni non facevano che accrescere il suo delirio perverso, stava per esporsi quando qualcosa lo bloccò: vide sua moglie, apparsa all'improvviso, avvicinarsi a quella pianista d'eccezione per abbracciarla, per elogiarla. La ragazza si alzò dallo sgabello, annaspò e si appoggiò al braccio della donna: era non vedente, si avviarono insieme alla ricerca di un posto appartato; le vide chiacchierare, sorridere e piangere, piangere, sentì su di lui quelle lacrime e tutta la miseria che gli apparteneva, cercò di fare chiarezza con se stesso, non ci riusciva, non ci era mai riuscito,  Si portava dentro quella diversità, forse avrebbe avuto bisogno di parlare con qualcuno, per capire, almeno per capire. Fu attratto da una locandina, erano stampate le varie attività di "Spazio Aperto", una gran bella iniziativa offerta a tutti gratuitamente; un luogo di quartiere creato dal comune per aggregare bambini e adolescenti in attività ludiche e artistiche, un modo per togliere i ragazzini dalla strada e seguirli nel percorso difficile della crescita per dare loro un'opportunità e gli esperti offrivano una competenza no profit. In quella locandina appariva a chiare lettere il cognome di uno psicologo, prese nota e uscì.
   Mentre risaliva in macchina ripensò a quelle mani, ma in un modo diverso; che gli prendeva, stava diventando sensibile? Non ci credeva: lui aveva bisogno di un particolare, se non l'avesse avuto si sarebbe dilaniato nel martirio della sofferenza; era un diverso punto e basta e la cecità di quella pianista sarebbe stato sicuramente un aiuto: lei non l'avrebbe mai riconosciuto. Tornò a casa e prese quella piccola mannaia che sua moglie custodiva nel cassetto, era una specie di trincia pollo molto acuminato, lo mise in tasca e uscì; avrebbe atteso il momento opportuno per portare a termine il suo piano, avrebbe atteso. Ma al tempo stesso si disse: 'Perché non comunicarlo allo psicologo di Spazio Aperto?' Questo pensiero lo elettrizzò e proseguì soddisfatto!   

lunedì 4 gennaio 2016

Perseverare, ancora perseverare


                     




   E il nuovo anno è partito da qualche giorno, mi sono proposta per quest'anno più grinta e voglia di continuare, ma in cosa vi starete chiedendo? Continuare a scrivere con più impegno per me stessa, per chi mi segue e per qualcuno che potrebbe farlo. 
   Durante un percorso di qualunque genere le strade non sempre sono scorrevoli, anzi sono proprio le interruzioni e le sconfitte che danno quello sprone necessario al miglioramento e alla voglia di fare, alla voglia di dare il massimo. 
   Ho già affrontato quest'argomento e non voglio tediarvi ancora, per cui partirei dal fatto che anche se le porte non si aprono e i tentativi falliscono, ciò non toglie che la speranza debba essere più forte. Uno scrittore desidera pubblicare, un pittore desidera esporre la sua opera e un musicista è felice quando ha un pubblico pronto ad ascoltarlo, ma per giungere a questi livelli la strada è irta di ostacoli, a volte di compromessi. Ed è qui il nocciolo della mia questione, i compromessi. 
   A me non va giù, ora che so o credo di sapere, che per pubblicare bisogna pagarsi l'opera. Quando ero agli albori in questo campo, non avendo esperienze e mal consigliata, foraggiai a mie spese la mia opera prima, risultato: scarsa attenzione e critiche negative penalizzanti proprio per l'autofinanziamento. Da allora ho detto stop, non verserò più un centesimo, anche se il discorso dell'auto pubblicazione non farebbe una piega: l'esordiente è un investimento al buio. 
   Ma allora le case editrici che accettano i manoscritti, rispondendo dopo che sono degni di pubblicazione, potrebbero risparmiarsi tutto l'iter, in quanto l'essere degni emerge dalla speculazione che si fa ai danni degli scrittori o pseudo tali. Non sarebbe meglio dire loro "l'opera non merita attenzione, occorre migliorarla perché ci mettiamo la nostra faccia". 
   So che l'Italia abundat in scrittori e scarseggia in lettori e che le case editrici devono pur campare e so anche che all'inizio non vogliono mettere a rischio i loro denari, ma se facessero una cernita e dessero più visibilità ai meritevoli, forse le cose cambierebbero. Discorso di non facile accettazione, ma ci sta in questi primi giorni dell'anno nuovo in cui sentiamo dirci che le cose stanno cambiando e che cambieranno ancora. Avrei voluto che invece della risposta siamo interessati e "bla-bla", dicessero che l'opera andrebbe riscritta, l'argomento non rientra nell'interesse comune, lo stile è pessimo e "non è stata selezionata come meritevole", e che comunque, a prescindere, le pubblicazioni sono a pagamento! 
   Non so se ci avete fatto caso, appaiono sempre più spesso annunci adescatori, tipo: "Inviate le vostre opere le selezioneremo in tempi brevi.". Allora si fanno delle ricerche e non si comprende che c'è sotto l'inghippo perché sia gli annunci che le risposte sono ingannevoli e fuorvianti. 
   Ma ci sono anche le case editrici non a pagamento e quelle sono difficilmente accessibili o non rispondono per il semplice fatto che cestinano a priori i manoscritti. Ma io non mi arrendo, ecco questo è il monito che terrò a mente per tutto il 2016, non mi arrendo e nel frattempo mi consolo con voi, con questi spazi virtuali che gratificano e tengono viva la passione, è come fare sport non smettendo di allenarsi.

mercoledì 30 dicembre 2015

Buon Anno




                                                                   A TUTTI:

A CHI SPERA, A CHI SBUFFA, A CHI POLEMIZZA, A CHI SORVOLA, A CHI PROGETTA, A CHI ATTENDE, A CHI AMA, A CHI VORREBBE AMARE, A CHI CERCA, A CHI E' SOLO, A CHI VORREBBE ESSERE SOLO, A CHI E' IN LOTTA CON SE STESSO, A CHI E' SEMPLICEMENTE IN CERCA DELLA FELICITA', A CHI VA CONTROCORRENTE, A CHI DESIDERA SOLO PACE E SERENITA'.
                                                               BUON ANNO