lunedì 13 febbraio 2017

Libera d'amare

   Risultati immagini per recuperare la propria femminilità                                      


   “Si rilassi e si lasci andare!” nel frattempo chiuse le imposte e fece buio affinché la concentrazione non si disperdesse con la luce.
   “Ora sei piccola, molto piccola, sei a casa con la mamma, ti piace giocare con lei e poi?”
   “Mamma, mammina, dove sei? Aiutami!” Seguì un pianto sommesso, poi frenetico, un singhiozzare affannoso.  Uno schioccare di dita e un ritorno alla realtà.
   “Dottore, cosa è successo, perché ho il volto bagnato?”
   “La regressione fa rivivere situazioni lontane, è normale non si preoccupi; a domani, i progressi non si faranno attendere.”
   Giorgia uscì dallo studio e lo psicoterapeuta si accomodò alla sua poltrona, quella personale che non riservava a nessuno, era lì che rifletteva sui casi che di volta in volta studiava ed elaborava; il suo impegno era di liberare il paziente da frustrazioni o choc emotivi, ma soprattutto egli si occupava di quelle donne che vivevano l’angoscia del sesso, donne che rischiavano di perdere l’autostima e la possibilità di un rapporto sereno.
   Giorgia non riusciva a spiegarsi il perché della sua vita da single, era come se fosse trincerata in un guscio che non permetteva a nessuno di penetrare. L’ultima storia era stata mortificante; aveva fatto il possibile per essere presentata a quell’autore che adorava; aveva letto tutti i suoi libri e alle presentazioni era quasi sempre ai primi posti: le era più semplice avvicinarlo, intervistarlo; lei curava con successo una rubrica culturale di un quotidiano locale. Lo scrittore finì per invitarla a cena e nacque un idillio platonico, molto platonico che incuriosì Pier Giorgio: una giornalista disinvolta ancora legata a vecchi valori, a quella conoscenza avulsa dal sesso.
   “Amore, amore, non so come spiegartelo e forse ti sembrerà strano; io non sono mai stata con un uomo, sono stata ossessionata dal fatto che solo dopo il matrimonio si può; tu hai tutto il diritto, lo so come funziona per voi maschietti, me ne hanno parlato; puoi lasciarmi e per me va bene lo stesso, io non te ne farò una colpa, è quello che mi merito.”
    “Vuoi tacere!”  esclamò lui, portandole una mano alla bocca con dolcezza. “Ok, ti sposo, io non posso vivere senza di te!”
    I preparativi, l’entusiasmo, la gioia, la celebrazione del rito, i festeggiamenti e dopo… ecco su quel dopo la giovane avrebbe voluto metterci una pietra sopra, ma non riusciva; le faceva male ancor di più, sapendo come aveva avvelenato la vita di quel marito paziente che fu costretto a ripudiarla. La prima notte di nozze fu un disastro e in seguito il disastro peggiorò; lei non solo si allontanava con repulsione, ma l’ultima volta ci andò giù pesante: l’offese, lo sminuì sulla virilità che non era confacente ai suoi bisogni, lì per lì per toglierselo di torno mise in atto quella tattica che aveva letto chissà dove. Il matrimonio mai consumato si chiuse malamente. Questa esperienza si era aggiunta a tante altre, ecco perché si era rivolta a quello psicoterapeuta; voleva vederci chiaro, voleva una sua vita completa!
   E la regressione avvenne, il medico la fece tornare a quando aveva sei anni e aveva subito una violenza poi rimossa.
   “No, sei pesante, mi schiacci, AIUTO!” e lui affondò la sua virilità come una spada, velocemente, fulmineamente e tornò a trafiggere quel varco glabro profumato d’infanzia. Avevano suonato alla porta e lei aveva aperto, lo aveva riconosciuto: veniva da qualche tempo a impartirle lezioni di pianoforte da quando aveva manifestato la propensione per la musica; la sua mamma le aveva cercato un valente e rispettabile maestro che due volte alla settimana l’approcciò ai primi rudimenti musicali. Era gentile quel professore, l’ultima volta le aveva regalato un piccolo pianoforte carillon  che esponeva in bella vista sulla mensola, accanto ai libri di favole. Era inverno, faceva molto freddo e lei era ammalata; aveva la febbre alta e la sua mamma l’aveva lasciata sola per recarsi in farmacia, quando tornò la trovò con gli occhi sbarrati e il volto di ghiaccio. Le fece domande, le chiese cosa fosse successo e allora pensò che fosse effetto della febbre alta. Giorgia delirava, smaniava e quando l’antipiretico fece effetto, la bimba non ricordava più nulla e della violenza non c’era traccia apparente: lo stupratore aveva rimesso ogni cosa a posto, aveva anche ripulito il luogo del delitto. La mamma volle vederci chiaro e la fece visitare da un medico che comprese e consigliò alla donna di non farne parola e di mantenere il segreto che portò con sé nella tomba: morì dopo qualche tempo e la bambina, non avendo un padre, fu data in adozione a brave persone che l’amarono più di una figlia e le dettero quel calore affettivo desiderato.
   Lasciò quello studio con il volto in fiamme e il cuore che le pulsava violentemente; la sua passata vita, quella più lontana, quella dimenticata per forza di cose le era scorsa in una sequenza di immagini come in un film. Lo psicoterapeuta sotto ipnosi aveva permesso alla sua mente di rivivere lo stupro, il doloroso trauma che inconsapevolmente aveva segnato la sua infanzia e il percorso futuro; il tassello mancante della sua esistenza che andava recuperata. Ma non riusciva a comprendere perché la mamma non avesse sporto denuncia e lei ora non poteva procedere, indagare: non conosceva neanche il cognome di quel criminale?
   La terapia continuò e pian piano cominciò a sentirsi più sicura e non entrava in all’erta quando un uomo la guardava, quella psicoterapia stava dando gli effetti sperati. Teneva sempre a mente le parole del medico: “Tu sei importante, tu non devi temere, tu devi amare chi ti rispetta e ti fa sentire speciale!”
   E cessarono le sudorazioni, i palpiti improvvisi, quella strana inquietudine che le prendeva al pensiero di un possibile incontro con l’altro sesso; ma non scomparve dalla mente il volto del laido uomo, quello era stampato nitido nella sua memoria e spesso cercava d’immaginarselo nei cambiamenti a distanza di vent’anni: tanto era il tempo trascorso da quella sera; se ci pensava avvertiva ancora il lancinante dolore e le sembrava di scorgere quella chiazza rossastra sul pavimento.
   Giorgia decise di dare spazio anche a una rubrica dedicata all’infanzia calpestata, a quell’amore possesso che sconfina nella pedofilia più perversa. Le serviva del materiale e seppe che c’era un centro di recupero bambini, un centro curato da psicologi dell’infanzia, sicuramente lì avrebbe trovato storie di trauma reali che avrebbero aiutato bambini in difficoltà e adulti come lei ancora con problemi da superare. Conobbe un giovane medico, Oscar, lo vide e se ne innamorò subito; mentre gli stava venendo incontro, fu presa da una frenesia, da un batticuore di piacere, a stento dovette controllarsi per non mettere in mostra le sue emozioni. E procedette all’intervista, Oscar fu molto disponibile e interessato alla rubrica di Giorgia, la sollecitò a tornare: le avrebbe fornito molti dettagli di storie, di sofferenze, tutto nell’anonimato più assoluto.
   Era alla tastiera del pc, l’articolo stava prendendo corpo, sarebbe venuto un bel pezzo che sicuramente il suo editore avrebbe approvato, magari sarebbe stato un editoriale per la Giornata Nazionale dei diritti dell’Infanzia; fu interrotta dal suono del campanello, guardò dallo spioncino e vide il bel Oscar che le sorrideva.
   “Tu, cosa ci fai qui?” gli disse, guardandolo maliziosamente “Ok, ok, vieni accomodati, mi hai portato altro materiale?”
   Lui la zittì con un abbraccio tenero e lei si lasciò andare nel vortice dell’amore che non aveva mai provato, unico complice il fuoco del caminetto che riscaldò quei corpi avviluppati in un intreccio di piacere. Conobbe l’amore pregno d’affetto, di calore umano, di donazione scevra da costrizione; conobbe la delizia dell’attesa seguita dall’abbandono complice ; lui la condusse in quei meandri del piacere con infinita dolcezza in un ossimoro di delicatezza e vigore passionale. E si sentì felice, libera di volare, di amare, di guardare gli uomini con meno ritrosia; si sentì quasi libera dalle sue convinzioni, dai suoi pregiudizi, da quella diffidenza che l’accompagnava e che ora non la disturbava come un tempo.
   Giorgia stava vivendo una condizione di vita appagante che non conosceva; aveva una brillante professione conquistata per merito e impegno, era amata dai suoi genitori adottivi, però non era mai stata donna nell’intimo della sua essenza e quella mancanza non le faceva vivere appieno i suoi successi, l’affetto dei suoi cari; ora era diverso era un’altra persona.
   Si confidò con il suo innamorato e con quei genitori che ora comprendevano gli strani turbamenti della loro figliola, quegli sbalzi d’umore e quel matrimonio frantumato. Le furono accanto in una sorta di complice intesa, di comprensione e di gioia per il recupero interiore. Oscar la fece sentire donna amata, valorizzata nel rispetto e la coinvolse nella sua vita lavorativa; erano in sintonia su tutto ma non le chiese di unire le loro vite con il sigillo del matrimonio, avrebbe aspettato; lui era certo dei suoi sentimenti, ma conoscendo i precedenti della sua fidanzata, attendeva che fosse lei a prendere quella decisione.
   “Sai vorrei che conoscessi mia madre, le ho tanto parlato di te che non vede l’ora!” esordì così Oscar quella sera in cui erano usciti dall’ambulatorio. Lei si recava sempre più spesso da lui e le capitava di essere presente durante la terapia di gruppo di quelle bambine che avevano alle spalle una storia difficile, inaccettabile e orribile. Fra le tante una bambina dalla pelle olivastra e lo sguardo spento, gli occhi due laghetti inquinati dalla vita che le era capitata: uno stupro dietro l’altro da parte del patrigno. Una bambina, Aida, non difesa dalla madre succube del mostro, quella madre che offriva la sua bimba in cambio di droga e un tetto dove vivere quella vita indegna, che sarebbe stata così ancora a lungo se una vicina di casa non si fosse attivata per porre fine a quell’incubo.   
   “Ma certo anch’io vorrei conoscerla.” rispose Giorgia, mentre si avviavano all’auto in sosta. “Vorrei conoscerla anche per dirle che come madre ha fatto un lavoro meraviglioso. Oltre che metterti al mondo ti ha insegnato il rispetto per il genere umano e soprattutto ti ha insegnato ad accettare le sconfitte e le rinunce; perché devi sapere amore mio che tante donne sono uccise da quegli uomini che non accettano l’abbandono, la fine di un rapporto e usano la violenza per dare voce alle loro frustrazioni e psicopatie devastanti. Sto facendo delle ricerche e…”
   “Ok, amore, sono contento che tu stia approfondendo, devi farlo per te stessa e per chi ne ha bisogno. Io ho scelto questo lavoro come una missione e tu non sei da meno, ecco perché è scattata una scintilla meravigliosa fra noi!”
   Giorgia ripensava alla proposta di conoscere la madre di Oscar e ne era felice, anche se non riusciva a comprendere perché al tempo stesso fosse in tensione. Figuriamoci conduceva una vita fatti d’incontri, di relazioni pubbliche, il suo lavoro non le permetteva timidezze o disagi: doveva essere sicura e convincente; allora perché l’incontro con la mamma di Oscar la turbava, la metteva in agitazione? Ma certo comprese: temeva di non essere all’altezza delle aspettative di quella madre perfetta che era stata anche padre, di quella madre il cui figlio viveva ancora nella sua ombra.
   E invece l’incontro fu un successo, s’instaurò subito un dialogo empatico: la donna era ironica, gentile e deliziosa; le mostrò la casa, la fece accomodare nel nido privato di Oscar, là dove si rintanava da sempre per studiare, meditare e ritemprarsi. Giorgia restò affascinata da una grande vetrata che dava sui monti di quel luogo; una luce abbacinante inondava la stanza e di fronte alla vetrata, quasi davanti, una poltrona guardava quello spettacolo esterno; era lì che Oscar si accomodava. Lo fece anche lei, si beò di quella vista e poi spostò lo sguardo a sinistra verso un piccolo mobiletto appoggiato al muro, un comune mobiletto in stile dove erano esposte alcune foto; ne intravide una e non voleva crederci. Si alzò di scatto, andò verso la foto, la prese tra le mani e lo riconobbe, “LO RICONOBBE”! Il porta ritratti le scappò di mano, cadde rovinosamente sul pavimento e lei scappò via come una disperata.  
   Tornò a casa con un affanno galoppante, le tremavano le mani e non riusciva a placarsi; fece ricorso a un ansiolitico che deglutì assieme a una bollente camomilla e si sdraiò sul divano. Aveva freddo, molto freddo e poi cominciò a sudare; grondanti goccioline le bagnarono la fronte e il viso tutto; si raggomitolò su stessa in atteggiamento fetale, come a voler tornare nel ventre materno per non vedere la luce su di una vita sporca e disumana, poi si addormentò. Era confusa quando aprì gli occhi, frastornata ma spossata, di una spossatezza che le aveva permesso di rielaborare nuovamente lo stupro: quella foto aveva risvegliato ancora una volta quel capitolo doloroso della sua vita, ma sentiva che il percorso ora sarebbe stato più accidentato. Oscar che parte avrebbe avuto nella sua vita? Era il figlio dello stupratore, del professore di musica con una doppia personalità, dell’uomo di gentile aspetto che ostentava un perbenismo di facciata. Ricordava ancora le parole lodevoli di Oscar rivolte al padre morto prematuramente, quando lui era solo un adolescente in erba; rammentava il volto tenero del suo fidanzato nei confronti del padre che aveva perso la vita in un incidente mentre tornava da una lezione privata; quell’uomo sapeva bene come simulare la sua perversione all’interno della famiglia; e se aveva strappato la purezza a lei, l’aveva fatto anche con altre bambine, la famiglia non sapeva di aver vissuto con un MOSTRO! 
   Lei amava Oscar, lo sapeva: il solo pensarlo le faceva battere ancora il cuore; non poteva rinunciare all’amore che ormai conosceva come un sentimento meraviglioso e unico; un sentimento che, se autentico e rispettoso, completa, perfeziona, fa sperimentare emozioni profonde che danno un senso a una vita non sempre perfetta e facile. Ma come si sarebbe comportata quando l’avrebbe rivisto, quando si sarebbero rivisti? Lui l’aveva cercata e lei si era negata; quali risposte avrebbe dato ora, perché distruggergli un bel ricordo? E poi c’era quella madre che non sapeva, che forse non sapeva.
   Entrò di soppiatto, non voleva essere vista: lui stava facendo terapia e tanti occhietti spauriti lo guardavano fiduciosi con infinita dolcezza. Erano bambini che avevano vissuto un dramma simile al suo, bambini da recuperare per consegnarli al mondo con un animo guarito e lui faceva un lavoro meraviglioso.
    “Avvicinati” le disse a fior di labbra, facendo un cenno con la mano. “Ti ricordi di Aida, sai sua madre è andata in cielo, vero Aida? Ma da oggi starà con me, con noi se tu vorrai vivere con noi. Io ho deciso di adottarla e insieme le daremo una casa vera.”
   “Ma io…”
   “Tu niente, bentornata tra noi!”

  

   

8 commenti:

  1. Bravissima Annamaria...Ciao Carla

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    1. Grazie, Carla, ti auguro una buona notte.
      Un abbraccio
      Annamaria

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  2. Post spettacolare, per come è scritto, per la perizia psicologica, per intensità di pathos e per la capacità narrativa.
    E' sempre bello leggerti.
    Un abbraccio, amica cara.

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    1. Troppo buona, detto da te che sai come creare il phatos e avvicendare gli avvenimenti, è per me molto gratificante. Grazie!
      Buona notte
      Un abbraccio
      Annamaria

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  3. Quante tremende offese verso l'infanzia!Cicatrici indelebili.
    Complimenti per questo racconto, forte e delicato al contempo. Veramente ben scritto.
    Buona notte e serena nuova settimana
    Marirò

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    1. Grazie, cara Marirò, per l'apprezzamento e per il passaggio.
      Buona notte anche a te.
      Un abbraccio
      Annamaria

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  4. sempre detto mia cara, hai una penna ficcante come un dardo ma contemporaneamente leggera e delicata come una piuma, chapeau!!!

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    1. Ma grazie, caro amico, ne sono più che lusingata.
      Buona serata
      un abbraccio
      annamaria

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