mercoledì 27 febbraio 2013

Tutto torna (prima parte)

                    

   Un pizzico di civetteria. Oh, cosa sarà mai! si disse. Era pur vero che affrontava un lavoro serioso, uno di quelli che mai si sarebbe aspettata, ma era giunto e Dio solo sa quanto aveva sofferto e sperato e da oggi era il Direttore Capo dell'Istituto di Pena più duro del circondario. Ce l'avrebbe fatta: doveva. E nessuno l'avrebbe osteggiata o denigrata.
   Entrò. Varcò quella soglia che tanto l'affliggeva: un tempo, abbastanza remoto, lei era stata ospite di quella casa circondariale, ospite forzata. Sua madre l'aveva partorita lì, fra quelle anguste e squallide mura, e per un determinato tempo ne aveva trascorso la primissima infanzia; mai nessuno dei suoi stimati parenti si era premurato di venire a cercarla, di portarla lontano da quell'ambiente e lei era cresciuta così, chiedendosi, dopo, dove fosse stata la sua famiglia. Disumani! Aveva coltivato un odio sottile, odiava il genere umano in particolar modo il genere parentale, molto meglio gli estranei: doveva a loro, se aveva conosciuto un'esistenza  diversa fuori dalle mura penitenziarie .
   "Mammina, cosa c'è lì fuori?"
   "Il mondo." le rispondeva la madre, e lei Giulia non comprendeva cosa fosse il mondo. Formulava quella domanda da quando aveva sentito le compagne della mamma dire che fuori era bello, ecco perché poneva con insistenza quella domanda. Per lei esisteva quella stanza con le sbarre alla finestra e ne osservava il cielo che s'intravedeva, quadrati di azzurro o di nubi, piccoli squarci di luce che poteva mirare completamente durante l'ora d'aria di sua madre che in quel luogo penitenziale non l'affidava a nessuno.
   "Io e te, sempre insieme!" diceva soventemente "Solo noi due, amore mio!" Ricordava come diveniva belva se qualcuna le si avvicinava, ricordava il tono minaccioso e furente di lei, si facevano da parte quando sua madre indirizzava uno sguardo severo, poi comprese il perché e ne comprese anche il motivo.
 
   "Filomena o dovrei dire dottoressa, anche se mi riesce difficile."
   "Lasci perdere, avvocato, continui a chiamarmi con il mio nome, lei è come un padre per me."
   "Non esageriamo, non sono così vecchio, del resto quando ti ho conosciuta bimba ero un giovane laureando e tuo padre era il mio relatore."
   "Un docente che poi divenne il suo miglior amico, disparità d'età ma intesa su tutti i fronti."
   "Eri una bambina bellissima e del resto anche ora..."
   "Troppo generoso. Ora mi dica, qual'è il mio ruolo?"
   "Occuperai questa postazione, accanto alla mia camera; vedrai, sarai un eccellente avvocato penalista."
   Filomena si fermava sino a tardi, aveva preso a cuore quel lavoro, lo sentiva suo e voleva portarlo avanti con alacrità: sperava di continuare a svolgere la professione, in quello studio, magari come avvocato associato. Studiava ogni passaggio, ogni indagine, e si occupava con soddisfazione della stesura degli atti processuali che studiava anche a casa; se suo padre fosse stato in vita, sarebbe stato fiero di lei.
   Era una serata d'inverno estremamente fredda e piovosa e Filomena si era attardata più del solito: l'indomani prendeva il via un processo penale ai danni di una donna incriminata di omicidio per la morte del marito. Dalle indagini risultava che il delitto era preterintenzionale: la donna non aveva intenzione di ucciderlo, e viste le ripetute vessazioni alle quali era sottoposta, la reazione di lei era stata quasi una conseguenza rivelatasi fatale mentre cercava di difendersi. Filomena era talmente assorta che era rimasta alla scrivania con la sola luce della lampada da tavolino, sentì un fruscio ma non volle darne peso, ormai con le sue indagini era spesso avvolta da un'atmosfera sinistra e non voleva che i suoi pensieri la suggestionassero, perciò ignorò quell'impercettibile sibilo. Tutto si svolse in frazioni di secondi, una misteriosa figura coperta in volto da passamontagna le giunse alle spalle e le pose un laccio alla gola, mentre con una voce cavernosa le raccomandava di tacere se voleva salva la vita. Inizialmente non poté riconoscerlo, ma sentì il suo peso quando la scaraventò sulla scrivania e fulmineamente la stuprò; lei dovette subire stringendo i denti: il laccio stringeva e stringeva. Le mani della giovane erano libere e mentre lui godeva insaziabilmente, lei raggiunse il tagliacarte e lo affondò sulla schiena del violentatore, non smise neanche quando lui cadde insanguinante a terra; la donna delle pulizie, il giorno dopo, la trovò in stato confusionale sull'uomo in una pozza di sangue.  "Maledetto porco!"esclamò, quando i poliziotti la portarono via: aveva fatto in tempo a vederne il volto, era il suo Avvocato padre.
   Fu condannata, da quella violenza nacque Giulia che vide la luce in galera e visse nel luogo di pena oltre i tre anni stabiliti dalla legge, dei suoi noti parenti stimati in città neanche l'ombra. Giulia entrò in seguito nella casa famiglia gestita dalle Suore e istituita per i figli dei detenuti e per tutti i giovanissimi con seri problemi sociali; la madre in un momento di acuta depressione si tolse la vita e mise fine al suo tormento.
 
   "Ricordo tutto, mamma. Ero piccina, ma non ho dimenticato il tuo amore e il tuo sguardo malinconico e l'odio che avevi per il genere umano. Ricordo con dolore quando venivo in visita e mi chiedevi di restare con te, mi chiedevi di portarti via. Ora sono io a dirigere questo posto. Che salto di qualità, vero mamma? Tutto torna, tu saresti stata un eccellente avvocato penalista, io ora dirigo il luogo che ti vide reclusa, il luogo che ti umiliava. Sono passati venticinque anni, ma vi sono ancora le secondine di un tempo, quelle che non compresero mai il tuo dolore, quelle che ti insultavano come fossi stata una prostituta. Dicevano che te l'eri goduta. - Quella se l'è cercata! - questo dicevano. E guardavano me come la figlia della puttana assassina. Tutto torna, mamma: ora sono qui e se la vedranno con me." (continua)


sabato 23 febbraio 2013

Comunicazione

   

   E' più facile comunicare a voce o per iscritto? Parrebbe facile la risposta: ognuno si affiderebbe alle proprie inclinazioni. 
   Chi ama il dialogo vis-a vis preferisce comunicare guardando in faccia il suo interlocutore, per sentirne la voce e coglierne l'espressione. Il contatto visivo e tattile, capita di avere uno scambio d'idee fatto anche di pacche sulla spalla, di strette di mano, di abbracci, rende la conversazione fisica più appagante. Ma questo genere di dialogo, nonostante sia più vibrante, ha i suoi risvolti negativi: non tutti riescono ad esternare completamente il proprio pensiero, pensate alle molte parole non dette o dimenticate. Capita infatti, quando si è soli con se stessi, di soffermarsi a pensare e torna in mente quella tal frase, quella tal parola inespressa. Allora ci si ripromette di riprendere il discorso, di tornare sull'argomento alla prossima occasione; ma il ferro va battuto quando è caldo: dopo è difficile dargli la giusta forma. La conversazione orale implica anche una certa forma di linguaggio e di comportamento e se il tutto non degenera in un litigio, il dialogo è un piacevole scambio di confidenze, di consigli, di affettività. Il dialogo riempie l'esistenza così grama  dal punto di vista comunicativo: un tempo il miglior divertimento era fare salotto con amici, parenti, conoscenti, ora il nostro salotto è uno schermo di un televisore o di un pc dove siamo spettatori muti, fruitori che forse meditano con se stessi; pensate alle volte che ci interrompono e li scacciamo via seccati. I momenti di conversazione sono divenuti rari all'interno delle nostre famiglie, abbiamo perso il modo e fatichiamo non poco ad approcciarci persino con i nostri cari. Ancora più difficile è la comunicazione scritta, l'arte della scrittura che un tempo veniva esercitata a scuola anche lì viene abbandonata e vi sono tantissimi studenti che giungono all'università e non sanno come formulare uno scritto, sono impacciati persino nelle semplici frasi di uso comune. Mettere insieme un concetto di senso compiuto richiede esercizio e conoscenza della lingua, amore per le parole espresse in forma corretta. Tutto si è velocizzato e lo scritto ha assunto forme telegrafiche, impazzano sui social network parole siglate, frasi dimezzate e scorrette, la comunicazione è contenuta in scheletriche battute. 
   Allora come comunichiamo? M'immagino un popolo che per risparmiare voce mima i propri pensieri, molto meglio che accomodarsi e chiacchierare, e per lo scritto, due tre siglette telegrafiche che non impegnano la mente. Ma la comunicazione è importante, giunge il momento in cui bisogna interloquire, vivere in comunità comporta determinate esigenze e per quanto ci si voglia relegare in un mondo tutto proprio le situazioni di scambio verbale sono necessarie, come sono indispensabili le esternazioni scritte fatte in un certo modo che non offendano la nostra lingua d'appartenenza. 
   Allora riappropriamoci della bella comunicazione, scritta o orale: il dialogo in qualunque forma è emozione, è contatto, è unione. Impariamo a saper comunicare!

venerdì 15 febbraio 2013

A tutto c'è rimedio


Un piccolo racconto, una sfida: solo 1900 battute, e tutto per riflettere sul  prezioso dono della vita. Le difficoltà la rendono difficile, ma sinché lei esiste val la pena combattere.                         



                                                                      

   "Guarda c'è una stella nel cielo, è proprio una e brilla come un faro!" Lentamente alzò gli occhi: faceva fatica, veniva fuori da un gran brutto momento, aveva perso il lavoro e non sapeva come fare a comunicarlo alla donna della sua vita.
   Erano in macchina e lui si era fermato un attimo con una scusa qualunque. Aveva rallentato e aveva accostato al bordo della strada, la zona riservata alle soste d'emergenza. Aveva l'animo in tumulto: il suo capo l'aveva convocato proprio quella mattina, aveva una faccia seria, cupa e tergiversava. Erano giunte voci di una probabile chiusura della fabbrica, ma lui sperava che fossero solo voci. Le ordinazioni c'erano e ogni giorno lavoravano come matti anche oltre gli orari consentiti; spesso, spessissimo restavano in fabbrica sino alla mezzanotte. Tornava a casa stanco ma felice: lui lavorava ancora e con il clima d'incertezze conservarsi un'occupazione era divenuto un regalo da custodire. Le commesse si moltiplicavano: era un settore fiorente che non risentiva della crisi. Lui s'era appena messo un mutuo, quando era stato in banca gliel'avevano concesso: era operaio specializzato di una fabbrica fiore all'occhiello, un vanto per la nazione. E invece anche quel fiore era stato spazzato via dalla tormenta. Ma cosa era successo, non se lo spiegava e nemmeno aveva compreso cosa fosse accaduto.
   "Signor Terenzi, mi rincresce, mi duole forse più di lei. Ma... non so come dirglielo, da domani questa fabbrica chiuderà i battenti. Non si preoccupi, c'è la Cassa Integrazione, lo Stato non vi lascerà in miseria, dopo si vedrà, si vedrà. E' un brutto momento, mi creda; sarei voluto scomparire, ma non ce l'ho fatta a farmi fuori, sono un vigliacco."
   "Commendatore, cosa dice?Allora era vero, era tutto vero. Chi glielo dice a mia moglie, stiamo per avere un figlio. La crisi è arrivata pure qui." 
   La cassa integrazione, non sarebbe stata sufficiente, e poi, doveva cercare un nuovo lavoro; ma dove, dove? Questi pensieri gli martellavano la mente, erano tamburi a percussione e lui non sapeva come comunicarlo alla moglie.
    "Amore, sai perché brilla quella stella nel cielo?" disse lei, come a voler interrompere quel silenzio forzato e opprimente. "Ci ricorda che possediamo il dono della vita in salute. Oggi la mia amica ha avuto una spiacevole notizia, suo marito ha un brutto male, gli restano sei mesi di vita!"

domenica 3 febbraio 2013

La donna giusta


                                       

 

   Ho ritrovato anche in questo romanzo lo stile di Màrai, scrittore ungherese di culto, quello stile fluido e attuale, quello stile che incatena e non lascia spazio ad interruzioni: l’abilità di Màrai sta nel destreggiarsi fra i vari registri dei personaggi che offrono un quadro fedele del contesto narrativo. Il tutto, di volta in volta, è raccontato sotto forma di monologo rivolto a un interlocutore privo di voce, un ascoltatore paziente che sta lì a raccogliere le confidenze senza interferire.
   Il romanzo è stato scritto dagli inizi degli anni quaranta e poi ripreso nell’epilogo trent’anni dopo e riguarda una vicenda che va dagli anni venti fino all’inizio del regime comunista in Ungheria con uno scorcio sull’America degli anni sessanta. La storia è divisa in tre parti, la parte conclusiva è quella più moderna nel linguaggio e ci presenta un po’ la vita statunitense degli anni in questione quando la tecnologia aveva semplificato la vita del proletario che, ottenendo prestiti, poteva permettersi quei beni di lusso venduti dai borghesi. La vicenda, oltre che riguardare un triangolo amoroso: due donne si contendono lo stesso uomo, è incentrata sulla descrizione della classe borghese vista attraverso gli occhi di due persone appartenenti al mondo rurale ungherese.
   La scena si apre in un'elegante pasticceria di Budapest, è un pomeriggio e una donna, Marika,scorgendo il suo ex marito, Peter, confida all’amica le vicende del suo infelice matrimonio e dell’assoluta dipendenza dal marito, uomo austero e affidabile legato ai formalismi e alle consuetudini. Per Marika crolleranno le certezze nei confronti del marito, quando ritroverà nel portafogli di Peter un nastro viola accuratamente riposto; un lembo di nastro, testimonianza di una passione bruciante per un’altra. In un monologo ben costruito Màrai narra la vita matrimoniale dei due borghesi, la nascita e morte del loro unico figlio, l’importante amicizia di lui con uno scrittore che non abbandonerà questa storia fino alla fine e infine la rottura del matrimonio.
   Nella seconda parte è Peter a parlare, Màrai offre la possibilità al lettore di apprendere la stessa storia con gli occhi del protagonista di turno. Peter, uomo colto e raffinato, appartenente a una ricca famiglia borghese, toccherà argomenti più profondi: ricordi di famiglia, crisi della classe borghese soffocata da rigide convenzioni e tensioni fra le varie classi sociali sul rapporto uomo donna; un soliloquio che si snoda in frasi lunghe e ricercate impreziosite da eleganti metafore.
   Nel terzo monologo entra in scena Judit, la proprietaria del nastro viola, colei che farà fallire il matrimonio dei due coniugi dell’alta società; lei la plebea poverissima che viveva con la sua famiglia d’origine in una fossa a contatto con i topi, lei che per sopravvivere va a servizio presso la famiglia di Peter il quale s’innamora della serva, ma sarà una passione che nulla concederà se non con il matrimonio. Judit racconta al suo innamorato del momento, un musicista, tutta la sua storia sin dagli albori; racconta la vita dei signori che poi saranno suoi suoceri, descrive ogni particolare di quell’esistenza fatta di lussi e di sprechi, di beni materiali ma non spirituali, di divari affettivi che sfociavano nell’infelicità.  La lingua nella quale si esprime Judit è semplice, ma al tempo stesso colta e ironica, intrisa di quel sarcasmo mai banale frutto delle sue conoscenze borghesi: Judit imparò in fretta tutto il saper vivere.     
   Nell’epilogo Màrai fa parlare Ede, il musicista, colui che dopo essere sfuggito all’AVO (famigerata polizia politica del regime comunista ungherese) va in esilio a Roma, dove incontra Judit e vive con lei un’intensa storia d’amore. Da lei apprende la sua storia in una notte in cui lei si confida mettendo a nudo la sua anima; lui inizialmente credeva di aver scordato, poi la storia si ricompone come in un puzzle e gli torna in mente e la ripercorre ad un altro interlocutore mentre è in un bar di New York come barman.
   Le vicende di “La donna giusta”si sviluppano dalla Budapest degli anni quaranta attraverso l’Italia fino a raggiungere gli Stati Uniti e ripercorrono le tappe della vita dello scrittore che, per sfuggire al detestabile comunismo ungherese, visse in esilio per il mondo. Màrai anche in questo romanzo si cala perfettamente nei panni dei personaggi: due donne e due uomini di estrazione sociale differente e li fa parlare con sensibilità e chiarezza, avvincendo il lettore in ogni passaggio ben costruito e altamente particolareggiato.
   Il titolo ci porta a una riflessione, il compagno o la compagna è la persona giusta? Cosa è giusto: il sentimento o la passione, il matrimonio o l’amore?

mercoledì 30 gennaio 2013

Crollano certezze

                     

   (Per ovviare al post precedente che non mi pare abbia suscitato un particolare interesse, il personaggio in questione non meritava un mio post, sono d'accordo, ma in un momento in cui cercavo un'idea ho pensato a quella notizia, chiedo venia. Bene, ora vi propongo una mia modesta riflessione su un argomento molto più interessante. L'ho presa pari-pari dall'altro mio blog.)    

   I nostri momenti sono divenuti sempre più difficili, pare che le buone notizie non facciano parte del nostro quotidiano. Gente disperata che non ce la fa a condurre l'esistenza, che comunque sia deve essere portata avanti. Crollano sempre di più le certezze, grosse istituzioni ci deludono, un tempo un colosso bancario era una certezza. Ma ci si sveglia e si ode una comunicazione che mai avremmo pensato, mai avremmo supposto. Le fabbriche chiudono ad un ritmo vertiginoso, le piccole aziende altrettanto, lavoratori disperati che non sanno come sopravvivere. 
   Diamo la colpa alla politica e non abbiamo tutti i torti: chi governa è quasi sempre responsabile del disastro economico. Ma è tutta colpa del governo? Le leggi sono cavillose, la burocrazia è ricca di inghippi tortuosi che rallentano i processi in ogni campo, però la bilancia delle colpe non è solo da una parte. 
   In questi anni di "tiriamo a campare" gli stessi lavoratori non sempre si sono adoperati per il bene pubblico, tanti hanno fatto il loro comodo e si sono approfittati della situazione. In che modo? Ma nei modi che conosciamo: disinteresse, frode e assenteismo; se ognuno avesse svolto il lavoro nell'interesse della comunità, forse forse non ci troveremmo in questa situazione. 
   L'arricchimento è stato il motto di molti e non il bene comune; la crescita, il buon operato non sono stati in cima ai pensieri, ovviamente non solo dei piccoli dipendenti; pensiamo soprattutto ai grossi manager super pagati e poco produttivi. Se in una famiglia non ci si adopera per l'armonia e il buon funzionamento del bilancio, quella famiglia è destinata a soccombere; lo stesso dicasi per uno Stato che è simile ad una grande famiglia.  Ora siamo qui a piangere sugli errori e i disastri vengono alla luce, per fortuna!  Riusciremo a porre un freno, a dare una svolta a questo marasma a questa marea nera che vuole risucchiarci? E' possibile: a tutto c'è rimedio e dalle ceneri si risorge. 
   Occorre determinazione, voglia di fare e tanta trasparenza e... un "BASTA ALL'EGOISMO DI MASSA"! 

lunedì 28 gennaio 2013

Ma quale giustizia?

                
   
   
   Premetto che non sono dalla parte di un tizio che per vivere si apposta come un ladruncolo e coglie i momenti di privacy della persona influente, della tal persona nota e mettendo a fuoco quei momenti li immortala come prova e poi li esibisce al malcapitato di turno chiedendo un pagamento in cambio del silenzio, un ricatto in piena regola. Inutile dirvi di chi sto parlando: lo sapete, lo sappiamo, per cui farne il nome è irrilevante. Ma ciò che mi procura rabbia è il sistema: per lui si scatena la giustizia, la quale fa il suo corso. Perfetto, nulla da eccepire, fosse così la legge vivremmo in un Paese giusto: chi sbaglia paga, questo dovrebbe essere, anche il ricatto è illegale e non bisogna farla franca. Ma il nostro sistema non funziona sempre così: chi compie misfatti orrendi, chi stupra, ad esempio, vive ai domiciliari, sconta la pena fra le comodità di casa sua, continua a dormire nel suo letto, a cibarsi alla sua tavola assieme alla sua famiglia, che se ne facessi parte me ne guarderei bene dal vivergli accanto; quindi lui non va in galera e quand'anche ci andasse, ne uscirebbe dopo un po'. 
   Vogliamo paragonare lo stupro al ricatto? Vogliamo mettere sullo stesso piatto della bilancia, l'omicidio colposo di chi passando a tutta velocità e toglie la vita ad un bambino, ad una famiglia, ad una coppia che per una fortuita coincidenza stava transitando di lì in quel preciso momento? Vogliamo paragonare un'imprudenza di chi ha in mano le sorti di un folto numero di persone, una leggerezza che costa vite umane e causa un disastro non solo economico? 
   Non ho a cuore la sorte del tal menzionato, figuriamoci i suoi trascorsi non sono propriamente trasparenti e anche quell'aria da bulletto di quartiere non mi sta particolarmente simpatica, è solo il paradosso che m'infastidisce. Una scritta famosa recita che la legge è uguale per tutti, ma quale mi chiedo? Sono giunta ad una conclusione che ricattare i potenti smuove la giustizia, mentre stuprare un'anonima donna o togliere la vita ad un'anonima persona non riceve la stessa attenzione. 
   In definitiva la legge chiude un occhio, anzi due quando lo decide "Lei". Poveri noi!

mercoledì 23 gennaio 2013

Il viandante


                                                                                                                               


   Quella primavera aveva tardato ad apparire, ma ora era un'esplosione di colori e di umori. Le gemme facevano capolino: parevano richiamare l’attenzione e Rosy finalmente si beava del risveglio della sua campagna romagnola. Avevano avuto una stagione lunga, fredda e piovosa. Giornate sempre uguali pasticciate di grigiore freddo e di umidità pungente, le cui perlacee goccioline s’insinuavano ovunque, anche nei meandri della mente appesantita dai pensieri foschi.   
   Era giunta verso mezzogiorno in quella campagna, il sole alto nel cielo l’aveva richiamata e Rosy aveva abbandonato il suo ufficio in pieno centro cittadino. Il cemento edilizio la stava schiacciando, come tutto il resto, ma questa volta il lavoro da professionista poteva attendere: non doveva spiegazioni a nessuno.
   Scese dalla macchina, si guardò intorno e si illuminò.
   “Ci sono le prime foglioline, che belle! Mi stavate aspettando, volevate che vi vedessi, che venissi qui a coccolarvi!”
   Parlava a voce alta Rosy: non c’era nessuno. La sua esternazione era frutto del cocente dolore che ancora non l’abbandonava; erano trascorsi nove mesi, quanto una gestazione, e lei viveva con quella piaga nel cuore che la dilaniava e non le dava pace.
   “Amore, oggi mi fermo tutto il giorno in ufficio, c’è il consiglio d’amministrazione!” annunciò Rosy al suo uomo. “Spero di essere qui per cena, almeno passiamo la serata assieme.”
   “Dolce fragolina, va tranquilla!” cantilenò Armando. “Ti raccomando di dar da mangiare alla bambina; lei, anche se non ha voce, reclama cibo lì dove si trova!”
   “Lo sai che non potrei dimenticarmene, da quando sono incinta, ho una fame da lupo.” rispose lei con gioia, e poi abbracciandolo gli sussurrò: “Ti amo, sei tutta la mia vita, a stasera!”
   Uscì di casa felice: non le mancava nulla. Aveva un lavoro importante e, dopo sette anni di matrimonio, amava Armando come il primo giorno. Era proprio un marito adorabile e finalmente sarebbero stati una famiglia completa: la piccola Eva, attesa a lungo, stava per nascere e tutto andava per il meglio, la gravidanza era perfetta.
   Il consiglio d’amministrazione slittò al giorno dopo e Rosy decise di fare una sorpresa ad Armando. Aprì la porta di casa dolcemente: era in anticipo, avrebbe così preparato un pranzetto con i fiocchi e poi apparecchiato la tavola a puntino. Entrò in cucina e vide due calici sul vassoio d’argento, uno dei due flutes era sporco al bordo di rossetto. Si guardò intorno stranita: non comprendeva; allora, si aggirò per casa, come per dare una risposta a se stessa, quando udì delle voci sommesse provenire dallo studio. Si affacciò e li vide… suo marito e una rossa dalla pelle bianca come la luna. Essi erano nudi sul tappeto persiano, dono di nozze dei nonni. Rosy si risvegliò in un letto d’ospedale che lasciò da sola: scomparvero in un sol colpo suo marito, che allontanò per sempre, ed Eva che non vide mai la luce.
   Il lavoro la assorbì, ma non le dette la pace, la sua mente era ferma a quel giorno maledetto e a quel porco d’uomo che le aveva strappato la gioia di divenire mamma, ed era per questo che ogni cosa nascente per lei… era una creatura da rispettare e proteggere.
   Tornò spesso in quella campagna per seguirne gli sviluppi e notò una mattina un viandante sporco che aveva visto anche il giorno precedente. S’incuriosì e lo spiò per non farsi notare, non voleva dare spiegazioni: fuori dal suo ufficio, poteva essere informale e calarsi nei suoi pensieri. Si accorse che il pellegrino era seduto al fresco della quercia e con lo sguardo perso nel vuoto, bisbigliava parole a fior di labbra.
   ‘Anch’io lo faccio’, pensò ‘siamo uguali; forse soffre profondamente quanto me?’
   Rosy uscì dal suo nascondiglio e si rivolse allo sconosciuto con pacatezza:
   “Buongiorno, vuole dell’acqua fresca? Ho una bottiglia in auto nel vano frigo.”
   Il viandante misterioso la guardò incuriosito e con mestizia, mentre tracciava con una canna strani ghirigori sulla terra, mormorò:
   “Yo no hablo tu idioma.”
   “Ho capito, vieni dalla Spagna. Va tutto bene, io ho studiato la tua lingua.”
   Seppe poi che si chiamava Francisco e che aveva attraversato buona parte della penisola iberica e mezza Italia a piedi: era in viaggio da… non sapeva dire quanto e non voleva tornare nella sua patria. Il suo parlato era stentato e smozzicato, come se la mente avesse subito uno choc e stava lentamente riprendendosi. Rosy comprese e da quel momento smise di pensare a se stessa, sentì che doveva dare una mano al pellegrino per farlo riappropriare della sua vita che sicuramente era degna d’essere vissuta. Gli propose una colazione a casa sua, egli passivamente acconsentì, forse era agli estremi. Giunti a casa, Rosy indicò a Francisco il bagno, lo fece con molto tatto e scaltrezza, augurandosi che si ripulisse da tutta la polvere che aveva accumulato sul suo corpo e potesse dare così una sferzata alla sua anima.
   Sentì lo scrosciare dell’acqua. ‘Ce l’ho fatta!’ esultò ‘Spero che indossi anche la roba pulita che apparteneva a quel verme di mio marito, spero che la noti sullo sgabello!’ pensò Rosy compiaciuta.  
   Si sentì euforica, come non le accadeva da tempo, allora apparecchiò velocemente la tavola, aveva in frigo degli affettati, dei formaggi e anche dell’insalata verde; stappò, poi, una bottiglia di Sangiovese e predispose nel cestino il pane casereccio. ‘Non manca nulla,’ si soffermò a pensare.
   Lui comparve poco dopo in sala, era un’altra persona; un fior di uomo, un moro con degli occhi scuri, profondi, e ciglia lunghe che gli donavano un’aria molto, molto sexy.
   “Non so neanche come hai fatto a convincermi.” biascicò in un italiano stentato. “Quando sono entrato nel tuo bagno, guardandomi allo specchio non mi riconoscevo più; poi, mi sono rivisto dopo la doccia ed ho compreso che non vale la pena sprecare la vita per chi non la merita.”
   “Lascia stare, siamo in due a dover dare merito a quest’esistenza che ci appartiene. Vieni a tavola affoghiamo le nostre pene in questo profumato vino e saziamoci con quello che c’è. Conosci anche l’italiano, molto bene… meno fatica per me!”   
   Francisco, mentre era a tavola, lentamente recuperò quei ricordi che aveva allontanato come fastidiosi e distruttivi; la sua memoria in un flashback tornò al pomeriggio in cui le sue certezze caddero miseramente, al pomeriggio in cui ascoltò senza essere notato.
   “Consuelo, porquè? No te gusta mas!”
   “Parla con la tua lingua, io ti comprendo e tu lo sai.”
   “Bellissima morettina, ho rispettato i patti, tuo marito è a capo del personale, in poco tempo ha avuto una bella carriera; lui non lo sa, ma lo deve a te.”
   “Certo, certo, ma ora voglio di più non mi basta quello che guadagna; devo sostituire l’auto con una più degna di me e poi dobbiamo arredare la casa con mobili d’epoca, ricercati: un comò stile Luigi XV è da sempre nei miei desideri.”
   “Se vuoi, potrei organizzare un incontro speciale. Tu non rischi nulla, nessuno vedrà il tuo bel faccino, porterai la maschera anche questa volta.”
   “Sei un sudicio, un maiale che, però, onora gli impegni. Ricordi quando sono venuta a perorare la causa di mio marito, semplice impiegato della tua azienda. Tu ti sei alzato e dopo avermi ascoltato, molto spudoratamente mi hai detto che la carriera ci sarebbe stata, se ti avessi dato in cambio una raffinatezza, un’estasi particolare; l’hai detto così, senza mezzi termini.”
   “Già, ci siamo intesi subito. Tu sei andata alla porta, hai dato una sola mandata e ti sei fatta prendere qui sulla mia scrivania. Che temperamento, che donna sei, Consuelo!”   
   Francisco cominciò ad ansimare, quei ricordi gli toglievano il respiro. Sua moglie, la cara dolce ragazza che lui credeva onesta, limpida come le acque della sorgente, era invece una puttana d’alto bordo che mercificava il suo corpo per vivere nell’agiatezza, e lo faceva passando da lui … ignaro d’ogni cosa. Lui che credeva di progredire nel lavoro per i suoi meriti finalmente considerati.
   Rosy notò il suo pallore ed udì il fiatone.
   “Che ti succede, fai uso di bomboletta per l’allergia? Se vuoi ho l’inalatore, anch’io ho questo problema!”
   “Grazie, non è come pensi, semplicemente ho ricordato; è solo un fenomeno nervoso.”
   “Sta tranquillo Francisco, se vorrai mi racconterai la tua storia, altrimenti va bene lo stesso. Poi, ti narrerò la mia, credo che molte cose ci accomunino. Io ero in quella campagna per seguire la rinascita della natura, nascita a me strappata e tu invece eri lì, dopo aver vagabondato per chissà quale atrocità subita. Siamo due derelitti che la vita ha messo sulla stessa strada.”